«Inventing Anna»: guai per Netflix, arriva una denuncia

La serie è stata prodotta da Shonda Rhimes

Nei mesi scorsi a lungo si è parlato di “Inventing Anna”, serie ideata da Shonda Rhimes e dalla sua Shondaland con Netflix, basata su una storia vera.

Negli episodi viene infatti raccontata la storia della truffatrice Anna Sorokin, conosciuta da tutti come Anna Delvey.

C’è però chi non ha apprezzato la messa in onda. Tra queste Rachel Williams ex dipendente di Vanity Fair truffata dalla Sorokin per 62.000 dollari.

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La donna ha infatti denunciato Netflix per l’immagine che la serie ha regalato del suo personaggio.

Lunedì ha intentato una causa per diffamazione contro il colosso di streaming.

A suo dire Netflix l’ha ritratta «come una persona avida, snob, sleale, disonesta, codarda, manipolatrice e opportunista».

Insomma, la produzione l’avrebbe diffamata: ne uscirebbe fuori come una donna priva di scrupoli che poi denuncia anche l’amica dopo averla abbandonata in Marocco.

Tanti sono i protagonisti dello show, quei tutti però, come evidenzia la difesa della Williams sono presentati con nomi fittizi. In Inventing Anna questo non accade però al suo personaggio di cui si sa tutto dal lavoro al nome vero.

L’avvocato ha spiegato: «Abbiamo intentato la causa perché Netflix non solo ha inserito fatti falsi in Inventing Anna per far apparire Rachel come una persona orribile, ma anche perché ha usato il suo vero nome e i suoi dettagli biografici per il personaggio».

Poi il chiarimento su cosa viene contestato, ovvero non «il diritto di Netflix di includere nella sua serie una snob bugiarda, spocchiosa e codarda, ma avrebbero dovuto dare al personaggio un nome fittizio e assicurarsi che nessuno pensasse che si trattasse di Rachel. Invece, la sua reputazione è stata devastata perché i telespettatori credevano di vedere come si era comportata la vera Rachel. Gli abusi di cui è stata vittima sono stati davvero terribili. Questa causa cerca di difendere la sua reputazione e di ricordare ai creativi che non possono creare figure di odio e dare loro nomi di persone reali».

La Williams aveva prima raccontato quanto l’è successo in un articolo di Vanity Fair e poi nel libro My Friend Anna.

 

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