Qualche anno fa, per la precisione nel 2022, ho avuto una epifania. Non capita spesso, di avere una epifania. Tanto meno in musica. Sono andato a Aversa, giurato e amico del Premio Bianca D’Aponte, come ormai succede da tempo, e lì ho visto e ascoltato una giovane artista che mi ha letteralmente stregato. Di quelle che le vedi e le ascolti, o le ascolti e le vedi, e hai la sensazione che sei di fronte a una artista destinata a rimanere. Di più, a lasciare un segno importante nella scena musicale italiana.

L’ho dichiarato, già allora, dicendo che era lei che avrei votato e lei che speravo vincesse anche il premio assoluto intitolato a quel talento purtroppo prematuramente scomparso di Bianca D’Aponte (qui vi parlavo dell’ultima edizione del premio, andato in scena a ottobre 2025, e anche del disco di Bianca, finalmente arrivato, andate a ascoltarlo senza se e senza mam https://361magazine.com/micaela-tempesta-vince-il-premio-bianca-daponte). Le cose sono andate diversamente, ma quella è stata l’occasione per entrare in contatto con lei. Contatto che mi ha dato modo di conoscere anche una persona molto interessante, un’artista interessante non necessariamente è interessante anche sotto il profilo personale. Ci siamo rivisti qualche volta, anche perché l’ho messa in contatto col mio amico Saul Beretta di Musicamorfosi, col quale faccio da anni anche il Festival delle 12 Lune a Seregno, a proposito, il prossimo 8 gennaio saremo di nuovo al Teatro San Rocco con Kekko dei Modà, non mancate, il quale l’ha chiamata insieme alle altre sue colleghe Ilaria Pastore, Lamo e Eleviole? a performare nella splendida cornice della Villa Reale di Monza, sotto Natale, in un contesto dedicato ai Beatles e dal titolo All You Need is Love. Poi ci siamo rivisti anche quando è venuta a Milano, ingiustamente maltrattata da X Factor, che ha ben visto di farla arrivare fin quasi ai live, salvo poi eliminarla e farla anche passare per stronza, con un sapiente taglio e montaggio, ma questa è fortunatamente roba del passato.

Oggi è il giorno di parlare di quel che sarà, e per farlo faccio di nuovo mie parole che le ho già dedicato, queste.

Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame.

Conosciamo tutti questo detto. E lo conosciamo, credo, più per la parodia che ne hanno fatto a suo tempo Aldo, Giovanni e Giacomo che per la versione originale, di cui confesso ignoro la titolarità. La usiamo, o meglio, l’hanno usata, non rientro nel novero, per pubblicità, per corsi motivazionali e per tutta una serie di varie e eventuali che avessero come tema la sopravvivenza, la forza di volontà, la capacità di doversi adattare alla contingenza, lungi da me il tirare fuori l’abusato concetto di resilienza, per altro poco adatto alla figura di una gazzella o di un leone che corrono, l’uno appresso all’altro.

Mi soffermo proprio sui protagonisti di questa storiella. La gazzella e il leone. Che la gazzella sia scattante lo sappiamo sin da che siamo piccoli, perché magari ci è capitato di vedere un documentario che ce la mostrava lì a correre. Mica è un caso che da noi in Italia la gazzella sia, in assenza di una fauna degna di questo nome, l’auto della polizia, in quel caso più votata a inseguire che a essere inseguita, ironia della sorte. La gazzella è veloce e scattante, probabilmente anche per quel suo essere poco attrezzata nel caso ci si ritrovi a dover affrontare un leone, una tigre, un leopardo o quel che è. Quindi, invece che combattere, suvvia, meglio una sana fuga. Il fatto che la gazzella si alzi sapendo di dover correre, confesso, mi mette un po’ di ansia, povera gazzella che vita di merda, ma la natura sa essere matrigna, ce lo ha detto bene e in rima un mio conterraneo che ancora oggi va per la maggiore nelle scuole, tale Leopardi Giacomo, anche qui, ironia dell’onomastica, leopardi lui che se ne stava tutto il tempo seduto a studiare, con la sua gobba.

Il leone, invece, nel nostro immaginario non dovrebbe apparire esattamente come ce lo racconta questa storiella, lì a correre, anche lui ansioso, pena l’andare a dormire senza cena.

Fate mente locale, avrete visto tutti, prima o poi, dei documentari che si svolgono in Africa, nella savana. Lasciate perdere i film della Disney, della Pixar e quelle robe lì, tipo Il re leone o Madagascar, parliamo di cose vere. I documentari, quindi. In genere, e parlo a ragion veduta, perché di documentari di animali ne ho visti davvero un fottio, il leone non appare esattamente come fosse una gazzella più grande e con una pettinatura vagamente più afro e vaporosa. Niente corse veloci inseguiti da altri animali, anche perché nessuno seguirebbe un leone per mangiarselo, ma neanche troppe corse veloci per inseguire gazzelle o chi per loro. Il leone, questo ci mostrano i documentari, passa buona parte del suo tempo a sonnecchiare, da qualche parte, lì, neanche sforzandosi il necessario per cercare un po’ d’ombra. A volte vediamo che ha sulla schiena uno di quei simpatici uccelli che poi svolgono funzione di togli zecche, ma più spesso se ne sta a dormicchiare e basta, inanimato. A dirla tutta, siamo tutti persone che hanno studiato, chi più chi meno, è pure ben noto che i leoni, quelli cristallizzati nella storiella della gazzella che tutte le mattine si alzano sapendo di dover correre più veloci dei leoni, pena finire per diventare il loro pranzo, non vanno mai a caccia, occupazione invece delle leonesse. Certo, le leonesse, siamo sempre lì, sono sprovviste di criniera, quindi un filo meno scenografiche dei loro mariti (o compagni, o conviventi, fate voi, sia mai che incappi nelle ire di qualche italianista), ma nei fatti è la leonessa che caccia, da sola o in compagnia delle altre leonesse del branco, spesso adottando una tecnica che tutto prevede fuorché una bella corsa veloce alle calcagna delle gazzelle, la leonessa tende a avvicinarsi alla preda in silenzio, non vista, salvo poi spiccare un salto felino tale da arrivare addosso alla preda, uccidendola. Del resto è il ghepardo a essere l’animale più veloce al mondo, fatta eccezione per falchi e aquile, che però volano, il ghepardo coi suoi centodieci chilometri orari e i suoi circa sei metri di salto in lungo all’attivo, non certo il leone.

Quindi sfatiamo la faccenda del leone che la mattina si alza sapendo di dover correre più veloce della gazzella. Al leone maschio di correre non frega nulla, a questo semmai dovrebbe pensare la leonessa, o meglio, le leonesse, perché i branchi di leoni sono quasi sempre composti da un leone alpha e da un numero intorno ai sei, sette esemplari di leonesse, a volte in presenza di un leone beta, sorta di scudiero del capo, al leone alpha l’ingrato compito di accopparcisi allo scopo di ingravidarle per mandare avanti la specie, non è dato sapere se anche il piacere rientri nei motori di questo agire loenesco, e oltre a quello di difendere il branco da attacchi esterni, non certo di branchi inferociti di gazzelle. Per la cronaca, e non vorrei che queste mie parole troppo infierissero sul leone in questione, i leoni maschi neanche si occupano di difendere i cuccioli, altro compito che grava sulle spalle sprovviste di criniera delle leonesse, lui si occupa degli adulti, in particolar modo quindi delle leonesse medesime, con le quali si accoppia, vedi tu come anche in natura sia sempre la figa a muovere le leve del mondo. Seppur, quindi, il leone sia in qualche modo simbolo di animale quantomai sociale, unico felino a vivere in branchi così numerosi, a volte si raggiungono anche i trenta elementi, è evidente a tutti come siano le leonesse il vero cuore di questi branchi, in una società fondamentalmente matriarcale che ha nelle femmine le cacciatrici, le genitrici e anche le educatrici dei più piccoli, al maschio il solo ruolo di difensore verso attacchi esterni, non che in molti animali si azzardino a attaccare branchi di trenta leonesse, giusto le iene macchiate, che sono i loro competitor in fatto di prede nella savana, anche se per fare una leonessa ce ne vogliono almeno quattro e per fare un leone addirittura dieci, e di riproduttori. Al punto che mentre i gruppi di femmine sono piuttosto stabili, fossero umani si parlerebbe di famiglie matriarcali, con forte presenza di parenti strette quali madri, sorelle e cugine, la figura del leone è aleatoria, i maschi sono di passaggio, pronti a essere scalzati da altri esemplari più forti o giovani. Al punto che verrebbe da ridisegnare il detto da cui siamo partiti in qualcosa che suoni come “Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà provare a non farsi tagliare fuori dal branco da un altro leone o morirà di pippe” (sul come un leone possa masturbarsi, in assenza di mani prensili, credo potremmo perderci come in certi discorsi senza capo né coda che si fanno certe volte nelle notti d’estate mentre si è in compagnia di vecchi amici e di una sana quantità di alcolici).

Chi abbia visto Il re Leone, del resto, ha ben presente queste dinamiche, lì raccontate in maniera forse un po’ più poetica. A chiosa l’informazione, sono solo numeri ma ci dicono già tanto, che un leone maschio vive al massimo dieci anni, mentre le femmine si aggirano intorno ai quindici anni, unica consolazione, si fa per dire, il sapere che almeno i leoni hanno uno sfintere fatto come Dio comanda, e almeno loro, a differenza dei cavalli, non imbarcheranno mai acqua dal culo, non fosse che i leoni come un po’ tutti i felini poco amano l’acqua e che comunque vivono in territori dove tutti questi corsi d’acqua non sono presenti. Insomma, più che vita da cani toccherebbe dire vita da leoni.

Bene, messi da parte stereotipi e inesattezze, direi che è arrivato il momento di parlare di musica, e di parlare di musica che con un leone, o forse dovrei dire una leonessa, ma no, è di leoni che si parla, ha molto a che fare.

Jungle Julia.

È lei colei di cui parlavo prima, quella che col nome di Jungle J. Anne ha preso parte al Premio Bianca D’Aponte e come Jungle Julia è passata dalle audizioni e i Boot Camp di X Factor 2024.

Oggi Jungle Julia ha firmato con la Universal, ha firmato con la Trident, si è fatta produrre da quel mostro di Tommaso Colliva. Ma arriviamoci con calma.

Partiamo dal nome, che del resto sta lì proprio per fornirci un comodo e agevole punto di partenza.

Jungle Julia, anche se lei all’anagrafe fa Giulia, viene dalla Toscana, terza figlia di sei di una famiglia che è vissuta in una comunità di neocatecumenali, su questo avrebbero voluto ovviamente far leva a XF, pensa te, ha una penna incredibile e presto lo saprete tutti.

Jungle Julia, dicevo, Dio mio non riesco a trattenermi dall’esprimere entusiasmo.

Jungle Julia, un omaggio dichiarato alla Jungle Julia di Grindhouse- A prova di morte, film di Quentin Tarantino gemello siamese del Grindhouse- Planet Terror di Robert Rodriguez, usciti in coppia nel 2007 e subito entrati nella sezione cult di tanti cinefili, ma è anche molto di più.

Jungle Julia, dicevo, sta per Giulia, il suo primo, quando c’era anche Anne il riferimento era al suo secondo nome, Anna, e secondo nome, mentre il Jungle iniziale è un deciso richiamo alla giungla, luogo nel quale si destreggia appunto il leone, suo animale guida, nonché suo segno zodiacale e anche, volendo, animale cui somiglia, con quella criniera incredibile di capelli (Julia per altro anche questo sta a indicare, una donna dai capelli ricci). Quanto al leone animale, anche lei, mi ha detto, ama stare in disparte, sonnecchiante, salvo poi svegliarsi carica di energie nel momento del bisogno, fosse un leone per combattere. Ma non è tanto il nome, decisamente bizzarro, o l’aspetto fisico, giuro che sul palco si mangia letteralmente la scena, enigmatica e carismatica, per anni ha fatto sui social un incredibile lavoro sul corpo, capace di mandare in frantumi quanto ho scritto in Venere senza pelliccia e in Cantami Godiva, i miei due libri dedicati al rapporto tra corpo delle donna e cantautrici, non è quindi tanto il nome, decisamente bizzarro, Jungle Julia, o l’aspetto fisico, enigmatica e carismatica, per non dire sensuale giusto perché dirlo di chi è nata così tanti anni dopo di chi scrive rischierebbe di passare per sconveniente, come se l’estetica non facesse a suo modo parte dell’arte, non è quindi tanto il nome, decisamente bizzarro, o l’aspetto fisico, enigmatica e carismatica, per non dire sensuale, quanto quel che scrive e canta, a lasciare decisamente a bocca aperta, come una gazzella che, sappiamo tutti che sto facendo l’esempio sbagliato, imbocca l’angolo buio dietro il quale si nasconde appunto il suo carnefice.

La canzone presentata alla diciottesima edizione del Premio Bianca D’Aponte, per dire, tecnicamente la sola che sia stata possibile ascoltare in un contesto pubblico come un premio, appunto, Le formiche, a dispetto del titolo si sarebbe potuta intitolare tranquillamente Universo, andando per altro a sovrapporsi al titolo di una ben nota canzone di una artista, Cristina Donà, con la quale Jungle Julia, quando ancora si chiamava Jungle J Anne, ha collaborato a Torino, in seno al Reset Festival, e con la quale ho a lungo collaborato anche io, sorella cantante del mio cuore, vicine come attitudine e per originalità, differentissime per tipologia di canzoni scritte, a occhio. Perché Le formiche è una canzone dai sapori fortemente giovannitruppiani, Truppi è stato il suo tutor all’hub culturale Officina Pasolini, quando era ancora diretto da Tosca, e nessuno più di me può capire l’ardore di andare a ripercorrere i passi del proprio tutor, io l’ho fatto con Nanni Balestrini ai miei esordi, e a sentire Jungle Julia cantare Le formiche ho avuto, giuro, un sussulto di meraviglia, come di chi incontra la bellezza nella sua forma più pura. Le formiche, dicevo, so che può non sembrare ma lo stavo davvero dicendo, parla dell’universo, portando avanti sia un discorso personale, di Jungle Julia, come persona, sia dell’uomo su questo pianeta, sia, infine, si fa per dire, della società nelle sue varie evoluzioni/involuzioni, da che si dipingeva figure stilizzate sulle pareti delle caverne a oggi, che siano rinchiusi nel nostro essere frammentati in casa, i social a fare da filtro. Un brano epocale, oserei dire, perché racchiudere l’universo in una sola canzone, seppur una canzone lunga cinque minuti e diciannove, e ditemi voi come si può non amare alla follia una artista che tira fuori oggi, dei brani col ritornello dopo venti secondi e due minuti scarsi di durata, una cavalcata elettrica, basata su voce e chitarra semiacustica elettrificata, con un testo lunghissimo e pieno di riferimenti alti, precisi, pietosamente impietosi. Il tutto con un ritornello, che fedele al suo nome ritorna, anche questo fatto non così scontato oggi, che ti si inchioda alla testa, potere di chi sa scrivere belle canzoni, alte e pop al tempo stesso, con lei lì a interrogarsi sul senso della vita in due frasi, potere della sintesi assai poco praticata nel resto delle liriche. Le formiche evocate dal titolo, ricorrenti in due passaggi, sia un prototipo di piccolo ostacolo da superare quando si è appena giunti al mondo, e tutto sembra ovviamente e sproporzionatamente gigantesco, sia la precisa foto di quel che siamo diventati, tutti ammassati in una società formicaio. Andatevela a cercare, se riuscite a trovarla.

Questo però è il passato, il presente è quello cui facevo cenno prima (nella speranza che Le formiche torni presto anche in questo progetto curato da Colliva).

Jungle Julia ha firmato un contratto con la Universal, che l’ha presa nel roster, e poi anche con la Trident, che la seguirà per i live, e ha prodotto un album con Tommaso Colliva, album che uscirà immagino più avanti, ma che adesso si affaccia al mondo con due canzoni che sono due colate di pietra lavica, due bombe carta lanciate contro la vetrata di una banca, un defibrillata data a chi ha avuto un blocco cardiaco. Il titolo del doppio singolo che uscirà nella notte tra il 4 e il 5 dicembre si intitola Vespro, e si compone delle due sferzate rock che rispondono al titolo di Carne e Demonio. Due brani, come di qui in avanti. Due brani sull’abbandono, quindi, dice Jungle Julia lanciando il tutto sul suo social, che trovate digitanto, toh, Junglejuliajunglejulia, tanto per complicare le cose. La prima a parlare del momento in cui è il corpo al centro della scena, il suo che soccombe a quello di qualcun altro, la seconda quando a scontrarsi è lei con lei stessa. Due mine vaganti, e mai come in questo caso sarà bello poggiarci sopra un piede, o meglio, gli orecchi.

Tanti anni fa, era il 2002 o il 2003, non ricordo, scrivevo per Tutto Musica, magazine della Mondadori leader del mercato delle riviste musicali con qualcosa come 750mila copie mensili cartacee, ho scritto un articolo che riprendeva il vecchio pezzo con cui Jon Landau ha lanciato il giovane Bruce Springsteen. “Ho visto il futuro del rock, è Bruce Springsteen”, intitolava lui, “Ho visto il futuro del rap, ed è Marcio”, intitolavo io, parlando di un allora sedicenne Mondo Marcio, sentito fare free style in un locale di Milano. Ecco, in questo caso mi sento di fare altrettanto, dove non è un genere specifico a essere tirato in ballo, perché Jungle Julia è indubbiamente rock, certo, ma è anche una cantautrice cantautrice, profonda e volendo anche intima. Un talento del quale non potrete non innamorarvi.

Ogni mattina da qualche parte tra Roma e Orbetello, lì vive e da lì è partita, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre a scrivere una nuova canzone capace di racchiudere dentro quei quattro, cinque minuti abbastanza arte da non far andare in astinenza un critico musicale di cinquantatré anni come me, perchi é una volta entrati dentro quella giungla artistica lì, fidatevi, sarà davvero difficile uscirne, quantomeno per propria scelta.