Femminicidio di Giada Zanola, il compagno resta in carcere

Femminicidio Giada Zanola, il movente e la messinscena dopo il delitto

Femminicidio di Giada Zanola, il compagno resta in carcere. Si è avvalso della facoltà di non rispondere

Andrea Favero resta in carcere nonostante la richiesta della difesa di attenuare la misura cautelare. L’uomo è accusato dell’omicidio di Giada Zanola, la 33enne precipitata da un cavalcavia della A4 nel territorio di Vigonza (Padova) la notte tra il 28 e il 29 maggio.

Favero si trova in carcere con l’accusa di omicidio volontario fin dal suo fermo, disposto dal pm al termine delle indagini preliminari. La difesa aveva presentato un’istanza per ottenere i domiciliari, ma il gip del tribunale di Padova ha respinto la richiesta.

Le motivazioni della decisione non sono ancora state rese note, ma è probabile che il gip abbia ritenuto sussistenti le esigenze cautelari, ossia il pericolo di fuga o di inquinamento delle prove, che avevano portato all’arresto di Favero.

Giada Zanola è stata trovata senza vita ai piedi di un cavalcavia della A4 la mattina del 29 maggio. Le indagini dei carabinieri hanno portato all’arresto di Andrea Favero, il suo ex compagno, con l’accusa di averla spinta giù dal ponte.

L’uomo ha sempre respinto le accuse, dichiarandosi innocente. La sua versione è che la notte del delitto lui e Giada Zanola si trovavano sul ponte per chiarire la loro situazione sentimentale e che la donna sarebbe caduta accidentalmente nel vuoto durante una lite. Successivamente avrebbe fatto delle ammissioni, per poi chiudersi nel silenzio.

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Le indagini proseguono per fare luce sulla dinamica dei fatti e per accertare le responsabilità di Favero. I carabinieri stanno cercando di ricostruire gli ultimi istanti di vita di Giada Zanola e di trovare prove che possano corroborare o smentire la versione dell’uomo. Si attende anche l’esito dell’autopsia, che è fondamentale per capire se la donna era già morta o meno nel momento in cui è stata buttata dal ponte. Fondamentali anche gli esiti degli esami tossicologici, il sospetto è che la donna possa essere stata prima drogata.

Sul movente si pensa che tutto sia scatenato dalla volontà della donna di chiudere la loro relazione e di ricominciare una nuova vita con un nuovo lavoro e un nuovo compagno. A rendere più tesi i rapporti tra i due, il figlio di tre anni conteso. Inoltre, si aggiunge l’ipotesi che la vittima temesse di poter restare vittima di ricatti a sfondo sessuale. Il suo cellulare risulta scomparso.

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