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Oggi mi sono sentito un po’ Del Debbio. Non è stata una bella sensazione, sentirsi Del Debbio, anche se è durato poco, pochissimo, giusto il tempo di realizzare e provare quel senso di disagio che in genere provo quando mi capita di vedere dei reel tratti dai suoi programmi, di cui per salvaguardia del mio amor proprio neanche conosco il titolo. I social, in questo, sono tremendi, perché finiscono sempre per metterti a conoscenza di qualcosa che magari non vorresti sapere, dalla quale ti sei tenuto o ti tiene a debita distanza. Ecco, io mi tengo a debita distanza dai programmi di Del Debbio, e come i suoi anche dai programmi dei vari Mario Giordano, Nicola Porro, Cruciani e Parenzo. Di Del Debbio non saprei neanche dire a memoria, così, senza pensarci troppo, il nome di battesimo, ma quel che ho visto sui social mi è sufficiente. Certo, qualcosa fa ridere, tipo quando sbrocca, lì a bestemmiare o quasi in dialetto livornese, ma per il resto è qualcosa di costantemente arroccato su posizioni qualunquiste, di destra populista, roba che mi fa venire la pelle d’oca, per dirla con il Mughini del Processo del Lunedì “che aborro”.
Per questo, quando oggi mi sono sentito un po’ Del Debbio, mi sono sentito estremamente a disagio. Mi sono sentito come avessi fatto qualcosa di sbagliato, con la coscienza sporca, sensazione che dubito attraversi quelli come Del Debbio, dubbio forse frutto di un pregiudizio, visto che non lo conosco, ma che comunque è utile ai fini di quel che vi sto raccontando.
È successo che stavo accompagnando mia moglie in un posto vicino casa, un posto che però lei non sapeva trovare da sola, mia moglie è del tutto priva di senso dell’orientamento, chissà cosa penserebbe di lei Galimberti, o cosa penserebbe di me e di questo mio scrivere arzigogolato, ai miei tempi uno che fa discorsi come quelli da lui fatto sulla dislessia, credo, non supererebbe l’età dello sviluppo, ma sto andando fuori tema, e per farlo stavamo attraversando in tutta la sua lunghezza la strada nella quale abitiamo. Lungo la strada, circa a metà del percorso che avremmo dovuto fare, vedo che ci stanno venendo incontro un ragazzo e una ragazza, come nella canzone che i The Kolors hanno portato a Sanremo l’anno scorso, e che ho ancora inchiodata da qualche parte del cervello, al solo citarla mi è subito tornata in mente con tanto di balletto. Lei ha un cappotto lungo marrone, una pettinatura quasi classica, e tiene per mano lui, che è invece vestito con una tuta da ginnastica bianca, con su un giubbotto bianco e anche un cappuccio bianco calato in testa. Mentre camminiamo, divorando la distanza che ci separa da questa strana coppia, a sua volta in cammino verso di noi, mi accorgo che nel quadro d’insieme c’è una crepa. Di più, una fenditura, come uno squarcio nel tempio, solo che invece che far passare la luce del sole, chiaro riferimento a Dio, da lì trapela un sottile filo di merda, a voi decifrare la metafora. Perché il ragazzo non sta esattamente camminando per mano con quella ragazza, che poi ci diremo con mia moglie molto probabilmente è sua sorella, non la sua ragazza, sta piuttosto sbandando, tenuto in piedi dalla ragazza che lo regge per mano. Ha la faccia piena di tatuaggi, alla maniera dei trapper, Tony Effe, Lazza, quella gente lì, e ha gli occhi a mezz’asta, come un Claudio Santamaria che si è affogato di canne o chissà cosa. Sbanda e trascina i piedi, e nel mentre biascica, lo sguardo sempre più spento. La ragazza, con dedizione, cammina e lo sorregge, fingendo una dignità che probabilmente abitualmente le compete, ma che incrociando me e mia moglie per un momento traballa, proprio come il ragazzo.
Vicino casa nostra, proprio dalla parte da cui i due ragazzi arrivano, c’è un centro dell’Asur, non abbiamo mai capito di che si tratta, dove capita di vedere gente con chiari problemi di tossicodipendenza. Una sorta di Sert, dove un tempo davano il metadone agli eroinomani, con un addetto alla sicurezza fisso davanti alla porta, e un tizio buffo, vestito da generale dell’esercito austriaco, una lunga barba bianca a arrivare a metà del cappotto, a gironzolare sempre lì intorno, vai poi a capire perché. Mi è più volte capitato di incontrarci il padre di una ex compagna di classe di mio figlio grande, parlo delle elementari, e lui ormai fa l’università. Sapevo avesse problemi con gli stupefacenti, già ai tempi, perché capitava di vederlo un po’ conciato alle recite di fine anno, come a qualche festa di compleanno, ma vederlo lì davanti ne è stata prova provata. So che nel mentre si è separato, e posso anche capirne le ragioni. Di fatto ogni volta che l’ho visto, e immagino lui abbia visto me, seppur non sempre è in splendida forma, ho finto di non averlo riconosciuto, per evitare l’imbarazzo reciproco di incontrarci in un momento non molto edificante. Non che io stessi facendo chissà cosa, se passavo di lì era indubbiamente per aver parcheggiato da quelle parti, il centro in questione si trova in una strada lontana dalla metropolitana o dai negozi che in genere frequento, ma sapere che lui era lì per il metadone o comunque per qualcosa del genere mi ha sempre lasciato a disagio, come sapere un segreto inconfessabile di qualcuno e non volere che questo qualcuno ne sia a sua volta a conoscenza.
Non conosco il ragazzo vestito di bianco coi tatuaggi in faccia. Né la ragazza che lo sta accompagnando con grande dignità, io e mia mogli pensiamo sua sorella. Ma a vederlo ho subito pensato qualcosa che mi ha fatto sentire come Del Debbio, qualcosa che ruota intorno a certi pregiudizi nei confronti di chi ascolta o fa la musica trap, di chi va in giro con i tatuaggi in faccia, di chi veste sempre con le tute da ginnastica, anche quando non sta facendo nulla che contempli l’attività fisica, sempre che non sia ascrivibile a queste attività anche calarsi pasticche, fumare qualcosa o forse ancora iniettarsi qualcosa nelle vene. Ecco, anche in questo mi sono sentito Del Debbio, ma magari anche questo è un pregiudizio mio, e lui, Del Debbio, è perfettamente a conoscenza di questi argomenti, mi sono sentito Del Debbio nel non sapere che tipo di droghe usino i ragazzi di oggi, quelli come il tipo vestito di bianco e coi tatuaggi in faccia sorretto da sua sorella, ma nel ritenere tutto ciò comunque profondamente idiota, così, senza giustificazioni o cause altre ipotizzabili.
Non che io sia tanto più esperto delle droghe del passato, intendiamoci, per una questione tutta mia non mi sono mai fatto neanche una canna, pur avendo l’aspetto del classico fricchettone, un moralista quasi da Santa Inquisizione, sotto mentite spoglie. Solo che un tempo ce n’erano meno, gli acidi, le pere, la cocaina, le canne, che so si distinguevano tra marijuana e hashish, poco altro, mentre oggi ce ne sono tante di più, da che la chimica ha invaso la scena, credo negli anni Novanta, nel periodo dei rave. Ho letto Burroughs, certo, come ho letto Irvine Welsh, ma credo non sia sufficiente, più di quanto basti aver ascoltato Wagner per decidere di invadere la Polonia, direbbe Woody Allen.
Un po’ come nelle scuole superiori, penso, forse influenzato proprio dal famoso discorso cui facevo riferimento prima di Galimberti. Ai miei tempi erano poche, in alcuni casi, io abitavo in provincia, ma pur sempre in un capoluogo di regione, c’erano i licei, che erano di due tipi, classico e scientifico, senza tutte quelle variabili di oggi, lo scienze applicate, quelli rinforzati nelle lingue, poi c’erano i linguistici, che da noi appunto non erano presenti, poi le magistrali, categoricamente solo femminili, e per chi voleva fare la maestra, infine ragioneria, geometri e l’Itis, per chi era appartenente a un ceto sociale che non poteva ambire di default all’università, le professionali per chi non aveva voglia studiare. Stop. Oggi è un proliferare di sfumature, licei di ogni tipo, per tutti, pochi istituti tecnici, molto specialistici, le professionali praticamente a favore solo degli extracomunitari e di chi viene da situazioni disagiate, periferiche. Se non hai figli in età scolare e non ti droghi sei come tagliato fuori dal mondo reale, verrebbe da chiosare, non fosse il retrogusto amaro di essere stato per qualche secondo come lo spettatore tipo di un programma di Del Debbio, o peggio proprio come Del Debbio stesso (sia chiaro, nessun Del Debbio o spettatore di un suo programma è stato maltrattato in questo pezzo, si usano concetti facilmente decifrabili per creare suggestioni a pronto uso).
E dire che ho quattro figli che coprono, loro malgrado, una fascia d’età che va dal giovane adulto all’adolescente, spalmati come sono tra i ventitré e i tredici anni, quindi qualcosa che riguarda i giovani, non fosse che incidentalmente dovrei pure saperlo. Non sto ovviamente parlando di droghe, ci mancherebbe pure altro, parlo di culture giovanili, di modi di agghindarsi e di mascherarsi, volendo anche di affrontare la vita, perché ai miei tempi io non facevo certo uso di sostanze stupefacenti ma non è che non fossi a conoscenza che buona parte dei miei conoscenti ne faceva uso, conoscendo anche i minimi dettagli del modo di farne uso.
Guardando ai giovani d’oggi mi sento come Del Debbio, figuriamoci quindi se pretendo di poter capire il perché e percome funzionino certe dinamiche relative a fenomeni musicali che invece che partire dall’alto, quindi dalla discografia, ho mica a caso parlato di trap, lì a imporre gusti, partono dal basso, macinando numeri su social quali Tik Tok, a volte anche Instagram, diventando quindi star di quel mondo lì prima ancora che assurgere al ruolo di popstar conclamate, la discografia a non dover far altro che appoggiare soldi sonanti sul tavolo, senza neanche bisogno di infiocchettare un pacchetto regalo già bello e pronto, un quadro già con la cornice.
Ma non è di dinamiche o mode giovanili che voglio parlare, perché l’artista di cui vado a occuparmi, anzi, di cui metaforicamente mi sto occupando da qualcosa come novemilanovecento e rotti caratteri, giovane non è, almeno tecnicamente, avendo a settembre scollinato il dosso degli enta. Parlo infatti di Halsey, al secolo Hashley Nicolette Frangipane, nata nel settembre 1994 a Edison, da poche ore tornata sul mercato con un nuovo singolo dall’evocativo titolo Safeword. Un singolo che arriva a poca distanza dalla pubblicazione del suo ultimo, quinto album, The Great Impersonator, lanciato con una interessantissima campagna social. Per settimane, infatti, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 2024, invece che destreggiarsi in lanci canonici, pubblicando reel o estratti di tracce che poi sarebbero andate a comporre la tracklist, Halsey ha tirato fuori delle singolari cover di personaggi che a suo dire l’avevano influenzata in carriera, andando quasi a dar vita a una versione instagrammabile di Tale e Quale. Eccola nei panni di tutta una serie di personaggi, da Marilyn Monroe a Bjork, passando per Tori Amos, Fiona Apple, Joni Mitchell, Aalyah, Britney Spears, Linda Ronstadt, Bruce Springsteen, Steve Nicks, Dolores O’Riordan, Amy Lee degli Evanescence, David Bowie, Cher, Kate Bush, PJ Harvey e Dolly Parton, dimostrnado non solo impensabili capacità camaleontiche, perché in certi casi era davvero identica all’originale, ma anche una intelligenza nel giocare col web fuori dal comune, forse il lancio anche più forte del progetto musicale stesso. Riuscire a definirsi come artista dall’identità solida e definita giocando con le identità degli altri, credo sia lapalissiano, è qualcosa di assolutamente geniale.
Oggi è invece la volta di Safeword, lanciata a sua volta con foto e reel, sempre su Instagram, con chiari riferimenti al mondo BDSM, cioè a quello che comunemente viene chiamato bondage (e so che non è corretto chiamare quel mondo solo così). L’abbiamo quindi vista tre giorni fa vestita, poco, di pelle e borchie, un cappellino che richiama alla mente Querelle de Brest nella versione di Fassbinder. Poi imbragata di lattice nero mentre tiene al guinzaglio un tizio a quattro zampe, a sua volta vestito di lattice nero, una sorta di sosia del tipo che in Pulp Fiction se ne sta con una pallina infilata in bocca mentre Bruce Willis libera Marcellus Wallace. Eccola con un body di lattice nero, un anello di quelli su cui si fissano le catene proprio sopra il pube, mentre se ne sta a gambe larghe seduta su un divano, una ciliegia in procinto di finirle dritta in bocca. Eccola mentre si stringe le mani sulle mutande mentre sta a cavalcioni su uno specchio. Eccola infine mentre è appesa per i piedi, a testa in giù, due stelline nere a coprire i seni, un patch nero a fungere da biancheria intima, a chiudere il lancio del brano, Safeword la cosiddetta parola di sicurezza da pronunciare quando le pratiche di sottomissione o di violenza superano quelli che si ritengono i limiti. Safeword, la canzone, lanciata con qualche ora di anticipo sulle tradizionali mezzanotte di Londra tra il giovedì e il venerdì, quando album e singoli ormai finiscono sul mercato per potersi giocare ogni singolo minuto disponibile nel conteggio delle classifiche, la settimana seguente, è un punkettone irriverente, accompagnato da un video che raccoglie tutte le situazioni spolierate sui social, con l’aggiunta di molte altre. Qualcosa di estremamente spiazzante, se si pensa che il suo quarto e penultimo album, If I Can’t Have Love, I Want Power, era tutto incentrato sul diventare madre e il woman empowerment, lei a campeggiare come una madonna medievale in copertina, con figlia in braccio e seno turgido scoperto in bella vista, a pensarci bene maternità e woman empowerment oggi creano già un bel cortocircuito, in questa epoca di regressione demografica e dove sembra che fare figli sia comunque visto come un assoggettarsi a un qualche piano populista, qualcosa da guardare con sospetto.
Qui e ora Halsey gioca a fare la dominatrix, a volte, in altri frammenti è lei la sottomessa, sempre e comunque supersexy, a tratti una Nina Hagen 2.0, decisamente poco incline a aderire a quella cultura woke che nel mentre sembra aver invaso il campo dell’immaginario pop più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Safeword è un brano che anche musicalmente abbandona decisamente le atmosfere electropo degli esordi, quasi in odor di ambient, e comunque sta dentro il pop, certo, ma con tutte le sfumature che al pop ha portato la seconda ondata di punk, quella anni Novanta, quell’ondata pop-punk che negli USA sembra ritrovare linfa vitale ogni tot anni.
Certo, il mondo BDSM non è apparso per la prima volta oggi sulle scene mainstream, ben presente sin dai tempi in cui Madonna spiazzava l’opinione pubblica con l’album Erotica e il libro Sex, ma è indubbio che una popstar popolare come Halsey, oltre quarantasette milioni di ascoltatori medi su Spotify, trenta milioni di followers su Instagram, giocare in quel medesimo campo oggi è oggetto di stupore, se non addirittura di shock. Mettete insieme la madre imperiosa nella copertina del suo quarto album e la Halsey che si masturba guardandosi allo specchio nel finale del video e avrete davanti cinquanta sfumature di donna, forse anche di più. E dire che dalle nostre parti aveva percorso quello stesso cammino un’artista come Anna Soares, poi ritiratasi forse anche per non essere stata compresa, erano anni decisamente non sospetti, e che altrove è sempre lì che si muove Mercedes666, non a caso a condividere sui social alcuni frame del video di Halsey, come a rivendicare una sua qualche influenza, artiste entrambe decisamente più ascrivibile all’underground.
Resta che, per ragioni che mi sfuggono e sulle quali non ho interesse a indagare, vedendo il video di Safeword non è Del Debbio e il suo pubblico che mi viene in mente, parlo del Del Debbio e del pubblico di Del Debbio che è sostanzialmente uno stereotipo nel mio modo di guardare al mondo, si sarà capito, ripeto, nessun Del Debbio è stato maltrattato in queste troppe, tante righe, né mi coglie il dubbio sul perché ci sia gente che ama andare in giro al guinzaglio di qualcuno, o farsi appendere a testa in giù con dello scotch a coprire i capezzoli. Evidentemente sento a me più vicina Halsey che il tipo coi tatuaggi in faccia che barcollava poche ore fa sotto casa mia, accompagnato da sua sorella mano nella mano, questo pur non essendo io un frequentatore di mondi in lattice. O magari è che sento a me più vicina la musica punkeggiante del pezzo, io cresciuto con Dead Kennedys, Ramones e Hüsker Dü, e all’ultimo Festival di Sanremo promotore di quell’incubatore di giovani talenti che è stato il format PunkRemo, presso CasaBontempi.
Di fatto, pur nella convinzione che ognuno debba avere il diritto di viversi la vita che vuole, senza sconfinare nel giardinetto della libertà altrui, penso che giocare con certi immaginari per creare disagio, crepare quadretti idilliaci, smascherare ipocrisie, questo in fondo fa Halsey, sia ben altra cosa che farsi promotori di stili di vita dannosi in primis per se stessi, l’intorpidimento fisico e mentale che talune modalità comportano non fanno che tenerci con quel guinzaglio con cui Halsey porta a spasso il tipo carponi, altro che vita spericolata o di strada, a riprova che in fondo in fondo, pur partendo da angolazioni diverse, a volte io e Del Debbio, intendendo con Del Debbio quel modo di guardare agli altri barricati dietro un preconcetto, arriviamo a medesime conclusioni pur partendo da posizioni sideralmente distanti.
E comunque, credo che anche a quelli come il tizio coi tatuaggi in faccia e la sorella che lo regge amorevolmente per mano non guasterebbe una Safeword, anche se dubito che poi sia abbastanza lucido per capire che è arrivato il limite da non superare.