
I parenti uno se li ritrova, gli amici se li sceglie. Così recita un detto popolare, parola più parola meno. Un detto popolare che vuole sottolineare come le amicizie siano una cosa importante nella vita, perché frutto di una scelta, appunto. Certo, essendo un detto popolare e non un trattato di sociologia non viene menzionata la faccenda che le amicizie uno se le sceglie, ma in un mazzo di carte comunque predeterminato da tutta una serie di vincoli e situazioni, per dirne una, per diventare amico di qualcuno devi conoscerlo, e per conoscere qualcuno deve in qualche modo entrare in contatto con te in uno degli insiemi nei quali ti trovi in qualche modo a muoverti, quando sei piccolo la scuola, il catechismo, lo sport, altre attività, il palazzo, il quartiere, i figli degli amici dei tuoi genitori. Non è che uno diventa amico di uno che si è scelto in un catalogo, come un’auto, che uno la sceglie e poi se la va a prendere in un concessionario, per di più dopo magari averla provata. Di fatto, però, nel mazzo più o meno ampio delle persone che andiamo in qualche modo a conoscere uno si sceglie gli amici, e poi, nel tempo, lavora a quella amicizia con la medesima attitudine con cui lavora ai rapporti interpersonali, e qui davvero scatta un che di personale, non c’è una formula valida per tutti. Un po’ di “pelle”, un po’ di dedizione, interessi comuni, anche il fatto che certi caratteri si connettano perché sopperiscono a mancanze reciproche, uno è più leader e l’altro più follower, roba del genere.
Crescendo, e qui non dico credo niente di incredibilmente inedito, fare amicizie diventa un po’ più complicato. Perché crescendo ci si irrigidisce un po’ nelle proprie posizioni, essenzialmente, quindi si è meno flessibili nei confronti delle necessità degli altri, perché gli spazi dove ci si conosce sono più circoscritti, spesso, quindi il lavoro a sostituire la scuola, ma spesso non abbiamo un rapporto col lavoro così rilassato da permetterci di stringere amicizie, se si ha figli la scuola diventa magari un luogo dove conoscere altri genitori, lo sport in genere occupa molto meno spazio, e anche qui le possibilità sono di meno, insomma, non è un caso se si dice che le amicizie fatte in giovane età sono spesso quelle destinate a durare più a lungo nel tempo. Perché da una parte, essendo più vecchie è ovvio che se durano sono più longeve. Perché l’imprinting è fondamentale in tutto, anche nell’amicizia, e così come ci piace di più la musica che ascoltavamo da giovani, gli amici di quando eravamo giovani, se sono sopravvissuti al nostro e al loro invecchiare diventano oggetto/soggetto di amicizie granitiche. Perché la vita da adulti concede meno spazio ai rapporti interpersonali, forse anche a quelle intrapersonali, anzi, sicuramente, quindi è più difficile lavorarci su.
Questo senza tenere conto, appunto, del proprio carattere, del proprio stile di vita, di dove si vive (ci sono luoghi abitati da persone più aperte e inclusive, e luoghi decisamente meno aperti, ve lo dice uno che è nato e cresciuto in un luogo notoriamente poco incline a accogliere chi viene da fuori, e mica per caso vivo a quattrocento chilometri da lì).
Io vivo da ventotto anni a Milano, appunto, città nella quale non sono nato e non ero mai stato finché non mi ci sono trasferito, per amore. Buona parte dei miei amici fatti in età adulta li ho fatti qui, esattamente nei contesti che ho su indicato: il lavoro, la scuola dei miei quattro figli, il quartiere. Ne ho fatti di nuovi anche grazie ai social, ma credo che nessuno di loro viva a Milano. Molti degli amici relativi alla sfera del lavoro sono miei amici e anche amici di mia moglie, e molto spesso sono o i compagni e le compagne (mariti, mogli, fidanzati e fidanzate, fate voi) di colleghi miei o suoi. Più spesso suoi, credo, suoi di mia moglie, perché è una che tende più a organizzare momenti conviviali. I miei amici fatti sul lavoro, visto il lavoro che faccio, sono o colleghi miei, cioè gente che lavora nella critica, giornalismo o divulgazione musicale, e sono davvero pochi, o meglio, sono pochi quelli che frequento, anche se alcuni li ritengo comunque amici, o sono cantanti, e qui invece sono di più. Chiunque abbia visto quel capolavoro che è Almost Famous, film di Cameron Crowe, o sia un appassionato di critica musicale e quindi di Lester Bangs, interpretato nella pellicola di Crowe da un magistrale Philip Seymour Hoffman, ricorderà il passaggio nel quale il maestro di tutti noi dice al giovane protagonista, William Miller, in realtà il regista da giovane, che un bravo critico non deve mai diventare amico degli artisti. Il sottotesto è che se ci diventi amico poi non potrai mai essere obiettivo, tenderai a fare favoritismi e a essere più o meno esplicitamente vittima di un qualche ricatto sentimentale. Tutto vero, ma anche tutto piuttosto impraticabile. Perché o uno decide di tenersi solo gli amici di quando è giovane, e ci potrebbe anche stare, o se passa come tutti parte delle sue giornate da adulto a lavorare e il suo lavoro è frequentare appunto artisti di varia natura, capiterà, non può non capitare che con qualche artista vada più d’accordo, scatti quel qualcosa in più che, se ben praticato, diventa amicizia. Questo sempre che il qualcuno in questione sia dotato di una personalità tale da non vivere il rapporto con gli artisti come una sorta di sudditanza psicologica, alla arbitri con Moggi nel periodo di Calciopoli, perché in quel caso più che di amicizia si tratta di altro, ma non so se ho voglia di star qui a trovare la parola giusta per indicarlo.
Tutto questo per dire cosa? Per dire che parte dei miei amici, quelli che più frequento, coi quali ho decisamente più interessi, anche se magari non un vissuto come coi miei amici da ragazzo, sono artisti. Ci siamo conosciuti in questi ormai quasi trent’anni che faccio questo lavoro, ci siamo piaciuti, ci siamo scelti, e via andare. Questo comporta, è ovvio, che nel momento in cui io li ascolti, nel senso ascolti la loro arte, io sia influenzato dai sentimenti, ma questo succede a tutti e in genere la critica che più spesso viene mossa ai critici è proprio quella di non “ascoltare col cuore ma con la testa”, quindi direi che è un rischio che si può anche correre senza rischiare chissà che. Del resto, se uno, io nello specifico, decide di approfondire la conoscenza con un artista, evidentemente è attirato inizialmente proprio dall’arte, per intendersi, non credo andrei mai a conoscere qualcuno che non stimo artisticamente, e se anche succede, è successo, non sono poi così interessato a approfondire, ci può essere una simpatia, volendo anche una sintonia, ma non ci sarà mai la volontà di approfondire. Così come, provo a mettermi nei panni degli artisti, dubito che a un cantante interessi approfondire la conoscenza, magari in vista di un’amicizia, con qualcuno che ti stronca regolarmente. Può anche capitare, chissà, ma di fondo credo che ci debba essere stima reciproca. Quindi, faccio un esempio, se qualcuno dovesse pensare che scrivo che apprezzo molto la musica di Enrico Ruggeri, faccio il nome di un artista che anche i sassi sanno essere mio amico, perché è mio amico, penserebbe bene, ma in realtà è vero il contrario, Enrico Ruggeri è mio amico perché apprezzo molto la sua musica. Mi avesse fatto cagare non si sarebbe creata la possibilità di conoscersi più a fondo, e avessi fatto cagare io a lui, per quel che scrivo e penso, idem. Poi, è chiaro, succede che uno apprezzi la musica di qualcuno e non si verifichino le condizioni per una amicizia, succede molto spesso. O che si verifichino pure, ma non scatti quella sintonia e simpatia di cui parlavo prima.
Quindi Lester Bangs sbagliava, ma sbagliava con stile, era pur sempre la prima rockstar della critica musicale, lo dice una delle rockstar della critica attuale, che poi sarei io.
Oggi, quindi, vi parlerò di un evento che va di scena stasera e che riguarda una mia amica. Lo dichiaro subito, perché nel dichiararlo deve essere chiaro a tutti, ma proprio a tutti tutti, che l’artista di cui vado a parlare, la protagonista dell’evento che andrà in scena stasera, è mia amica a partire dalla stima che nutro per lei e per quel che fa, le sue canzoni. Parlo di Valentina Parisse, il cui concerto andrà in onda stasera a Radio Italia. Un gran traguardo, questo, dal momento che i concerti di Radio Italia non sono solo molto ascoltati, la radio in questione è una di quelle con più ascoltatori nel nostro paese, ma perché sono concerti molto ambiti, nei quali si esibiscono sempre e soltanto gli artisti del momento.
Valentina Parisse è una di loro. E lo è perché per stima l’ho cercata, per stima le ho chiesto di prendere parte al mio Festivalino di Anatomia Femminile, che è una kermesse virtuale che ormai va avanti da nove anni e che ha dato spazio a un numero impressionante di grandi cantautrici, per stima l’ho intervistata con mia figlia Lucia nella prima stagione del nostro podcast insieme Bestiario Pop, e una volta che ci si è iniziati a frequentare un po’ di più per stima e amicizia abbiamo deciso di portare proprio quel format a teatro, facendolo diventare uno spettacolo a più voci, le nostre, la sua, quella di mia figlia Lucia e la mia, mie le parole, e quella di ospiti, nella prima al Teatro Gerolamo di Milano quelle di Andrea Mirò, Francesco Baccini e delle Bambole di Pezza. Per amicizia e stima perché, la penso così, quando si decide di dividere il palco con qualcuno ci debba sicuramente essere stima reciproca, la faccia che ci si mette è a fianco alla faccia degli altri, ma anche perché, soprattutto quando si condivide insieme un palco, chi vuoi a fianco è qualcuno su cui puoi sempre contare, come quando si va a fare una rissa in un bar. Ecco, Valentina Parisse è un po’ il mio Franco Begbie, parlo del Franco Begbie raccontato da Irvine Welsh in Trainspotting e portato magistralmente al cinema da Robert Carlyle, forse giusto un filo meno rissoso. Ma è comunque un vulcano, una forza della natura, una che se c’è da rimboccarsi le maniche non se lo fa dire due volte (sono anche abbastanza sicuro che sarebbe capace di portare avanti una rissa in un bar, fosse necessario). Ma è anche e soprattutto una bravissima cantautrice, una che negli USA sarebbe forse in quota AOR, che sta per Adult Oriented Rock, una penna in grado di azzeccare le melodie giuste, su cui appoggiare poi i testi giusti. Per intendersi, e qui magari ci potete davvero leggere un pizzico di affetto, una che in qualche modo è parente di Diane Warren o di un Gregg Alexander dei New Radicals, se non sapete chi siano spogliatevi di tutti gli indumenti, copritevi da soli di pece e piume e poi andate in giro per le strade della vostra città affinché la popolazione possa schernirvi, poi tornate a casa, fatevi una lunga doccia, pece e piume sono difficili da levare di dosso, immagino, rivestitevi e andate a ascoltarvi tutto quel che negli anni hanno singolarmente scritto, vi lascio qui giusto qualche titolo intanto che vi spogliate, I Don’t Wanna Miss a Thing degli Aerosmith, Murder on the Dancefloor di Sophie Ellis-Bextor, andate in pace. Ecco, perché Valentina Parisse, torno a parlare di lei, non ha una scrittura solo AOR, ovviamente una scrittura AOR di una italiana cresciuta anche ascoltando i cantautori, quindi AOR nel senso di cui sopra e metabolizzato da un’italiana, ma gioca anche con i suoni che vigono oggi, quindi è in grado di passare dall’electropop a qualcosa che potrebbe essere il figlio legittimo o illegittimo, fate voi, di una storia d’amore tra l’urban e il nostro cantautorato. Sentitevi il suo penultimo singolo, Minimal, passato parecchio in radio nei mesi scorsi, o la recente Asteroide per credere, ma ascoltatevi anche, vado random Animali, canzone che ha sancito poi la partenza del nostro progetto congiunto Bestiario Pop, o Ogni bene, andando più indietro, Sahara, o ancora Vischio, l’anti-canzone di Natale. Una penna molto interessante, stasera a Radio Italia a partire dalle 21 potete sentire parte del suo repertorio, che sta per tornare con un nuovo EP dal titolo VP, come le sue iniziali. Sei canzoni, Asteroide e Minimal più quattro inediti, la malinconica Colpa di Battisti, l’intensa Foglie rosse, forse la più bella di questa covata, la sensuale Ragazze tristi, la sincopata Taxi, tutta giocata su un giro di basso killer e sul flow della nostra, canzoni inedite che non saranno più tali dalla mezzanotte tra giovedì e venerdì, ma già qualcosa sentirete stasera a Radio Italia. Canzoni che ve la faranno conoscere sotto altre angolature, e che angolature. Perché, questo forse ancora non l’ho detto, Valentina non ha solo una grande penna, qui per altro accompagnata anche da altre grandi penne, ne cito un paio, passate entrambe come lei da Musicleaks, Marco Guazzone e Martina Vinci, ma anche una gran bella voce, calda, con una pasta riconoscibile, in grado di veicolare emozioni. Quindi penna, voce, repertorio. Cosa manca, ecco, qui, conoscendola, immagino si incazzerà un po’ con me, tra amici succede, ma non manca proprio niente, perché ultimo aspetto è proprio l’aspetto, Valentina Parisse è proprio una gran bella donna. Carismatica, gli artisti son così, ma proprio bella. Solo che, immagino per far emergere il talento senza cercare scorciatoie, Valentina tende a non voler troppo apparire, Gino Paoli sarebbe fiero di lei, in tal senso. Non volendo fare il verso al Brunori che a Sanremo giocava sul suo essere dimagrito dicendo che a un certo punto si è fermato perché non voleva puntare troppo sulla bellezza, non credo sia un segreto che non è sull’aspetto fisico che io personalmente punto troppo, pur nella consapevolezza che i miei capelli lunghi, i miei occhialoni rosa, la mia faccia e il resto non passano inosservati, ecco, ma se io fossi Valentina e avessi l’aspetto di Valentina, credo proprio, ci giocherei su parecchio, Elodie scansate. Lei invece no, e va bene così, tanto basta la musica, ascoltando VP e il concerto di stasera a Radio Italia vi sarà ben chiaro. Lei, Valentina Parisse, la mia amica geniale.