Non ho mai creduto troppo al caso. Nel senso, ho sempre pensato che le cose capitino per un motivo, non necessariamente un motivo condivisibile, quindi positivo, ma comunque per un qualche motivo, foss’anche un motivo che ci sfugge del tutto. La cicca che buttiamo incuranti a terra, che si appiccica sulla scarpa del passante, ore dopo, il quale si fa distrarre da quell’inconveniente e non si accorge che sta arrivando una macchina che lo investe, magari perché nel mentre la radio sta passando una canzone che ha ricordato al conducente un qualche episodio emozionante della sua gioventù, commuovendolo e quindi distraendolo. Una concomitanza di fatti che porta a un incidente, magari a una morte, di cui noi che abbiamo buttato la cicca, il programmatore della radio, nessuno di quelli che hanno generato quel caso sapremo mai niente, ma che insieme hanno portato a tutto quello. Coincidenze, serendipity, psicogeografie, connessioni, ci sono tanti nomi per chiamare quella strana mappatura che porta agli eventi di cui sopra, quindi, no, non ho mai creduto al caso. Lungi da me anagrammare il tutto per parlare di caos, sono, spero, un po’ meno banale di così, ma comunque niente caso. Quindi quando ieri sono capitato per caso, sic, sul nome di Ada Lovelace, non mi sono interrogato sul perché fosse capitato. Passo le mie giornate a divagare, chi mi legge e mi legge con continuità lo sa bene. Parto per la tangente, si dice così, e lascio che sia la trama a accompagnarmi, scartando continuamente di lato, andando a zig zag, tornando indietro, andando altrove, salvo poi arrivare dove pensavo, forse, di arrivare alla fine, spesso nel posto che è poi l’argomento annunciato nel titolo dei miei pezzi, pezzi che però parlando di tutto quanto, giri panoramici che non conoscono scorciatoie. Stavo cercando, credo, spesso parto per le mie ricerche cercando qualcosa, ma spesso ora che ho cominciato mi sono già dimenticato quella che era la mia meta iniziale, perché lascio sempre che sia il flusso a guidare le danze, e il flusso spesso è talmente tanto interessante da non lasciare traccia di quello che era il programma iniziale. A volte il percorso è talmente selvaggio da prevedere scarti sul tragitto anche violenti, ma a occhio stavolta stavo comunque muovendomi in territori sicuri, qualcosa che ruotasse intorno al mondo del cyberpunk, tema a me particolarmente caro, quando sono capitato sul nome Ada Lovelace, appunto. Lovelace, per quelli della mia generazione, è chiaramente il cognome di Linda Lovelace, protagonista di Gola profonda, forse il primo film porno divenuto a suo modo virale, o quantomeno molto più famoso di quanto non sia il film stesso. La storia di una ragazza col clitoride in fondo alla gola, e quindi che si ritrova a specializzarsi in fellatio, portato sullo schermo appunto da Linda Lovelace, esperta in apnea. Ada Lovelace nulla ha a che fare con Linda, è da chiarire subito. Il cognome di Ada era in realtà Byron, essendo Ada, Augusta Ada il nome intero, la sola figlia legittima di quel Lord Byron famoso poeta, figlia di sua moglie Annabelle, Lovelace il nome della contea che le porterà in dote suo marito, William King-Noel. Ada, cresciuta con la sola madre, dopo che il padre le cacciò di casa quando lei aveva solo un mese di vita, non ebbe mai modo di incontrare il padre, morto in guerra d’indipendenza della Grecia quando lei aveva solo otto anni. Insomma, Ada Lovelace è stata una matematica e scienziata nata nell’Inghilterra del XIX secolo, capitata casualmente dentro le mie ricerche. Il perché è presto detto, particolarmente geniale sin dall’infanzia, nonostante piuttosto sfigata sul profilo della salute personale, Ada andrà a collaborare con il matematico Charles Babbage che stava da tempo lavorando alla macchina differenziale e alla macchina analitica, un computer ante-litteram. La traduzione di Ada degli scritti dell’ingegnere italiano Luigi Federico Menabrea, presso il quale Babbage si era recato per cercare fondi in Italia, scritti relativi al lavoro di Babbage e intitolati Nozioni sulla macchina analitica del signor Carlo Babbage, traduzione che su richiesta esplicita del futuro ministro del Regno d’Italia integrò con sue note e appunti, furono la prima ipotesi di guardare alle macchine come strumenti programmabili, in pratica presagendo l’arrivo futuro dell’Intelligenza Artificiale. Un lavoro pubblicato solo un secolo dopo, nel 1953, e considerato a ragione, come il primo scritto che ipotizzava il computer e i software che dentro i computer lavorano. I suoi appunti, schematizzati in ordine alfabetico dalla A alla G, ospitavano proprio nell’ultima lettera l’algoritmo che avrebbe permesso alla macchina analitica di calcolare i numeri di Bernoulli, considerato il prima programma informatico della storia. Ada Lovelace, in pratica, è stata la prima informatica al mondo. Una donna, del XIX secolo, epoca nella quale le scienze erano ovviamente a appannaggio dei soli uomini. Una donna in realtà nota, almeno a chi si occupa di questi argomenti, e anche a chi ha studiato questi argomenti pur occupandosi d’altro, al punto di essere finita dentro il libro La macchina della realtà di Bruce Sterling e William Gibson, vera e propria Bibbia del cosiddetto steampunk, cioè quella branca del cyberpunk che racconta di un passato, specie l’era Vittoriana, dove in realtà c’erano computer e macchine nei fatti arrivati dopo, così come in una puntata della dodicesima stagione del nuovo Doctor Who, seconda stagione con Jodie Whittaker come protagonista, prima donna a interpretare l’alieno giunto sulla terra a bordo del Tardis, Sylvide Briggs a interpretare la giovane matematica, titolo della puntata Spyfall Parte 2. Ada Lovelace che per altro è anche protagonista di un film con Tilda Swinton, Conceiving Ada, film del 1997 per la regia di Lynn Hershmann Leeson, artista multimediale e regista americana, ha quindi tutta una sua letteratura, cui ovviamente mi sono subito appassionato. In genere funziona così, vado subito a cercare se sulle varie piattaforme che ho a disposizione per vedere se c’è quello o altri film, usando il tasto ricerca, e no, non c’è Conceiving Ada, che però ho trovato in lingua originale e per intero su Youtube. Ca va sans dire nel film recita Bruce Sterling, in una sorta di gioco delle scatole cinesi, ma anche Timothy Leary, teorico dell’LSD e perno della controcultura americana di fine anni Sessanta, al pari di John Perry Barlow, poeta a sua volta attivo nella controcultura, nonché autore dei testi delle canzoni dei Grateful Dead, mica per niente la regista è un’artista. Poi vado a vedere se ci sono libri che possano servirmi a approfondire, e anche in questo caso, a parte un paio di libri per ragazzi, e un estratto della collana Bambine Ribelli, non ho trovato nulla. Ho anche cercato se ci fosse quella dodicesima stagione del nuovo Doctor Who, ma su Amazon Prime arriva fino alla decima, e su Disney+ si trova invee la nuova versione, con Ncuti Gatwa al posto di Jodie Whittaker, lui di origini ruandesi, quando si dice la sfiga. Ho trovato alcuni estratti della puntata su Youtube, ma non la puntata completa, tanto per entrare nel mood, ma mi sono prefissato di cercare meglio. Poi ho smesso di cercare, andando a studiare due dei libri che ho sulla scrivania e su cui voglio fare approfondimenti in questi giorni. Il primo è “Zero, uno- Donne digitali e tecnocultura” di Sadie Plant, il secondo “Complotto!- Caos, magia e musica house” di John Higgs. Poi ci sono “L’impossibile necessario- Hantlogia e afrofuturismo” di Giorgio Rimondi, “Brave- Il coraggio di parlare”, autobiografia di Rose McGowan, “Cose che i miei nipoti devono sapere”, autobiografia di Mark Oliver Everett degli Eels, “Non lo direi se non fosse vero- Memorie di musica, vita e Dream Syndicate” di Steve Wynn, “Il futuro futuro” di Adam Thirlwell, “Siouxie- The voodoo dolly” di Vanni Neri e “Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia” di Zerocalcare. Non credo sia rilevante che io spieghi come saltabecco da un testo all’altro senza una precisa logica. È invece rilevante, per quel che sto scrivendo, il fatto che il libro di Sadie Plant, una delle fondatrici e cuore pulsante del CCRU, insieme a Mark Fisher, sia praticamente incentrato proprio sulla figura di Ada Lovelace, cosa che onestamente ignoravo fino al momento in cui non ho cominciato a leggerlo, proprio oggi, proprio dopo quell’incontro, ripeto, non casuale nelle mie ricerche, proprio dopo essermi chiesto come mai non ci fossero libri a lei dedicati. Il fatto che l’altro libro che avrei dovuto cominciare proprio oggi, quel “Complotto!” dedicato alle avventurose opere dei KLF, poi K Foundation, parli appunto di Bill Drummond, che con Jimmy Cauty diede vita a quella geniale operazione situazionista, e della sua creatura performativa, i medesimi che col marchoo Timelords buttarono sul mercato l’involontaria hit Doctorin’ the Tardis, brano dance che partiva dalla sigla proprio di quel Doctor Who su citato più volte, quel medesimo Bill Drummond che ha accompagnato Iain Sinclair per parte del suo peripatetico circumnavigare Londra passeggiando intorno alla M20 poi divenuto “London Orbital”, capisaldo della psicogeografia, in pratica esattamente quel che vado facendo nelle mie divaganti ricerche, oltre che nel mio divagante modo di scrivere, io che di “London Orbital” ho scritto con Gianni Biondillo la cover italiana, “Tangenziali”, dedicata invece a Milano, e il fatto che Lord Byron sia in qualche modo strettamente legato a un altro mio progetto cui sto mettendo di nuovo mano in questi giorni, lui che a suo tempo è stato in qualche modo stimolo per Mary Shelley, moglie del poeta Percy Shelly, lì a scrivere Frankenstein in una piovosa vacanza a Ginevra nata dal fatto che la sorellastra di quest’ultima, Claire Clairmont, fosse da poco divenuta amante di Lord Byron, che per lei lascerà sua moglie Annabelle, madre di Ada, e che avesse invitato lei e suo marito Percy a passare appunto qualche giorno in Svizzera, il tempo di merda a indurli a fare una sorta di gara di scrittura, gara di scrittura che porterà alla nascita del romanzo considerato a ragione uno dei primi testi di fantascienza al mondo, oltre che un saggio rilevantissimo sul corpo e le modifiche che l’uomo al corpo può o vorrebbe apportare. Libro che inizialmente si penserà essere stato scritto da Percy, le donne, appunto, ai tempi non erano poi così considerate in questioni che non fossero le faccende di casa, ma che poi entrerà di diritto nella storia della letteratura mondiale. Libro che impatterà con il mio lavoro quando incontrerò Patchwork Girl, scritto da Shelley Jackson, sempre che si possa dire solo “scritto” di un ipertesto, ne parlavo giorni fa sempre da queste parti, vero e proprio spunto che ha dato vita prima al progetto Anatomia Femminile, poi al progetto Cantami Godiva, parte portante del mio lavoro intellettuale degli ultimi quattordici anni. Tutto questo, credo, potrebbe essere letto come caso solo da chi non è in grado, guardando un arazzo, di riconoscerne la trama e il disegno, pensando siano solo linee e curve. Mettiamoci che proprio a inizio maggio è uscito il mio novantottesimo libro dal titolo “Considera il rinoceronte- Diario di un viaggio in Tanzania e Zanzibar”, ispirato già dal titolo non solo da quel genio riconosciuto di David Foster Wallace, ma da quell’altro genio di Douglas Adams, famosissimo, a ragione, per la saga di Guida galattica per autostoppisti, certo, ma negli ultimi anni della sua vita impegnato nella salvaguardia appunto dei rinoceronti bianchi, lì in Tanzania e zona Kilimangiaro, lo stesso Douglas Adams che ha tanto scritto per Doctor Who, dove appunto Ada ha fatto la sua apparizione nella seconda puntata della dodicesima stagione, nell’ottava puntata della medesima stagione, per inciso, appaiono pure Mary Shelley e Lord Byron, la prima interpretata da Lili Miller, in Svizzera, nella famosa vacanza piovosa che darà i natali a Frankenstein, titolo della puntata I fantasmi di Villa Diodati, beh, direi che rende il tutto davvero iperconnesso, come neanche il fatto che Ada sia finita in un romanzo di William Gibson, ne parlavo prima, e proprio nel mio primo libro, primo dei novantasette prima di “Considera il rinoceronte”, Nanni Balestrini, che in qualche modo è stato la levatrice della mia penna, colui che mi ha letteralmente spinto perché diventassi uno scrittore, o prendessi coscienza di esserlo, mi paragonava, direi in maniera molto generosa e pretestuosa, proprio all’autore di Neuromante, beh, chiude il cerchio, sempre che di un solo cerchio si possa trattare e non pouttosto di una di quelle spirali concentriche che fanno tanto immaginario psichedelico, tipo Inspiral Carpets o quella roba lì, la fissi e parti per la tangente, un po’ come faccio io senza bisogno di fissare nulla. La colonna sonora di Conceiving Ada, questo non è affatto un passaggio di passaggio, nel senso di scarso rilievo, è stata affidata credo assolutamente non a caso alla band californiana dei The Residents, a loro volta artisti performativi come la regista Lynn Hershman Leeson, i volti occultati dalle maschere coi bulbi oculari e un cappello a tuba in testa, le identità nascoste, ne parlavo giusto qui https://361magazine.com/tutto-torna-anche-gli-spinal-tap-e-non-solo-loro/.
Ho a lungo rincorso nei miei pezzi, intendendo con pezzi i miei testi scritti, l’idea malsana di dover per forza far portare i conti alla fine, cioè arrivare a un certo punto a parlare di musica, perché il destino ha deciso a un certo punto che il mio essere scrittore si declinasse prevalentemente nello scrivere di musica, esercitando il mestiere di critico musicale. Recentemente guardo a questa idea con assai meno radicalità, libero di lasciare che sia il flusso dei pensieri a dettare il cammino, cammino che comunque quasi sempre in effetti alla musica in qualche modo arriva. Così è anche oggi, dove il mio e quindi il vostro, comodo per me sarebbe stato includerci tutti in un generico noi dove il mio essere alla guida sarebbe sfumato in una parte del tutto, troppo comodo per assecondare tanta comodità, così è quindi anche oggi, dove il mio e quindi il vostro peregrinare tra le righe, parola dopo parola, ha avuto in Augusta Ada Byron, contessa di Lovelace, per tutti Ada Lovelace, lo spirito guida, The Redisents nascosti dietro le loro maschere a forma di bulbi oculari nei musici chiamati a intessere l’adeguata colonna sonora, che la sua faccia, quella di Ada, sia quella dipinta da Alfred Edward Chalon, nel ritratto di lei più noto esposto allo Science Museum di Londra, quella affilato e quasi fatato della Tilda Swinson del film Conceiving Ada di Lynn Hershman Leeson, o quello più dolce di Sylvie Briggs nell’episodio Spyfall 2 della dodicesima stagione del nuovo Doctor Who poco conta, sempre di lei si tratta. Curioso scoprire che Ada Lovelace, che ricordo, in realtà si chiamava Ada Byron, cognome direi importante, iniziò a studiare per prima cosa il volo degli uccelli, del tutto intenzionata a sua volta a volare. Uno studio meticoloso, parascientifico, fatto di appunti e di osservazione, finito nelle pagine di un diario chiamato Flyology. Uno studio che impaurì sua madre, cosciente di come l’immaginifico e il chiamarsi Byron potesse dar vita a una miscela esplosiva, al punto da spingerla a studiare matematica, e di lì a aprirle quella che poi sarebbe stata la carriera per la quale viene ricordata a ragione ancora oggi. Ma qui, lo so, il discorso mi porterebbe troppo lontano da dove solo partito, e per quanto si psicogeografeggi un minimo di senso logico devo pur seguirlo. Il senso, oggi, è questo: come nel miglior caso di serendipità mi sono trovato per le mani un libro che parlava del personaggio su cui stavo cercando un libro, Ada Lovelace da Londra, direttamente dal XIX secolo. Era solo questione di tempo, mi verrebbe da chiosare, e ci saremmo incontrati. È successo sotto i vostri occhi e sotto i giganteschi occhi delle maschere dei The Residents, di meglio non potevo sperare.




