Menti & Commenti: Lisbon Story “Nella piena luce del giorno anche i suoni splendono”

Analisi del Film “Lisbon story”:  Uno squarcio di memoria su ciò che si vede e si sente

«Vieni a Lisbona con il tuo armamentario al più presto!» Così scrive su di una cartolina Friedrich Munro regista che lavora a Lisbona al suo amico e tecnico del suono Philip Winter.

Proprio come Wenders, al quale nel 1994 è stato commissionato un documentario sulla città – quell’anno capitale europea della cultura – Munro sta lavorando ad un film: il reportage si trasforma in una pellicola traboccante di riflessioni e poesia, dedicata a Federico Fellini, appena scomparso.

Le prime scene raccontano il viaggio come metafora esistenziale: Winter il fonico per raggiungere l’amico Friedrich attraversa buona parte dell’Europa occidentale. Il percorso è scandito dalle trasmissioni plurilingue dell’autoradio e da alcune intriganti osservazioni: “L’Europa si è fatta davvero molto piccola” dice Winter, sottolineando che il gusto dell’avventura riduce le distanze che, se immaginate, appaiono maggiori di quelle effettivamente percorse, così come “i panorami sembrano raccontare tutti la stessa storia”. Il fonico definisce il suo punto di vista, diametralmente opposto – nel senso e nella predisposizione d’animo – a quel desiderio espresso più avanti da Friedrich che legge Pessoa: “voler essere tutta la gente di tutte le parti”.

Mentre Winter è concreto, consapevole pienamente di quella sorta di fondo comune dell’umanità che conduce a mantenere o a modificare il mondo sempre nello stesso modo, Friedrich è visionario, certo di una sorta di inconfutabile diversità ancestrale tra le etnie, che vorrebbe conoscere profondamente.

Winter ha una gamba ingessata e un rottame di automobile che lo abbandonerà di lì a poco prima di raggiungere Lisbona, ma le peripezie di quel viaggio rocambolesco delineano ancora una volta il personaggio: un uomo caparbio ed entusiasta, forse imbranato ma placido anche davanti alle contrarietà, che si precipita dall’amico non vedendo l’ora d’incontrarlo per lavorare con lui. Quando arriva in città Friedrich si è però dileguato, dissolto nel nulla. Nella sua casa trova solo le bobine delle ultime riprese e ragazzi che giocano con una videocamera che però non sanno dirgli che fine abbia fatto l’amico. Nello stesso edificio incontra i Madredeus, un gruppo di musicisti folk, che provano per una tournée e che Friedrich a suo modo ha ingaggiato perché curassero la colonna sonora del film. Attendendo che si faccia vivo, Winter comincia a guardare le immagini girate con una vecchia macchina da presa e trova sul comodino le Poesie Esoteriche di Fernando Pessoa e qualche appunto: da Pessoa Friedrich attinge delle riflessioni rispetto all’immagine vista poi ripresa e compie una serie di esperimenti: comincia a filmare a caso perdendosi per le strade della città mentre i suoi occhi sono finalmente liberi di fissarsi in quelli altrui; si abitua a poco a poco a non essere sotto controllo e alla solitudine che ritiene ormai indispensabile per abbandonarsi  totalmente a se stesso.

In un film – scrive Friedrich – “il tempo ha un valore particolare, tu cerchi di concentrare tutto nel momento in cui la macchina da presa è in funzione, quello che succede prima e dopo non conta nulla”. Poi comincia a pensarla in maniera diversa: “il tempo è un’esperienza nuova, non ci sono estremi, tutto conta e ha la medesima importanza, quasi non seleziono più, che libertà!” Riprende ogni cosa senza scegliere le immagini con un criterio possibile perché: “Una volta che l’immagine è stata vista l’oggetto che è in essa muore”. Lascia a chi vedrà l’arbitrio di cogliere ciò che più gli aggrada, di compiere l’esperienza del vedere senza che nessuno abbia prestabilito cosa valga o non valga la pena di osservare.

Poi la confessione: “sono stufo di tornare a casa, la casa ostacola il mio rapporto con la città, crea un diaframma di cui non ho più bisogno, sento lentamente pulsare il mio cuore… quello che vedo e quello che sono diventano una cosa sola”.

Friedrich si accorge che Lisbona non è una città qualunque: conserva tra le linee del tram onnipresenti sul suolo e in cielo, la vocazione marinara e una sfilza di sfumature di verità e tradizioni popolari. Situata sull’estremità occidentale della penisola iberica, sull’estuario del fiume Tago, è la capitale più occidentale dell’Europa continentale. Nodo strategico per il commercio con l’entroterra iberico, punto di sosta, approdo alla foce del fiume, coacervo di culture differenti: da Lisbona passano fenici, greci, romani, vandali, arabi e come tutte le città stratificate dalle molteplici e variegate dominazioni, trasuda storia, affascina chi la osserva, cattura e si lascia scoprire. Munro utilizza una vetusta cinepresa a manovella con pellicola in bianco e nero, come ai tempi del cinema muto per “rapire” la città e la suo fascino. Poi ha la conferma, leggendo Pessoa, che anche i suoni sono in grado di restituire visioni: “per quanto fosse nato cieco non si può immaginare quello che poteva vedere”. Pensa che i rumori possano essere garanti di una verità universale e cerca l’esperto Winter. Ma anche questa convinzione verrà presto abbandonata. Intanto tra i suoni di Lisbona, il gioco con i ragazzini e l’innamoramento con la cantante dei Madredeus, Philip lavora e raccoglie i suoni per il film, ignaro che Friedrich non voglia più saperne di ultimare le riprese. Soltanto gli indizi lasciati da Ricardo, un giovane amico del regista, porteranno il fonico a ritrovarlo. Munro appare incredibilmente sorpreso di vedere Winter che, non poco risentito, cerca di ricordargli che il motivo della sua trasferta portoghese è proprio lui e la sua cartolina. Il regista gli spiega di aver abbandonato da tempo il progetto poiché non crede più al valore del cinema, che preferisce vivere come un vagabondo riprendendo da una telecamera appesa dietro la spalla, lasciando solo alla realtà e ai futuri spettatori il compito di interpretare la vita.

 

Tuttavia, Philip, grazie a un messaggio lasciato proprio in una delle telecamere di Friedrich che ormai ha soprannominato “il re del magazzino immagini spazzatura, lo Dziga Vertov di fine millennio”, lo convincerà a ricominciare le riprese del film, facendogli capire che le immagini in movimento possono ancora essere commoventi: “muovi gli occhi attorno e fidati di loro, non ce l’hai mica sulla schiena… perché sprecare la tua vita in superflue immagini spazzatura, quando a metterci il cuore puoi farne d’indispensabili in magica celluloide!

 

 

Note tecniche

 

Film: Lisbon Story

Regia: Wim Wenders

Paese di produzione: Germania, Portogallo

Anno: 1994

Durata: 105 min

Genere: drammatico

Soggetto e sceneggiatura: Wim Wenders

Distribuzione in italiano: Mikado Film

Fotografia: Lisa Rinzler

Montaggio: Peter Przygodda, Anne Schnee

Musiche: Madredeus

Scenografia: Zé Branco

 

Interpreti e personaggi

 

Rüdiger Vogler: Phillip Winter

Patrick Bauchau: Friedrich Monroe

Joel Ferreira: Zé

Madredeus e Teresa Salgueiro: Loro stessi

 

fonte immagini: foto dal film

 

 

 

 

 

 

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