Impagnatiello: “Colpii Giulia al collo. Il numero dei fendenti l’ho saputo da un servizio televisivo”

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Impagnatiello durante l’udienza al processo ha detto: “Colpii Giulia al collo. Il numero dei fendenti l’ho saputo da un servizio televisivo”

Ad un anno esatto dall’omicidio di Giulia Tramontano, Allessandro Impagnatiello parla del delitto nel corso del processo che lo vede imputato. Le accuse a suo carico sono di omicidio aggravato (dai futili motivi, dal vincolo della convivenza, dalla crudeltà e dalla premeditazione), occultamento di cadavere e interruzione di gravidanza.

Nell’udienza del 18 gennaio scorso, Impagnatiello aveva reso delle dichiarazioni spontanee. Oggi, invece, è stato costretto a ricostruire il delitto e a spiegare le motivazioni delle 37 coltellate, dell’avvelenamento e dei depistaggi.

In aula, Impagnatiello ha ammesso il delitto e l’occultamento del cadavere e ha aggiunto che “la persona che ero in quel periodo non è quella di oggi. Questo processo mi sta aiutando a mettere a posto dei punti che avevo sparsi, dei tasselli confusi. Ora posso parlare della reale verità, oggi sono una persona lucida”.

Sull’annuncio della gravidanza ha detto l’imputato: da quel momento “iniziò un’altalena confusionale. Da una parte c’era la gioia per la costruzione di una famiglia con Giulia, dall’altra parte invece motivazioni personali e di coppia che facevano da ostacolo”. Poi spiega: “Io a Giulia non ho mai fatto credere di essere pazza. Avevo costruito un castello di bugie in cui io stesso sono annegato”.

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Sulle bugie all’amante ha detto: «Io, all’amante riferivo che ero ancora in contatto con Giulia per supportarla durante il periodo della gravidanza, difficile sia su un piano fisico sia mentale».

Il Corriere della Sera riporta il passaggio dell’interrogatorio in cui il pm chiede all’imputato di ricostruire il delitto:

«Giulia entrò in casa in un clima distaccato. Parlammo un quarto d’ora senza toni accesi. In quel momento lì non potevo trovare più giustificazioni non potevo più trovare altre verità. Giulia era la mia vita, mi disse che se ne sarebbe andata via di casa, che sarebbe tornata a Napoli e che io di quel bambino non avrei mai più avuto notizia, se avesse avuto gli occhi chiari o castani. Tirava fuori la realtà dei fatti, nel confermarmi che la nostra relazione e che non avrei mai visto il bambino ha distrutto definitivamente ogni mia ancora di salvataggio, ogni appiglio a cui potere aggrapparmi».

«E a quel punto cosa fece?», ha chiesto il pm.

«Andai di nuovo in doccia, siamo intorno alle 7.20-7.25 di sera. Poi, cercai di mangiare qualcosa, un panino, qualcosa di pronto. Non avevo appetito era solo un tenermi occupato. Ho lasciato spazio a Giulia in cucina, lei era in camera da letto, erano le 19.35. Io ho girato per casa, poi mi sono stabilizzato in sala. Giulia stava preparando qualcosa per sé, io ho udito un piccolo lamento, stava tagliando un pomodoro e si era fatta male a un dito. In un cassetto nella parte bassa della sala c’erano i cerotti e lei è andata verso questo cassetto. Ho chiesto cosa si fosse fatta, non mi disse nulla. Continuava a non rispondermi come se non esistessi, era ciò che lei provava in quel momento. Ero invisibile ai suoi occhi. Mentre lei era abbassata verso il cassetto, io ero in piedi. Sono rientrato in cucina e ho visto che c’era questo coltello. Mi sono posizionato immobile alle spalle di Giulia in attesa che si rialzasse. E quando finii per tornare in cucina presumibilmente la colpii». Impagnatiello si è poi fermato: «La colpii al collo. Non ho mai saputo quanti fossero i fendenti, l’ho saputo da un servizio televisivo. Il numero dei colpi non sarà mai una informazione a me disponibile».

«Ho colpito Giulia nella sala, davanti al mobile della tv. Giulia era frontalmente verso di me. Tutto è avvenuto prima delle 20».

«Giulia ha tentato di difendersi?». «Non ce n’è stata l’occasione», ha detto con la voce increspata dalla commozione. «Dopo l’omicidio avvolto da uno strato di insensata follia, con azioni illogiche tentai di fare sparire il corpo di Giulia tentando di dare fuoco al cadavere nella vasca da bagno. Ho trascinato il corpo dalla sala alla vasca da bagno». Poi ha raccontato di aver spostato il cadavere dalla casa alla cantina. «Era come se una parte di me cercasse aiuto, cercasse di essere vista da qualcuno. Perché spostai il suo corpo attraverso quattro rampe di scale, in una palazzina abitata da molte persone. Era come se sperassi che qualcuno mi vedesse, un vicino di casa, qualcuno che portava la spesa, come se volessi che qualcuno mi fermasse, mi scoprisse».

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