Prendiamo una situazione tipo, ma una situazione tipo che di questi tempi è piuttosto sul pezzo, il direttore artistico del Festival di Sanremo, Carlo Conti quest’anno, è lì in diretta al TG1 delle 13:30 per dire i nomi dei cantanti che andranno in gara di lì a breve. Ha in mano il suo foglietto coi nomi, nomi già trascritti su schermate con base blu che li fermeranno a beneficio di quanti si sono distratti e soprattutto di tutti quelli che vorranno condividerli sui social, rendendo la notizia virale e proiettando l’hashtag relativo al Festival in trend topic. Il direttore artistico comincia a leggere i nomi e da qualche parte, molto spesso quasi ovunque, c’è gente che si chiede a voce alta: “Ma questo/questa che diavolo è?”. Domande legittime, perché spesso lo si chiede relativamente a nomi che vengono da qualche nicchia, la musica indie, quella d’autore, quest’anno anche il pop punk, o ancor più in relazione a quei nomi che hanno fatto un botto repentino in streaming o su Tik Tok, nomi spesso sconosciuti anche a chi quei nomi li dovrà poi riportare in articoli “pronti via”, da pubblicare il prima possibile. Siamo nel 2026, star lì a spalancare gli occhi sbigottito perché un a noi perfetto sconosciuto finisca tra i Big è segno di scarsa connessione con la contemporaneità, e stiamo pur sempre parlando di canzoni, non certo del futuro incerto del pianeta Terra.
A fronte però dei tanti, tantissimi che magari si chiedono chi sia Tizio o chi sia Caio, lasciando intendere con un certo sarcasmo che forse avrebbero fatto meglio a chiamare Sempronio o Vattelapesca, di cui evidentemente sono fa, c’è sempre chi si spende, parlo dei social, in difese sperticate di Tizio e di Caio, sciorinando biografie che in effetti in alcuni casi esistono, pur sconosciute ai più, in altre rientrano nel novero delle informazioni dettate dalle più fervide fantasie.
Di fronte a questa ridda di voci, chi chiede sarcastico, chi chiede davvero, chi spiega spinto dalla propria tifoseria personale, ci siamo noi, che nella vita ci occupiamo di musica, e che in teoria saremmo portati a dover conoscere quel che succede un attimo prima che succeda, almeno in termini di successo o di ascese, più o meno anomale. Noi che, in effetti, quasi mai rimaniamo impreparati, giusto un filo spiazzati, quello sì, ma per una mera faccenda di gusti e anche di strategie. A quel punto, in genere, diciamo che Tizio o Caio sono nomi che giravano nel sottobosco, ne raccontiamo le gesta compiute nella semioscurità, ci lasciamo andare anche a qualche giudizio, a volte frettoloso più che sommario.
È un fatto, infatti, che ci sia tutto un sottobosco di nomi, non tanti, a dire il vero, che sta lì brulicante, come l’acqua del famoso quartiere di Roma, pronto a esplodere e assurgere a fama nazionale, o a scomparire, a volte senza lasciare troppe tracce. Comunque un passo più avanti rispetto a chi più che emergente è una pura novità, ma non ancora del tutto emerso.
Ci sono poi nomi che tra gli emergenti diventano quelli che in America chiamerebbe Next Big Thing, cioè chi è destinato a diventare noto ai più a breve giro, ruolo che si conquista in un modo semplice tanto quanto difficile: mettendosi in evidenzia per quel che si fa e si è.
Uno dei nomi che in molti, tra addetti ai lavori, parlo degli addetti ai lavori credibili, non di quelli che poi fanno anticipazioni e spoiler che puntualmente si sciolgono al sole, dimostrandosi pacchi, è quello di Nico Arezzo. Lui, Amalfitano, Mille, sono tre nomi sui quali, fossimo al Fantacalcio, dovremmo tutti avere in squadra, li porti via a poco prezzo, non ancora esplosi del tutto, ma con ottime possibilità di ritrovarsi per le mani un bomber, perché quanto all’essere un fuoriclasse non ci sono dubbi, è dato per certo.
Classe 1998, siciliano, Nico Arezzo ha da poco tirato fuori il suo secondo album, Non c’è fretta, seguito del già apprezzabile e apprezzato, Non c’è mare. Un album infarcito di collaborazioni che guardano esattamente in quella direzione, nomi in circolazione nel novero delle Next Big Thing, da Lauryyn a Anna Castiglia, passando per gli outsider di primo livello Laurino e Ugo Crepa, fino a arrivare alla Bologna Bridge Band. Tanta roba, si potrebbe dire se nel mentre dire tanta roba non è stato catalogato come atteggiamento giovanilistico, tipico del boomer che vuole passare per più giovane di quanto non sia. Del resto si era giustamente detto, certo con più stupore e meno enfasi, tanta roba anche con Non c’è mare, anche lì tanto talento espresso, tanto da ipotizzare per lui un presente da Next next Big Thing, e tanti ospiti di simil fatta, da Emma Nodle e Davide Shorty, certo, lui meno Next Big Thing visto che è in giro da mo, e poi anche Prove e Moregrè, perché il nostro abita a Bologna, mica in Sicilia, e anche lì tredici tracce, l’ultima dal vivo. Tanta Roba, ripeto, crepi il boomerismo. Tanta roba è comunque questo lavoro, dove dalle tredici tracce in scaletta, dodici in studio e una registrata dal vivo, italiano e siciliano a fare da lingue madri, un nome emerge imponente come metro di paragone, un nome difficile da maneggiare, specie per allestire paragoni, ma tant’è, Pino Daniele.
Uno potrebbe chiedersi, ma se per incuriosire un lettore tipo, magari di quelli che sentendo il direttore artistico del Festival sciorinare i nomi dei prossimi cantanti in gara non sta sempre a farsi quella domanda, sicuramente non se la fa se sente il nome, che so?, di Giovanni Truppi, ma se lo fa se sente quello di Samurai Jay, ecco, per dare coordinate, ecco, uno potrebbe chiedersi, ma se per incuriosire un lettore tipo, prima si parla di Next Big Thing, e si iscrive il tutto in un gruppo di nomi che comprende Amalfitano e Mille, i loro album Sono morto x quindici giorni ma sono tornato perché l’amore è, del primo, e Risorgimento, della seconda, due gioielli assoluti usciti l’anno scorso, chi non li avesse ascoltati si spogli nudo madre, si copra da solo di pece e piume e se ne vada in giro per le vie del centro per il dileggio dei passanti, e poi aggiunge anche nomi come quelli, non li cito tutti, di Emma Nolde, Anna Castiglia o Lauryyn, ecco, e va poi a chiudere con un paragone clamoroso con Pino Daniele, ecco, se uno fa tutto questo, come può poi proseguire col discorso, magari andando a riportare il risultato di una chiacchierata fatta al telefono, giusto per conoscersi, i duecento e rotti chilometri che dividono Milano da Bologna tra di noi? Ecco, non può, infatti il pezzo finisce qui, ma tutto quel che ho detto è vero, ascoltate Nico Arezzo, potrei dire di fidarvi anche di Carmen Consoli, che lo ha voluto in apertura del suo tour teatrale, lui figlio di teatranti che quindi a teatro è cresciuto, o di Laura Pausini, che invece lo ha voluto per alcune date italiane del suo ultimo tour, come opening, ma aprire per Laura Pausini, nel mio immaginario, non è che sia esattamente un plus, quindi vado oltre. Fidatevi di chi non arriva mai troppo spiazzato alla fine della lettura di quell’elenco, e quest’anno sapeva e ne aveva già scritto, qui https://361magazine.com/eddie-brock-bloccali-tutti/, chi fosse Eddie Brock, e chi fossero le Bambole di Pezza, di cui invece avevo scritto qui https://361magazine.com/le-bambole-di-pezza-e-come-lo-women-empowerment-passa-dagli-inni-pop-punk/, Nico Arezzo sta arrivando, potreste essere tra quanti diranno: lo conoscevo già.
