Il treno rallenta. Si sente il clangore dovuto alle tenaglie dei freni che bloccano le ruote sulle rotaie. Clangore, Dio mio, sembro quasi Marinetti, e visto che siamo alla stazione centrale di Milano la cosa avrebbe anche una sua coerenza. Il treno si sta per fermare e noi siamo tutti quanti in piedi, le valige già recuperati, ognuno con indosso giubbotti, cento grammi, pastrani. Alziamo le mani, non in segno di resa, ma per un saluto veloce, che non pretenda baci e abbracci, frasi fatte come quei “sentiamoci” o “vediamoci presto, non facciamo passare un altro anno” che comunque ci diciamo con gli occhi. Io e mia moglie ci dirigiamo verso la porta più vicina, il resto della comitiva si mette in coda dalla parte opposta, perché hanno lasciato tutti le valige lontane, quando siamo saluti a Napoli Afragola il treno, appena partito da Napoli centrale, era già mezzo pieno e gli spazi sopra le nostre teste erano pochi. Ecco, siamo saliti su un treno Italo in quella sorta di astronave atterrata nel nulla, concepita dal genio di Zaha Hadid, e stiamo scendendo dentro il monolito fascista progettato da Ulisse Stacchini, i binari che guardano verso il cielo, non avrebbe avuto senso lasciare che l’atmosfera che ci ha accompagnato per i due giorni precedenti alla nostra partenza continuasse anche una volta arrivati a Milano. Infatti appena scesi non ci siamo neanche guardati, tutti a correre coi nostri trolley e i nostri zaini verso la metropolitana o la stazione dei taxi, in mezzo a una folla oceanica che oggi abita questi spazi, correre verso casa in una domenica pomeriggio, cosa c’è di più milanese di questo davvero non riesco a immaginarlo.

Questo racconto parte da qui, da un finale anche piuttosto mesto, perché dovevo in qualche modo cercare di rendere l’idea di aver vissuto ancora una volta in una bolla di magia, di sentimento, di familiarità, quello che è l’essenza bellissima del Premio Bianca D’Aponte di Aversa, di Aversa, su questo arriverò poi, giunto quest’anno alla ventunesima edizione, e al traguardo importante della pubblicazione del primo album di Bianca D’Aponte stessa, e vinto da quel portento di cantautrice che risponde al nome di Micaela Tempesta.

Una realtà, il Premio Bianca D’Aponte, che è fondamentale proprio per la sua duplice natura, quella di essere un progetto culturale interamente dedicato alle cantautrici, un unicum in Italia, visto lo scarso rilievo che questa tipologia di artiste riscuote nel nostro paese, e quello di essere un progetto culturale dedicato alle cantautrici nato per volontà dei genitori di Bianca D’Aponte, talentuosissima cantautrice morta improvvisamente a un passo dalla pubblicazione del suo album d’esordio, e in quanto tale progetto culturale che è un oceano di sentimento e di senso di famiglia, se mai fosse possibile elaborare un lutto tremendo come questo indubbiamente il modo migliore. Perché non è possibile passare di qui, e il qui è Aversa, il Teatro Cimarosa, il ristorante dove si tengono pranzi e cene che cominciano immancabilmente con mozzarelle di bufala di una bontà unica, gli hotel dove ci si ritrova poi tutti a scambiarsi aneddoti e affetto, le strade cittadine che col calare del buio e l’avvicinarsi del weekend pullulano di un gioventù straripante, ma anche qui dentro un vagone di treno dove ci si ritrova partiti da Milano, parlo per noi, in compagnia di quella che ormai è, scusate la ripetizione, una compagnia di giro, io, mia moglie, Pippo Kaballà e sua moglie, la tanghera Mercedes Marieva, Alfredo Rapetti Mogol in arte Cheope e la sua compagnia Marta, l’editore musicale Roberto Trinci, quest’anno con la moglie Barbara, la famiglia Avogadro, Laura e i figli Gabriele, in arte Shigera, e Federico, Carlo Marrale, assenti giustificati Mauro Ermanno Giovanardi, per tutti Giò dei La Crus, e Massimo Germini, ecco, non è possibile passare di qui, al Premio Bianca D’Aponte, e non restarne stregati, le streghe in fondo erano questo, donne libere come libera è stata e tuttora è Bianca, con il suo modo personale e fuori dagli schemi di affrontare la forma canzone, non è possibile passare di qui e restarne stregati e quindi tornare e poi ancora tornare, facendo davvero i salti mortali per esserci. Un esempio? Cristina Donà, madrina di non ricordo quale edizione, è arrivata a Aversa sabato pomeriggio dopo aver tenuto un concerto venerdì sera a Barberino di Mugello, in ottima compagnia di Saverio Lanza, suo produttore e musicista fidato, a sua volta cantautore da poco fuori col bellissimo progetto Reunion, del suo manager Gianni Cicchi e della personal Lucia Bracalente, pronti poi domenica mattina a mettersi in piedi alle sei e mezza per partire per Sassari, dove la sera ci sarà un nuovo concerto. Il tutto non per cantare nella serata finale al Teatro Cimarosa, ma per esserci, prendere parte a questo evento pazzesco come giurata, ma soprattutto come parte di questa grande famiglia. E lo stesso si potrebbe dire di Pippo Kaballà, da poco citato da Paola Iezzi nella prima puntata di X Factor in quanto autore del testo di Brucia la terra, il tema portante de Il Padrino di Francis Ford Coppola, Nino Rota autore delle musiche, partito sabato mattina da Cagliari, dove la sera prima ha tenuto un concerto e pronto poi domenica a spostarsi su Roma, per altri impegni, la sua assenza nella nostra compagnia in treno una assenza stridente, perché Pippo Kaballà è cuore pulsante di questa compagnia di giro come di tutto il Premio, con la sua presenza chiassosa e simpaticissima, e di esempi se ne potrebbero fare davvero tanti. Io stesso sono qui nonostante acciacchi fisici che mi hanno tenuto lontani dalla finale di Music For Change, contest altrettanto pulsante che Musica Contro le Mafie, nella figura di Gennaro De Rosa e della sua squadra bellissima, tiene a Cosenza, vincitrice Rossana De Pace, altro unicum in un panorama musicale italiano altrimenti asfissiante e asfissiato.

Una edizione strana, questa, perché è l’edizione nella quale viene presentato per la prima volta un disco di Bianca D’Aponte, possibile perché si è creato un gruppo di lavoro, gruppo di lavoro che vede coinvolti non solo il team del Premio Bianca D’Aponte, dai genitori Gaetano e Giovanna, al portentoso Gennaro Gatto, ma anche il direttore artistico Ferruccio Spinetti, incredibile musicista e persona di una bellezza interiore pari al talento musicale, Elisabetta Malantrucco, Mauro De Cillis e Duccio Pasqua di Radio Rai, Giuseppe Gioni Barbera, Cristiana Verardo, che è anche la vincitrice del Premio Bianca D’Aponte nella prima edizione cui io e mia moglie abbiano preso parte, promettendoci di non mancare mai più, e Enrico Deregibus, e anche dall’arte dei produttori che si sono messi al servizio di questa manciata di bellissime canzoni, i già citati Ferruccio Spinetti, Cristiana Verardo e Giuseppe Gioni Barbera, oltre all’indimenticato Fausto Mesolella, anche primo direttore artistico del premio, oltre che Saverio Lanza, che ha prodotto il primo singolo di lancio, Clessidra, che vede ovviamente coinvolta anche Cristina Donà, e poi ancora Bungaro, Mimì Ciaramella, Andrea Belinati, Biagio Felaco, Alessandro Crescenzo, Mauro Palmas e Marcello Peghin. Un lavoro, questo album bellissimo e incredibilmente attuale di Bianca D’Aponte, che ha visto la luce, come il maestro Spinetti ha raccontato, grazie alle nuove tecnologie che rendono possibile oggi ricavare la voce anche da registrazioni antiche, il lavoro di Foffo e Tommy Bianchi fondamentale in questo, l’idea poi di produrre musiche che fossero coerenti con quelle vecchie canzoni, ma al tempo stesso artisticamente anche riconducibili ai produttori l’intuizione appunto di chi questo progetto ha fortemente voluto. Un album bellissimo, e bellissimo perché le canzoni che la giovanissima Bianca componeva erano indubbiamente dotate di vita propria, i temi affrontati sempre con un taglio molto molto personale, al punto da riuscire nell’incredibile impresa di superare l’incedere impietoso del tempo, una penna quindi originale anche quando si poggia su composizioni che in qualche modo possono essere oggi ricondotte a una tradizione che l’incedere del tempo stesso ha reso novecentesca, una voce, quella di Bianca, calda e capace di creare empatia già al primo ascolto, essere in grado di trasmettere emozioni è qualcosa che nessuna tecnica, per altro presentissima, potrà mai agevolare, in assenza di anima, un album, quindi, bellissimo e importante, che arriva in un’edizione, va detto, che a livello di partecipanti, usare il termine concorrenti sarebbe ingiusto e fuorviante, non è forse al top, un certo dislivello tra chi ha vinto, Micaela Tempesta, e chi comunque si è messa in rilievo, penso alla co-vincitrice del Premio della Critica dedicato a Fausto Mesolella e presieduto dal decano di noi critici musicali, Enrico De Angelis, Nove, e poche altre, penso a Giglio, alla friulana Moni, alla siciliana Indelicato, a mio insindacabile parare da un’altra parte rispetto alle altre partecipanti, Malto, che comunque ha portato a casa alcuni premi, come quello del miglior testo, dedicato a Oscar Avogadro, Lumen, Testimone, Claudia Salvini, Marta Maria Valerio. Un’edizione giustamente vinta da Micaela Tempesta, dicevo, un talento incredibile incredibilmente rimasta a lato del sistema musica nonostante in un passato che oggi sembra lontano abbia già portato a casa importanti risultati come la vittoria del Premio Bindi o del Premio Musica Contro le Mafie, quest’anno a portare una intensissima Veleno 2.0, sul palco del Cimarosa solo con voce e piano, la potenza del talento a volte non ha bisogno di orpelli o didascalie. Un’edizione che ha visto alternarsi sul palco, come ospiti, talenti altrettanto indiscussi, in ordine cronologico, perché il talento è talento e sarebbe indegno provare a ipotizzare una classifica, Valentina Lupi, vincitrice della ventesima edizione, accompagnata da una delle più potenti band che mi sia capitato di ascoltare da tempo immemore, Ylenia Procaccioli e Sami Nanni alle chitarre, a rendere perfettamente gli arrangiamenti ideati da quel genio di Adriano Viterbini, Vezeve al beatbox, passando per Acquachiara, vincitrice dell’edizione 2024 di Music For Change e qui per questo scambio virtuoso che tra i due premi avviene, La Zero, a presentare il suo interessantissimo progetto Brotti, Carolina Bubbico, artista che dal Salento è arrivata fin qui per portarci la sua musica in bilico tra jazz e pop, prima in solitaria e poi in compagnia di Cristiana Verardo, cantautrici che attestano che l’idea dell’incapacità di fare squadra che spesso si applica alle donne è una emerita cazzata, idea che per altro anche un’altra vincitrice del Premio Bianca D’Aponte, anzi, la vincitrice della prima edizione del premio, faccio un salto cronologico in avanti rispetto all’ordine che mi ero preposto di seguire, Veronica Marchi, sul palco per presentare il suo album Bianca, insieme alla stessa Valentina Lupi, ha voluto a sua volta scardinare, il premio che lei stessa aveva dato a Valentina la scorsa edizione, la produzione di un brano con la sua virtuosissima etichetta Maieutica Dischi, trasformato in una collaborazione e bellissima canzone scritta e eseguita assieme. E poi ancora la cantautrice irlandese Naomi Berrill, selezionata dal Premio Bianca D’Aponte all’ultima edizione del Premio Andrea Parodi, altra realtà simbiotica altrettanto virtuosa, all’incredibile Brunella Selo, che per chi non è dentro la macchina musica è la voce che accompagnava Nino D’Angelo in quel gioiello spreacato al Festival di Sanremo dal titolo Senza giacca e cravatta. E anche il vincitore del Premio Città di Aversa, a breve arrivo proprio a Aversa, Carlo Marrale, sul palco con Silvia Mezzanotte per celebrare i cinquant’anni di Stasera che sera, da lui composta, hit mondiale uscita coi Matia Bazar, e anche Bungaro, in compagnia di Rakele e in solitaria. E poi il violinista Edoardo Amirante, gli allievi del Liceo Cirillo di Aversa, dal quale è uscita anche quella Marta Maria Valerio arrivata in finale in questa edizione, e infine la madrina Levante, finalmente arrivata qui dopo anni di rincorse, a commuoverci e commuoversi sul palco con una esibizione di grandi sentimenti e umanità. Assente Giuseppe Anastasi, come assente sua moglie Carlotta Scarlatto, di solito al fianco dell’iperbolico Ottavio Nieddu nella presentazione, lui da poco fuori col suo singolo Non mi dire mai la verità, ma lontano per questioni di salute, fortunatamente archiviate. Un’edizione quindi come sempre ricca, nonostante lo sgarbo da parte del Premio Tenco che ancora una volta ha deciso di andare in scena in contemporanea, contravvenendo alla solita liturgia che lo vorrebbe in cartellone nel penultimo fine settimana di ottobre, lasciando l’ultimo, quello da poco passato, al Premio Bianca D’Aponte, alcuni giurati assenti non giustificati, perché quando c’è da scegliere a dettare le proprie mosse dovrebbe essere la coscienza più che l’interesse. Un’edizione, ripeto, che vede premiata una cantautrice di grandissimo rilievo, Micaela Tempesta, come era già successo l’anno scorso con Valentina Lupi, in entrambi i casi un ritorno importante, magari in barba all’anagrafe, a riprova che il talento è talento a prescindere dalla narrazione che vorrebbe i premi lì a vantarsi di scoprire sempre nuovi talenti. Un’edizione, arriviamo alla città di Aversa, che ha avuto a suo modo un finale scoppiettante, la vittoria di Micaela Tempesta era in verità prevedibile, seppur non sempre a portare a casa il risultato sia chi è più meritevole, qui come altrove, le giurie infarcite anche di non addetti ai lavori da a volte vita a traiettoria incomprensibili. Perché la liturgia del Premio Bianca D’Aponte avrebbe previsto che, dopo la premiazione, che ha visto assegnati tutta una serie di premi collaterali per poi arrivare alla vittoria finale, avrebbe previsto un “arrivederci in questo teatro all’anno prossimo”, detto dalla viva voce di Ottavio Nieddu, mentre stavolta a prendere la parola è stato l’altrimenti piuttosto schivo, parlo di riflettori, Gaetano D’Aponte, insieme a sua moglie Giovanna e al prode Gennaro Gatto, parte portante del premio, anche sotto il profilo meramente economico, a sostenere il tutto sotto questo profilo le loro economie personali. Gaetano che è rimasto sul palco in compagnia dell’inseparabile cagnolina Lulù, e che ha voluto rimarcare come gli era impossibile, stavolta, garantire un ritorno su questi schermi per l’anno prossimo. Non per voler scaramanticamente tirare in ballo chissà cosa, ma per sottolineare come la città di Aversa, non ha specificato se per via dell’amministrazione comunale o stesse parlando proprio di città, quindi alberghi e sponsor, non garantisse affatto una ventiduesima edizione. Ha poi sottolineato come altri luoghi avessero nel mentre proposto una ipotetica collaborazione, e vista l’importanza del premio non era difficile da supporre ciò, ma non per lanciare minacce, quanto piuttosto per evidenziare una assurdità, un premio di levatura nazionale e internazionale, premio che per altro porta nel titolo anche il nome della città, perché si chiama Premio Bianca D’Aponte città di Aversa, che non trova un partner adeguato proprio nella città che il premio dovrebbe ospitare. Un intervento rammaricato, quindi, ma anche duro, cui ha fatto seguito, ma lui di questo non si è avveduto, perché non era presente, uno scambio di opinioni con un soggetto non ben identificato, il sindaco e alcuni di noi, io lì come spettatore coatto, mia moglie a spingermi nel non intervenire, forse per paura dei miei trascorsi punk.

Un finale mesto, per certi versi, almeno sul palco, cui ha però fatto seguito la solita festa al ristorante, stavolta con la presenza di un Kaballà stanco ma sempre effervescente, la sua assenza nel viaggio di andata e ritorno in treno la riprova di come sia davvero in grado di tenere alto lo spirito e anche il divertimento. Tutti a scambiarsi opinioni, anche su come riuscire a tenere in piedi un premio che, a discapito di quanto dichiarato la prima sera dal palco dal sindaco, arrivato a consegnare il Premio città di Aversa a Carlo Marrale, è in realtà davvero un premio autarchico, il comune quasi totalmente assente economicamente, gli alberghi a fare ostruzionismo, gli sponsor incredibilmente assenti. Una cosa incomprensibili, visto il gioiello che il Premio Bianca D’Aponte è, ancora di più quest’anno, con la concomitanza dell’uscita di un altro gioiello come l’album di Bianca, se non lo siete già andati a ordinare, interrompendo per qualche istante la lettura di questo pezzo, dovreste essere coperti di pece e piume e andare per le vie del centro del luogo dove abitate, così che i vostri concittadini vi possano mettere alla berlina. Un album, per altro, che dovrebbe vincere d’ufficio la prossima Targa Tenco nella sezione Opera Prima, e voglio proprio vedere come faranno in quel caso a mettere il bastone tra le ruote lì da Sanremo, volontariamente o meno che l’abbiano fatto quest’anno, peggio sarebbe per distrazione, visto che anche l’anno prossimo ci sarà di mezzo un weekend che veda coinvolto il giorno di Ognissanti. Trovo davvero umanamente entusiasmante che alcune mezze figure della critica musicale, lì a sbracciare per mettersi in mostra rubando tempo al proprio lavoro principale, non certo quello di critico musicale, si prodighino per rilanciare notizie relative al Premio o all’uscita dell’album, e poi siano assenti e anzi, siano in parte coinvolti in questo sgambetto davvero pietoso, ma forse questo è un problema mio che ho sempre messo la coerenza prima del mio interesse principale, convinto che potersi guardare senza problemi allo specchio sia più importante che sedere a certi tavoli.

Volessi ora dire che questa giusta conclusione amara che Gaetano ha voluto condividere con chi era presente al Premio Bianca D’Aponte edizione ventunesima, abbia in qualche modo rovinato la vittoria meritatissima di Micaela Tempesta, la sua Veleno 2.0 andrebbe sparata dagli altoparlanti di ogni luogo dove gli altoparlanti sono presenti, in una versione virtuosissima di un Grande Fratello per una volta tanto in grado di trasmettere bellezza, ecco, volessi dire una cosa del vero direi una menzogna, perché nonostante il titolo dell’album, assolutamente da recuperare di quel Mauro Pagani, che qui al Premio Bianca D’Aponte è passato nel 2023 per ricevere il Premio città di Aversa, Passa la bellezza, capolavoro datato 1991, non è affatto vero che la bellezza passa, l’uscita del primo disco di Bianca, uscito a distanza di oltre ventidue anni dalla sua improvvisa e agghiacciante morte, e la vittoria di Micaela Tempesta con un brano di qualche anno fa, lei classe 1976, dimostra che la bellezza non passa, non bastano gli sgambetti degli altri premi, incredibilmente ritenuti più prestigiosi solo in virtù della presenza della televisione, o quelli ancora più meschini di chi da quel premio avrebbe tutto da guadagnare, almeno a livello di immagine, il Comune e più in generale la città di Aversa, che per dirla con le parole del sindaco, è la città della musica indubbiamente per aver dato i natali a Cimarosa e Jommelli, ma anche a Bianca D’Aponte, una incredibile cantautrice, le sue canzoni finalmente qui a attestarlo incontrovertibilmente a chiunque abbia la compiacenza di ascoltarle.

La bellezza salverà il mondo, fidatevi di un inguaribile ottimista che, dietro la maschera da inquisitore apocalittico è in realtà attaccato con unghie e denti a quegli scampoli di virtù e talento che ancora resistono in giro, Bianca D’Aponte e Micaela Tempesta con le loro canzoni sono qui a dimostrarlo. Di questo dovrebbero avere conoscenza e coscienza in molti, forse addirittura tutti, e per questo in molti o tutti si dovrebbero spendere per far sì che questa bellezza diventi pervasiva, onnipresente, sicuramente rimanga ancora per molto. Chiunque di lì è passato, quest’anno come nelle altre edizioni ben lo sa, e non è certo il ritorno alle nostre vite quotidiane, un treno che si ferma e ci vede schizzare via di corsa, già presi dai nostri impicci, a farcelo dimenticare. Quindi ci si vede l’anno prossimo, Gaetano, noi sempre e comunque ci saremo. E non solo noi.