
“La prospettiva! Guarda quel palazzo, sembra tagliato a metà”. Siamo dalle parti di Corvetto, zona periferica a sud di Milano tristemente passata ai disonori delle cronache per la tragica morte di Ramy Elgaml, diciannovenne morto mentre era inseguito dalle forze dell’ordine qualche mese fa. Siamo diretti verso la Stazione Centrale, e quando dico siamo intendo io, che sono al volante, e Angela Baraldi, che proprio ieri sera ha fatto il suo concerto all’Arci Bellezza, il tour dello strepitoso 3021. A parlare di prospettive è Angela, e in effetti a guardarlo, lì oltre via Polesine, direi che ha perfettamente ragione, sembra tagliato a metà. Credo, ma potrei anche sbagliarmi, vivo esattamente dalla parte opposta di Milano, che sia in quella parte della città su cui l’edilizia sta spingendo sull’acceleratore, in vista delle imminenti Olimpiadi invernali, quelle chiamate Milano-Cortina che prenderanno il via a febbraio 2026. L’ho vista, quella zona, l’altra sera, andando ai Magazzini Generali per vedere il concerto di Enrico Ruggeri. La rivedrò stasera, andando esattamente nella stessa venue, per il concerto delle Bambole di pezza. Ieri non sono riuscito a andare all’Arci Bellezza, per casini miei, e quindi ora sono qui, a guidare una macchina per portare Angela verso la stazione, erano anni che aspettavo di farci una chiacchierata con calma, cosa di meglio di una colazione post concerto?
Quando Angela, ieri, mi ha detto che il suo albergo era in via Cortina d’Ampezzo, sarà la stanchezza, ho pensato appunto che fosse nella zona di Scalo di Porta Romana, dalle parti di Fondazione Prada, dove stanno costruendo a rotta di collo palazzi brutti, roba da edilizia sociale della DDR, in vista delle Olimpiadi che a Cortina d’Ampezzo, come a Milano, si svolgeranno. Certo, Fondazione Prada è un’eccellenza, per altro arrivata in una zona fino a quel momento abbastanza fuori dalla grazia di Dio, ma il resto potevano pensarlo con un po’ più di gusto, credo, o comunque senza accanirsi su una città già abbastanza cementificata come Milano. Stamattina, del resto, Angela mi ha mandato un messaggio in risposta a un mio in cui le notificavo un mio ritardo dovuto al traffico, che diceva: “Ok, qui è bellissimo”, cementificando, oops, in me la convinzione che fosse appunto quella la zona. Certo, avevo letto distrattamente su Google Maps “via Polesine”, e più che ricordarmi Ivan Della Mea, agitatore dell’Arci Corvetto, la vecchia Milano, mi era venuto in mente proprio Ramy, le auto date alle fiamme, le parole sbagliate di tutti i politici di centro-destra, ma tanto di destra come in questo caso, ma magari mi stavo sbagliando a pensare a Corvetto. Invece no. Arrivo in fondo a via Cortina d’Ampezzo, che è dove campeggia la scritta verticale del suo hotel, e parcheggio lungo un canale, a sua volta affacciato su una sorta di enorme cascina in disuso, come a dare l’impressione di essere sì nella metropoli che non si ferma mai, poi di questo parlerò con Angela, qui a girare una serie proprio quando Milano si fermava per il Covid, facendo venir meno la vocazione a correre e lavorare che così bene la identifica, ma di essere anche a due passi da quella pianura padana, la campagna bonificata dai monaci delle varie abbazie, uno dei tanti controsensi che animano questo luogo. Angela scende, mentre ammiro un edificio che credo un tempo sia stato una scuola, devastato neanche fossimo a Gaza, pareti diroccate, veneziane, credo si chiamino così quelle tende fatte e listelli verdi, tipici delle scuole di un tempo, tutte storte, sghembe. Angela scende, sorridendo sorniona, quel suo “è bellissimo” era uno scherzo, sarebbe bastato guardarla negli occhi per capirlo, non avessi già visto il contesto. Dichiaro subito il mio fraintendimento, mentre ci dirigiamo verso Corso Lodi, lì dove in effetti scalo Porta Romana prende le mosse, parlando di Milano. Ho atteso questo incontro da tempo, tanto tempo, diciamo da quando nel 1990 ho acquistato Viva, il suo primo album, nessuno dei suoi lavori, da lì in poi, è mancato nella mia discoteca. Siamo entrati in contatti, prima della pandemia, attenzione, quando da punti diversi agitavamo la scena discografica italiana recriminando una assenza vergognosa di artiste donne tra le fila dei Festival, prima Sanremo e poi il Concertone del Primo Maggio, l’evento May Così Tante, all’Angelo Mai come punto di partenza, ma non ci eravamo mai incontrati di persona. O meglio, ci siamo incontrati di persona un paio di mesi fa, ne parlavo ieri, quando Angela è venuta a Milano, in Sony, per presentare il suo bellissimo nuovo album, 3021, uscito per la Caravan di Francesco De Gregori e dal colosso nipponico distribuita, ma in quel caso era stato un incontro pubblico, giusto due parole in privato col dirsi poi che ci sarebbe stata occasione per un approfondimento, eccolo. E se per parlare di quel disco, approfittando per raccontare anche il perché del mio addio a MowMag, avevo mosso i primi passi a partire dai piedi di Patrizia Laquidara, dando vita a un long form assai letterario, comme d’habitude, long form che trovate qui https://361magazine.com/su-3021-di-angela-baraldi-e-sul-perche-ho-lasciato-mowmag/, cosa di meglio di un viaggio in auto attraverso Milano, passando dalla periferia che affonda le radici nella campagna per diventare quartiere popolare alla nuova Milano dei palazzinari, quella ecosostenibile solo a chiacchiere e piste ciclabili, altro che “vado via a piedi nudi verso la campagna”, qui si sfreccia in auto, sempre che starsene in coda ai semafori possa diventare sfrecciare dentro un pezzo di autofiction.
Ora, lo dico più a uso e consumo degli wannabe che provano, e come direbbe il Corrado Guzzanti della famosa gag sul ritardo mentale di Dov’è Mario?, sovente se ne trovano, a farmi il verso, pensando che per fare autofiction che abbia un senso basti raccontare un qualche cazzo proprio, reale o di fantasia, quando si decide di non dar seguito alla trama di un accadimento esattamente per come si è svolta, o, di più, frammentarla e mescolarla a divagazioni di varia natura, quello che state leggendo non è un gigioneggiamento dell’autore, che poi sarei io, qui a mettervi a conoscenza dell’incontro con una artista di incredibile valore, presumibilmente, però, fuori dal cono di luce del mainstream e dalla vetta delle classifiche, un gesto da radical chic, non fosse l’autore di questo pezzo, che poi sarei sempre io, impossibile da associare a quelle due paroline, poco elegante, poco borghese e, a dirla tutta, anche troppo provinciale per esserlo, certo colto, e ci mancherebbe pure, ma anche sufficientemente punk e postmoderno da tenere insieme alto e basso, basso e alto, ad libitum, direbbe uno spartito di prima del Novecento, è invece il resoconto anche piuttosto particolareggiato di come, oggi come oggi, si possa essere artisti, l’autore di questo pezzo, che poi sarei io, ripeto, non sta al momento parlando di sé, va bene usare la terza persona singolare, come una Maria Grazia Cucinotta davanti ai microfoni della Balivo, ma a tutto c’è un limite, quanto piuttosto di quella Angela Baraldi ancora seduta al mio fianco, qui nella mia auto, diretti verso Stazione Centrale, è di lei che si sta parlando, senza necessariamente rientrare nei canoni calcificati, uscendo quindi dalle righe, prendendosi i propri tempi e i propri modi, anche a discapito del buon senso, verrebbe da dire, non sarebbe più facile scrivere frasi brevi e senza relative?, adesso parlo di me, lasciando però che la verità, anche quella esibita mentre si indossano i panni di un personaggio, Angela Baraldi è cantautrice di grande valore, si sa, ma è anche attrice di cinema, tv e teatro, essere veri, quindi, nella finzione, non nella menzogna, rinunciando ai benefici che il mainstream offre, indubbiamente, in questo mi dice, un ruolo ce l’ha avuta anche la sua atavica pigrizia, o il suo non essere troppo attenta a certi meccanismi, punk, appunto, prima di voi. Questo tanto per mettere i puntini sulle i, sia chiaro, e qui sto ancora parlando agli wannabe, benedetta pazienza, ora passo oltre, perché nel viaggiare attraverso Milano, Corso Lodi, entrando da via Benaco, e poi la circonvallazione della 90/91, solo chi è a Milano può capire, una corsia solo a disposizione, i camioncini con le doppie frecce disseminati ogni dieci metri, come le molliche di pane nel bosco lasciate da Pollicino, Angela mi racconta di questi ultimi anni, la fatica di lavorare a un album, l’ultimo, ribadisco, un vero gioiello, rubando tempi e spazi agli altri lavori, il cinema, La California, per dire, il teatro, le serie tv come quella iniziata quando ci stavamo per chiudere tutti per Covid, un frammentare non tanto l’ispirazione, quanto proprio il lavoro, la tentazione oggi di tornare presto in studio per farne un altro, anche se in assenza ancora di canzoni nuove. A essere veri, torniamo ancora sulla verità, si rischia di fare più fatica, specie in un mercato come questo, qui sono io a dirlo a lei, dove i pochi secondi di uno stream contano come uno stream completo, leggi alla voce doping, e dove gli ascolti distratti avvengono sempre sugli smartphone, dove si fa altro, l’Eldorado strombazzato da FIMI e dai miei compiacenti e sedicenti colleghi più raccontato che reale, gli artisti comunque tagliati fuori del tutto dalla spartizione della piccola torta fotografata a arte per apparire gigantesca. Lo so, detta così può suonare tutto complicato, la lingua, intesa come susseguirsi di parole e quindi linguaggio, che si contorce pretendendo attenzione, ma anche qui, si chiama mimesi, mica pretenderete che io vi inviti a prestare più attenzione all’arte dando vita a un discorso che non preveda attenzione? L’acqua che scorre dai nostri rubinetti di casa ci sembra sempre poco preziosa, per quel loro essere lì, alla portata, a volte richiedere un minimo di biglietto all’ingresso aiuta, e chi non è disposto a pagarlo se ne stia pure fuori. Abbiamo anche parlato di Francesco De Gregori, nei confronti del quale Angela è ovviamente grata, lui a aver preso le edizioni del precedente album, Tornano sempre, era il 2017, dopo un rocambolesco casino tra edizioni e discografica, oltre che produzione, lui a invitarla a aprire il suo ultimo tour, quello estivo, dopo averla spinta a chiudere finalmente il disco, poi uscito per la sua Caravan, e nel parlare di lui ci siamo ovviamente soffermati sul fatto che io, nel tempo, mi sia anche divertito a bacchettarlo, fatto che ha incuriosito Angela, evidentemente non concorde col mio dire e stradire. Una storia d’amore tradito, così ne ho parlato, specificando come vederlo duettare con Fedez, per fare un esempio, mi sembrasse davvero troppo, certo, forse un modo per demolire il suo mito agli occhi dei suoi fan, lui che evidentemente mito non si sente, ma santo Dio, va bene le iperboli ma anche un po’ di senso della misura a volte non guasta, Fedez è Fedez. Entrambi comunque a convenire che stiamo parlando di un grandissimo, e ci mancherebbe pure altro. Abbiamo parlato di come il mondo del cinema, se possibile, sia ancora più ostico di quello della musica, seppur certa discografia “milanese”, chiamiamola così, quella che ai tempi ha licenziato dalla RCA un Michele Mondella come se fosse uno di passaggio, senza per altro essere poi stata capace di fare di meglio, e voglio ben dire, abbiamo parlato di Lucio Dalla, e come non citare colui che è stato ai tempi il suo Pigmalione, come di Cesare Cremonini, che da Lucio Dalla era assai ammirato, mi ha raccontato, finendo poi per parlare di una amicizia comune, quella Vittoria Burattini, mia compagna di banco al liceo, poi divenuta batterista tra le più brave in Italia, in forze ai Massimo Volume, certo, e a volte anche dietro ai tamburi per lei, i sei gradi di separazione di Kevin Bacon, nel nostro caso, si fermavano a uno, fino a oggi, azzerati da un viaggio in macchina e un caffè all’angolo di Piazza duca d’Aosta, poi. Abbiamo parlato dei progetti portati avanti a fianco di Massimo Zamboni, altro amico comune, prima col repertorio dei CCCP e in seguito dei CSI, e le ho raccontato di aver fatto incazzare parecchio Annarella, in quella che loro hanno indicato come la loro ultima conferenza stampa. Uno capace di far incazzare Laura Pausini e Annarella dei CCCP, potrei quale ambire a vedere questa frase sulla mia lapide, non avessi già chiesto di seppellire il mio cuore sul Monte Conero, fanculo le lapidi e i cimiteri. Si è detta sorpresa, Angela, del mio non essere poi così stronzo come mi piace a volte apparire, quel “mi si nota di più se non vengo” che nel mio caso ha sempre vinto sul resto, ma in fondo conoscersi di persona ha pur sempre dei vantaggi rispetto al sentirsi e al leggersi a distanza, un attimo e puoi dire che è così che ti disegnano, come Jessica Rabbit. Ecco, pensarmi nei panni di Jessica Rabbit, e lasciare che così mi pensiate, mi sembra una immagine sufficientemente evocativa per arrivare al momento in cui ci siamo salutati, un po’ come due reduci, di quel tipo di reducità, dubito esista questa parola e sarebbe bello interrogarsi sul perché, magari la prossima volta, che è figlia del muoversi in un mondo che viaggia su altri ritmi e altri binari. Dei binari, in effetti, la attendono, quella di un treno diretto a Bologna, domani sarà a suonare a Trieste, poi a Pisa, nel tipico ping pong delle tournèe. Ci salutiamo, lei verso le scale mobili, io verso casa, “in cerca di visioni”.