
“È meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”. Parto da questo verso, contenuto in Spogliami, singolo dei Baustelle contenuto nel nuovissimo album El Galactico. Ma non voglio parlare della band di Francesco Bianconi, il titolo parla chiaro. Voglio però partire da questa frase. “ È meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”. Sarei infatti potuto partire da quest’altra, “Sono stato punk prima di te”, contenuta nel brano Punk (prima di te) di Enrico Ruggeri, dall’album Il falco e il gabbiano del 1990. Canzone che poi darà il titolo a un altro disco, Punk prima di te, che però non lo vedrà in tracklist. Non è neanche di Enrico Ruggeri che voglio parlare, l’ho fatto pochi giorni fa. Ma a pagina 77 del suo recente libro 40 vite, edito da La nave di Teseo, il Rouge dice “E poi c’era Punk (prima di te), una fucilata, con un testo pieno di citazioni personali, di rivendicazioni di paternità, in bilico tra rabbia e nostalgia. Il titolo è diventato un modo di dire, il mio amico Michele Monina lo inserisce spesso nei suoi articoli, mantenendo via la sua evocativa efficacia”.
Ecco, sarei potuto serenamente partire da qui: sono stato punk prima di te, prima di voi. Era quello che in qualche modo, senza star lì a scandire troppe le parole, mi sono ripetuto mentalmente mentre, nella sera di ieri, ho attraversato in auto Milano diretto verso i Magazzini Generali: sono stato punk prima di voi. E me lo sono ripetuto anche dopo aver parcheggiato, per puro culo, nell’area antistante al locale, lì di fronte alla zona di ricarica delle auto elettriche, che ho scoperto essere base d’appoggio per un gruppo di migranti, a occhio dell’est, con borsoni e cartoni di vino (c’erano anche l’altra sera, quando sono venuto appunto al concerto di Enrico). Me lo sono ripetuto, in maniera inconscia, come quando ci batte il cuore anche senza star lì a pensarci troppo, perché sono andato al concerto delle Bambole di pezza, e questa faccenda del punk era uno dei punti interrogativi che mi accompagnavano. Era già successo a Sanremo, quando a Casa Bontempi, dove di sera andava di scena Musicleaks, che trovate sempre da queste parti, la versione talk del format di controcultura e controinformazione che sto portando avanti da marzo 2024, insieme a Etta e Giorgieness avevo dato vita a PunkRemo, un altro format di musica dal vivo rivolto, sia come ospiti che come pubblico, a chi appunto amava il pop-punk, genere che da tempo si muove sotto la brace, ancora, pensavo, lì dall’accendersi del tutto, ma mai sopito. Io sono stato punk prima di tutti loro, mi dicevo, e proprio per questo me ne interrogavo, perché ai miei tempi il punk non era pop-punk o punk-pop, anzi, il pop era quanto di più distante ci fosse dall’idea di musica che si faceva e si ascoltava. Erano gli anni Novanta, “È meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”, questo il mio mantra da oggi in poi, e io militavo in una band anconetana che si sarebbe dovuta chiamare Dead Kossigas, in omaggio a Jello Biafra e i suoi Dead Kennedys, evidentemente, ma che poi optò, democraticamente, per un nome più local: Epicentro. Ero punk più a livello teorico che pratico, più mentalmente che fisicamente. Perché del punk apprezzavo alcuni fattori, la carica eversiva, il Do It Yourself, l’anarchia, la furia energica che emanava, ma avevo studiato al Conservatorio violoncello, mi ero maturato al Liceo Classico della Diocesi di Ancona, portavo i capelli lunghi fino al culo, diciamo che non avevo troppi fattori in comune con i Clash, i Sex Pistols o i Damned. Perché quelli erano i riferimenti. Anche coi Ramones, a dirla tutta, dei quali eseguivamo una versione rapida di Bltizkrieg Bop, io semmai amante alla follia degli Hüsker Dü, specie delle canzoni scritte da Grant Hart, pace all’anima sua, i Bad Religion, al limite appunto dei Dead Kennedys, perché del punk amavo ovviamente l’attacco al sistema, al potere. Quando negli stessi anni, suppergiù, sono nati gli eroi della nuova ondata punk, i Green Day che poi avrebbero fatto il botto con Dookie e col singolo Basket case, gli Offspring, i Blink 182, neanche li avevo presi in considerazione, quegli stessi anni, del resto, erano quelli degli ultimi bagliori della fiammata del grunge, nello stesso 1994 nel quale Basket Case cominciava a scalare le classifiche Kurt Cobain si era sparato in bocca, tutti sappiamo che fine avrebbero fatto in futuro Chris Cornell dei Soundgarden e Layne Staley degli Alice in Chains, di cosa vogliamo star qui a parlare? Suonavo in una band punk, anche se probabilmente avrei voluto in gruppo hardcore, ma lo facevo perché erano miei amici, specie il bassista Roberto Bartola, uno dei miei amici più cari, in realtà a quei tempi ascoltavo ben altro. Di fatto aver suonato lì in quella band ha contribuito a farmi diventare un critico musicale, perché quando Luca Valtorta, caporedattore di Tutto Musica, è incappato in un mio raccontino uscito per la fanzine del Tunnel, uno storico locale di Milano, titolo del racconto “Il tiracapezzoli”, tragicomiche vicende di chi si trovava ai tempi a dover preparare per gli shooting dei popolarissimi calendari di Max e GQ starlette come Paola Barale o Alessia Marcuzzi, fu spinto a decidersi di chiamarmi per chiedermi di pubblicarlo sul magazine della Mondadori, e di lì a tirarmi dentro la redazione come collaboratore proprio perché c’era scritto che ero stato il chitarrista di una band punk, lì bluffai dicendo che si chiamavano i Dead Kossigas, tanto non c’era ancora Google per poter controllare. Da quel momento, converrete con me, come attitudine sono sempre stato punk, anche se il mio atteggiamento è stato più aderente alla corrente straight edge, tipo i Fugazi o Henry Rollins, lontano da droghe, alcool e anche vagamente moraleggiante, più che autodistruttivo. Lo sono stato in maniera radicale, e lo sono ancora, demolire a colpi di parole il sistema è una mia missione, non aderire ai canoni, mi state leggendo e ben lo capirete, il mio stile. Quindi, torno a dire, entrando ai Magazzini Generali, ieri sera, avevo qualche interrogativo cui rispondere, e una certezza monolitica: sono stato punk prima di voi, dove per voi intendevo tutti i presenti e anche la band che sarebbe salita sul palco di lì a breve. Band che sono andato a salutare prima dello show, incontrando nel backstage anche alcuni degli ospiti che poi avrebbero animato il concerto, grande fermento e grande emozione da quelle parti. Salito sulla balconata, quella di fronte alla balconata da cui avevo visto il concerto di Ruggeri, ho gettato lo sguardo verso il pubblico sottostante, i Magazzini Generali sono sold out, scoprendo un pubblico giovane e variegato, diciamo tra i venti e trenta, con punte anche fino ai cinquanta, vestiti a volte con t-shirt a tema punk o metal, equamente divisi tra uomini e donne. Sono stato punk prima di loro, mi sono ripetuto, quasi con spocchia, che però, giuro, fosse anche stata presente non sarebbe stata intenzionale. Il fatto è che a chi come me ha deciso di votarsi a una vita da intellettuale, lo dico consapevole che darsi da solo dell’intellettuale è assai rischioso, perché apre a critiche di saccenza, e perché comunque oggi la parola intellettuale è al pari di una offesa gravissima, Salvini ha fatto più danni della pellagra, comunque, il fatto è che a chi come me ha deciso di votarsi a una vita da intellettuale la costruzione degli apparati teorici ha in qualche modo sottratto una certa naturalezza, costringendoci, il noi che uso è puramente difensivo, a fare in continuazione distinguo. Quindi il punk, torno sempre lì, non può avere in forma teorica un punto di contatto col pop, perché automaticamente diventa pop tout court, anche se la parolina in questione si trovasse a seguire la parola punk, quindi anche se di fronte a un contesto punk-pop. E lo dico da amante anche del pop, l’età adulta mi ha concesso il lusso di poter scegliere che musica ascoltare e di che musica scrivere. Ecco, questo il punto. Scrivo prevalentemente di pop. Quasi esclusivamente di pop, anche se a volte scivolo nella musica d’autore. Ma non scrivo mai di rock, di hardcore, di punk, appunto. Lo faccio perché voglio tenere distinto lavoro e passione, credo, e perché faticherei a scrivere di una musica che ho praticato, mi sono spesso ripetuto, come per convincermene. Del resto, morto Grant Hart, ma già finita l’esperienza degli Hüsker Dü, mi sono appassionato, nella vita di tutti i giorni, più di realtà che virano verso l’intellettuale anche sul fronte musicale, da Mike Patton in tutte le sue variabili a Trent Reznor, passando per i Flaming Lips, Beck, John Zorn, figuriamoci se potrei mai scriverne per magazine generalisti. Ecco, forse è questo il punto. E di qui il mio convincermi come in un mantra che io sono stato punk prima di tutti i presenti, un voler prendere le distanze da qualcosa sul quale mi interrogo da tempo. E dire che a me le Bambole di pezza piacciono, le ho ascoltate, ne ho anche scritto. Le conosco pure, quattro su cinque, di una Kaj, ho scritto qui giusto ieri, nella sua versione solista si fa chiamare Dada Sutra (il pezzo è questo: https://361magazine.com/dada-sutra-e-lo-spirito-anarchico-di-kathy-acker/), due, Dani, fondatrice della band tanti anni fa insieme a Morgana, entrambe alle chitarre, e Cleo, la nuova cantante e autrice di buona parte delle canzoni, hanno anche preso parte a uno spettacolo teatrale che ho tenuto qui a Milano nel giugno scorso, insieme a mia figlia Lucia e alla cantautrice Valentina Parisse, Bestiario Pop il titolo, altri ospiti Francesco Baccini e Andrea Mirò. Mi sono molto simpatiche, e le apprezzo, ma questo concerto è per me un enigma, per tutti i motivi che ho dettagliatamente spiegato e che ora, ovviamente vado a riassumere. Non ho idea di chi sia il pubblico di un evento del genere, come non ce l’avevo riguardo PunkRemo, a Casa Bontempi, a Sanremo. Non ho esattamente idea se dal vivo la componente pop del binomio pop-punk o punk-pop prevalga sull’altra. Non ho neanche idea se, lo dico apertamente, la componente estetica, le Bambole di Pezza sono oggettivamente affascinanti, ha un peso specifico che, musicalmente, può sovrastare il resto. Ignoro se un concerto intero di una band come loro regga, in poche parole, e lo dico con tutta la carica di affetto che posso provare.
Domande lecite, che nulla toglierebbero alla stima, le canzoni che ho ascoltato restano valide, ci mancherebbe altro.
Poi però si spengono le luci, le ragazze entrano sul palco in questa formazione, Cleo, la cantante, al centro della scena, Dani alla sua destra e Morgana alla sua sinistra, Xina, la rossa batterista, alle spalle di Dani, su una pedana, Kaj, dietro Morgana, tra basso e tastiere, anche lei sulla pedana, pur con l’agilità di spostarsi sul fronte del palco con una certa frequenza. Alle loro spalle la scritta Bambole di pezza. Inizia lo show, e i Magazzini Generali vengono lettaralmente e letterariamente giù. Per un’ora e mezza, circa, la gente canta in coro, quasi sovrastando i decibel che escono dalle casse. Le ragazze procedono dritte come una spada, Cleo tiene il palco come una front-woman di grande esperienza, gran voce e grande presenza scenica, le sue compagne non da meno. Le canzoni, cantate in coro e eseguite senza concedere nulla ai vezzi, sono veri e propri inni, dove la componente pop dell’orecchiabilità rimane, ma la potenza dei suoni distorti e dell’energia non è affatto da meno. Lo woman empowerment è al centro dello spettacolo, che procede veloce e potente alternando i brani dei dischi della band, e prevedendo, ogni tot, l’arrivo sul palco di un ospite. Si parte con Mille, che canta con loro Atlantide, delicata e epica, per poi prevedere Jo Squillo, con loro nella bambolesca, non so se si dice così Non sei sola, e poi accompagnata in una versione devastante di Violentami sul metrò, delle sue Kandeggina Gang, lì a rivendicare, giustamente, di essere stata punk prima di loro (e anche prima di me, l’anagrafe parla chiaro, io nel 1981 facevo ancora le scuole medie, altro che punk), per poi passare a Jack Out, presente proprio al nostro PunkRemo, con Wanted, e infine Divi dei Ministri, affilato come una lama su Pagine, anche questa dall’ultimo album Wanted. Una scaletta, si sarebbe detto un tempo, al fulmicotone, non ho mai capito esattamente cosa fosse ‘sto cazzo di fulmicotone, ma rendeva l’idea. Canzoni inno, slogan da cantare in coro, momenti motivazionali che si alternano a altri, decisamente più votati allo sfogo rabbioso, ma sempre glamour. Sì, perché se una delle domande che mi ponevo, ripeto, davvero per curiosità, era quanto l’occhio avesse la sua parte nel concerto, posso serenamente dire che sì, le ragazze si fanno guardare, ma l’ascolto è preminente, e vedere i tanti, spesso a torso nudo, che hanno pogato per tutto il tempo, sentire ogni singola parola dei testi cantanti all’unisono dal locale, pieno in ogni suo ordine di posto, non lasciano spazio a dubbi. Il momento in cui Cleo è passata alla batteria e Xina al microfono, per cantare Bang Bang e Sheen is a punk rocker lì a riprova che le ragazze non scherzano per niente, ce ne fosse bisogno.
Viene semmai da chiedersi, ma in fondo PunkRemo era lì anche per quello, nel suo nascere spontaneamente dalle nostre menti, come sia possibile che questo che è indubbiamente un movimento, qui si suona e si canta, non si usa l’autotune e anche se Cleo a volte vira il canto in rap, abilissima nell’uno come nell’altro, dove cavolo l’avevano tenuta nascosta prima delle Bambole di Pezza è un mistero, si veicolano messaggi positivi, decisamente più positivi di quanto la scena punk originaria non facesse, pur concedendosi poi sul finale a sfoghi tra il rabbioso e il gioioso con Favole (mi hai rotto il cazzo), dove la parte tra parentesi è diventato un vero e proprio boato a ogni passaggio. Se quindi la mia parte intellettuale, quella che ascolta John Zorn, avesse avuto delle reticenze, e uso la parola reticenza proprio per tenere una posa, come un Adam Ant con gli occhi bistrati, questa serata sold out delle Bambole di Pezza ai Magazzini Generali di Milano, quinto sold out su cinque di questa turnèe primaverile, l’ha spazzata via, senza possibilità di appello. Le Bambole di Pezza ci sono, e anche se non sono state punk prima o con me, lo sono ora, a modo loro e con un pubblico di riferimento che prima o poi il sistema dovrebbe prendersi la briga di codificare, o forse no, meglio così, ché il sistema ha rotto il cazzo.