Benedetta Porcaroli protagonista del nuovo numero di Vogue

Benedetta Porcaroli è la protagonista del numero di gennaio di Vogue Italia, il primo nell’anno della celebrazione del 60°anniversario del magazine

Nell’intervista di Jonathan Bazzi, Benedetta parla dei suoi rituali, dei suoi sogni ricorrenti, della recitazione come atto politico e di spiritualità. Fotografata da Elizaveta Porodina appare come una giovane donna con un viso che rimanda ad epoche passate e che non ha paura di rischiare.

Ha iniziato a recitare per caso: cosa l’ha convinta a continuare?

Questo mestiere può avere un senso politico: è un amplificatore, fa sì che le persone vedano quella storia, quei temi. Per me però è anche una specie di missione privata, che non ha a che vedere con quanto pubblico avrai, coi giudizi. Ti libera, produce in te delle cose.

So che ha un rapporto intenso coi sogni: ogni mattina se li annota.

Credo che le nostre responsabilità comincino proprio dai sogni. Mi piace questo corpo a corpo che, al risveglio, faccio col mio inconscio. Nei sogni mettiamo in scena noi stessi: le varie parti di noi vengono interpretate da personaggi diversi. Ci si può rivelare qualcosa che non avevamo gli strumenti per portare alla luce: è un motore che produce le nostre azioni quotidiane. Senza il sogno ormai mi sento incompleta, come se mi mancasse un pezzo.

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Oggi manca la capacità di rischiare?

Posso pubblicare una storia, farti vedere che supporto una determinata causa, senza fare nel concreto nessuno sforzo. I social ci danno l’illusione di avere un potere che non abbiamo. Dare un megafono a tutti è come non averlo dato a nessuno. Siamo sedati. Cosa avrebbe fatto oggi un personaggio come Pasolini? Prima le persone si esponevano, mettevano a rischio persino la vita. Mi immagino questi grandi personaggi del passato che ci guardano sconsolati: credo si aspettassero qualcosa in più.

Si torna alla rapidità e alle esperienze che dilatano il tempo invece che comprimerlo. 

Vorrei che le scuole, tra le materie, inserissero il cinema e il teatro: per andare avanti dobbiamo riprendere a rivolgere lo sguardo indietro, alla lentezza. Le cose oggi entrano nel nostro immaginario con la violenza di un carrarmato e con la stessa velocità se ne vanno. Non c’è tempo per l’invisibile: ciò che è misterioso suscita timore, e per avvicinarlo servirebbe una quiete difficile da coltivare. I limiti del nostro mondo vanno guardati e compresi molto bene per immaginare nuovi modi per essere liberi.

L’intervista completa è disponibile sul numero di Vogue Italia in edicola dal 28 dicembre e sul sito vogue.it.

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