Resto umile. Queste due parole, poste in questo preciso ordine, sono diventate un modo di dire a pronto uso di chi voglia lasciar intendere che potrebbe benissimo non esserlo, umile. Dici: resto umile e sottolinei come in realtà hai ottenuto un qualche risultato eclatante, la potenza degli slogan. Tutto questo, immagino, è figlio di una martellante campagna promozionale a favore di quell’umiltà che in questo stringato slogan viene in qualche modo, ironicamente, negata. Una campagna promozionale che ha nidificato in un luogo specifico, e da lì è partita andando poi a portare il proprio messaggio in giro per la nazione: Amici di Maria De Filippi. Per anni, infatti, abbiamo, anzi, avete sentito parlare di “umiltà” in quel contesto, come di qualcosa di necessario. Umiltà che in effetti andava di pari passo con l’altrettanto stupefacente concetto di “critica costruttiva”, una anonima felpa addosso, spesso la privazione anche del proprio cognome. In fondo Amici di Maria De Filippi è indicata come una scuola, e quello che ci vende, vi vende, è appunto un luogo dove chi arriva deve imparare tutto, ci sta che il tutto passi da questi concetti basilari, benché buffi e privi di ogni senso logico, se si parla di arte.

Perché per avallare questo storytelling, i talent, in assenza appunto di talenti, spesso poggia le sue fondamenta sullo storytelling, mai visti così tanti casi problematici come in quei contesti, manco che per essere artisti, o avere un talento ancora tutto da dimostrare, tocchi prima aver vissuto una vita tremenda, perché per avallare questo storytelling, dicevo, è necessario annullare ogni minimo guizzo personalistico, “dai la cera, togli la cera”, poco conta che nel mondo reale le cose funzionino diversamente. Di più, per avallare questo storytelling è tutto un sottolineare come gli artisti veri, quelli che un talento indubbiamente ce l’hanno e hanno anche saputo compierlo a dovere, metterlo a fuoco, siano nei fatti umili, dando a quel “resto umile” un senso assai meno da meme. Così è tutto un vantarsi di essere umili, una contraddizione in termini, un provare a spacciare per vera la storiella che per essere grandi artisti non tocchi avere appunto un vero talento, e saperlo adoperare, ma basti tenere atteggiamenti inquadrati, più da scuola militare che da retropalco.

Ora, star qui a fare un veloce elenco di grandi, grandissimi artisti che siano o siano stati, sembra che i grandi artisti negli ultimi anni stiano scemando in stormi pari solo a quelli degli storni che in queste ore si vedono in cielo a Milano, pronti a migrare altrove, diretti, gli artisti, verso l’aldiltà, ecco star qui a fare un veloce elenco di grandi, grandissimi artisti che siano o siano stati bizzosi, eccentrici, vanitosi, narcisisti, egoriferiti è facile quanto fare un veloce elenco dei grandi, grandissimi artisti che ci hanno deliziato con la loro arte, ditelo a Michael Jackson, Prince, Madonna, Bob Dylan di essere umili secondo quella lettura del termine umile, dai, vi sfido (in alcuni casi per dirglielo, lo so, dovreste ricorrere a una tavoletta Ouija).

Anche star qui a distinguere quella che è modestia da quella che è l’umiltà, andando poi a dire come spesso se non sempre quella che viene palesata è la prima, in termini di valore, intendendo con modesto qualcosa di scarso valore, appunto, un vestito di fattura modesta, un ristorante modesto, ci siamo capiti, anche star qui a distinguere quella che è modestia da quella che è umiltà appare esercizio sterile, perché chi divulga modestia e chi la modestia insegue non è certo interessato a fare distinzioni poetiche.

Di fatto, la pubblicità funziona appunto su una sorta di lavaggio del cervello, batti e ribatti su concetti elementari pronti all’uso, e lo so che dicendo questo sembro uno di quei tizi con un elmetto fatto di carta stagnola in testa, o magari uno che vuole andare a vivere nei boschi per starsene lontano dalla società dei consumi e che però si costruisce la casetta nella prateria studiando su Youtube e rilascia poi interviste su interviste dal proprio smartphone, maledetta plastica, di fatto la modestia ha atecchito, al grido di “resto umile”, e sempre più spesso ci troviamo a una tavola con piatti di plastica, sempre la plastica, maledizione, su cui ci hanno servito pietanze cucinate alla svelta seguendo le ricette di Benedetta Parodi, prendo quel che c’è e faccio finta che stia bene insieme.

A parte una certa malafede, perché si vuole vendere per talenti quelli che al massimo sono prodotti ben inscatolati, prova ne è che spesso gente che aveva un proprio stile e una propria poetica arriva nei talent e ne esce omologata, pensate solo a quanti concorrenti dell’X Factor di quest’anno sono stati spacciati per cantautori e poi si sono ritrovati a cantare canzoni scritte da altri e spacciate per loro, credo che ci sia davvero un malinteso alla base di tutto ciò, ovvero il fraintendere il lavoro che chi talento chiaro ha fa intorno a quello con l’umiltà di chi talento non ha e quindi deve giocoforza star lì a sudare, anche questo continuo parlare di artigianato in un campo dove è ovvio che ci deve essere anche lavoro di gomito, ma senza talento è un lavoro di gomito che al più porterà a qualcosa di dozzinale, modesto appunto. I talento lavora e quindi crea arte, gli umili allievi dei talent stanno lì a farsi dire cosa fare, e infatti quasi sempre spariscono nel nulla, non certo perché talenti non riconosciuti, figuriamoci, escono che hanno già un pubblico pronto a seguirli, solo avessero qualcosa da dire, ma perché incapaci appunto di creare arte. E questa, per intendersi, non è una critica costruttiva, stando almeno a quegli standard, solo perché la sua parte construens sta nel consigliare a praticamente quasi tutti di andare a fare altro, perché di talento in controluce se ne vede poco, e quel che poco che c’è è stato già consumato sull’altare di Santa Madre Televisione.

In questo scenario mi rendo conto non molto esaltante, ma quando si fa autofiction come me si lavora certo di fantasia e fiction, ma a partire dalla vita vissuta e questo passa il convento, esistono ovviamente storie edificanti, di quelle cui toccherebbe guardare per provare a ipotizzare strade future, altro che star lì a parlare di fenomeni e diamanti grezzi al cospetto di gente che anche in un pianobar non dovrebbe trovare spazio. Parlo di Eddie Brock e lo faccio da buon ultimo, non ho mai provato fascinazione per stare sul pezzo. E il pezzo, in questo caso, è ovviamente Non è mica te, brano che è uscito in sordina per i tipi di Sangita Records, al secolo Loris Iannamico e Gallo, due che da anni lavorano alla ricerca di talenti veri e quindi un talento vero hanno incontrato e aiutato a sbocciare, parte dell’album Amarsi è la rivoluzione, e che dopo essere uscito in sordina è letteralmente esploso sui social, a partire da Tik Tok, finendo per diventare una vera e propria hit, quindicesima in una classifica altrimenti occupata militarmente dai soliti nomi delle solite major, al punto che oggi se ne parla, con credibilità, come uno dei papabili per entrare tra i trenta nomi che Carlo Conti, maledetto, porterà al prossimo Sanremo. In questi casi, legittimamente, si parla di fenomeno partito dal basso, dove per basso non si intende ovviamente di basso valore, ma di basso peso specifico, in una lettura ahinoi legata ai numeri e non ai meriti, e dal basso partito verso l’alto.

Un lavoro, quello di Eddie Brock, che ovviamente non si chiama Eddie Brock e nella vita, ha raccontato alle Iene, continua a lavorare in un hotel, motivo per cui non cito il nome all’anagrafe, perché Eddie Brock è Eddie Brock e così dobbiamo pensarlo, partito da lontano, insieme ai suoi discografici, sa solo Dio quante volte Loris Iannamico mi ha segnalato passo passo cosa stavano facendo insieme, prima l’EP, Roma dorme, con cinque brani, e poi l’album con quindici canzoni, trainata proprio da Non è mica te, pensata come una hit e in effetti hit diventata.

Ora, che Carlo Conti, con le duecento canzoni che dice di aver ricevuto per il prossimo Festival, vada in effetti a scegliere un vero outsider, outsider che nel mentre si è accasato presso una major, ma che sempre outsider rimane, è una favola che mi piace pensare si possa realizzare, e mentre lo dico immagino Eddie Brock e i suoi sodali a fare gesti scaramantici che prevedono l’utilizzo di mani e altre parti del corpo meno esposte, ma va anche detto che proprio nel Festival dedicato a Pippo Baudo, famoso per il suo “l’ho scoperto io”, poter mettere il cappello su un nome che, fidatevi, è destinato a rimanere, potrebbe essere la mossa giusta per chi da tempo sta dicendo che gli piacerebbe comunque nei prossimi anni rimanere in riviera come direttore artistico della kermesse canora in questione. Operazione che in realtà sarebbe vera solo a metà, perché Eddie Brock è già Eddie Brock e se qualcuno può vantare quel cappello sono appunto i buoni Loris Iannamico e Emilio Gallo, il famoso Cesare a cui va dato quel che di Cesare è.

Ho letto, giorni fa, un talentuoso collega, Mattia Marzi, prospettare che proprio a partire da Eddie Brock si possa ipotizzare una nouvelle vague dell’indie italiano, riconoscendone il valore e quindi anche dei meriti ulteriori. Per parte mia, sarà l’anagrafe, non credo di volermi augurare una nouvelle vague dell’indie, ma che Eddie Brock sia un talento mi sembra di poterlo affermare con l’autorevolezza che appunto l’anagrafe e quel che l’anagrafe mi ha permesso di fare negli anni, se dicessi l’anagrafe e il talento, perché questo sarebbe il giusto dittico, passerei per poco umile, immagino, mi concede. A questo punto, anche in virtù di quanto detto sopra, mi auguro che il buon Eddie Brock capitalizzi il suo talento e il lavoro fatto e, lasciato quello alla concierge dell’hotel per il quale lavori, cominci a atteggiarsi da popstar, quale a furor di popolo è diventato. Non perché atteggiarsi a stocazzo sia di per sé cosa apprezzabile, anzi, ma per scardinare una volta per tutta quella storiella ipocrita che vorrebbe che se lavori e lavori alla fine sfondi. Sfondi se lavori e lavori su un talento, e se lavori e lavori su un talento e le cose ti dicono bene, leggi alla voce “botta di culo”, o a essere più poetici “congiuntura astrale”. Se lavori e lavori e basta, al limite, finisci per essere uno di quelli che si fanno dire da Rudy Zerbi o Achille Lauro che “la voce non è tutto” o che “devi rimanere umile”, o altre fandonie del genere. Il prossimo passo, sappilo Eddie, è un post di Jovanotti, vera e propria mantide religiosa verso i nuovi talenti, lì a dire che sei il numero uno. Ecco, quello sarà il momento in cui bloccarlo e farci a tua volta un post, come a suo tempo ha fatto Calcutta, rendendo noto il ban con la naturalezza che solo chi ha estro e sregolatezza può esibire. Bloccali tutti al grido di “resto umile”, e mi raccomando, blocca anche me, io mi metto comodo coi pop corn a portata di mano.