Secondo il modello dei “Tipi Psicoalimentari”, il problema non sarebbe la forza di volontà ma l’assenza di un approccio costruito sulle caratteristiche individuali
La maggior parte delle diete fallisce e, secondo alcuni esperti del settore, il motivo principale non sarebbe la mancanza di disciplina o di costanza da parte delle persone. Il problema starebbe invece nell’approccio standardizzato con cui vengono costruiti molti programmi alimentari, spesso elaborati senza considerare le caratteristiche psicoalimentari individuali.
Negli ultimi anni il mercato del benessere ha proposto una lunga serie di regimi alimentari differenti, dalla chetogenica alla mediterranea, passando per la paleo, la Dukan, il digiuno intermittente, le diete vegane, i protocolli low carb e quelli basati sul conteggio calorico o sugli abbinamenti alimentari. Modelli diversi tra loro che, secondo questa teoria, condividerebbero però lo stesso limite, quello di non identificare prima il cosiddetto “Tipo Psicoalimentare” della persona che li segue.
L’idea alla base del metodo è che ogni individuo abbia una specifica relazione con il cibo e con le restrizioni alimentari, elemento che influenzerebbe in modo decisivo la capacità di mantenere una dieta nel tempo. Per questo motivo, spiegano i promotori del modello, una strategia valida per una persona potrebbe rivelarsi inefficace o addirittura controproducente per un’altra.
Secondo quanto sostenuto da Matteo Sciaudone – ideatore del sistema – il riconoscimento del proprio Tipo Psicoalimentare richiederebbe un test certificato a livello europeo, uno strumento che, sempre secondo questa visione, gran parte dei nutrizionisti italiani non sarebbe autorizzata a somministrare. La conseguenza sarebbe un mercato dominato da programmi “uguali per tutti”, progettati per una persona media e statistica, ma poco efficaci quando applicati a individui con caratteristiche differenti.
Il modello distingue tre principali categorie psicoalimentari, denominate Tipo 1, Tipo 2 e Tipo 3. In particolare, viene evidenziato come le persone appartenenti al Tipo 3 possano incontrare maggiori difficoltà seguendo diete fortemente restrittive, con il rischio di rafforzare meccanismi già presenti che rendono complicato il dimagrimento e il mantenimento dei risultati.
Il principio centrale del metodo può essere riassunto in un concetto semplice, prima di decidere cosa mangiare sarebbe necessario comprendere chi si è davanti al cibo e quale rapporto personale si abbia con alimentazione, fame, restrizione e gestione emotiva.
Questi temi saranno al centro dell’incontro “Il Corpo che Meriti”, in programma lunedì 25 maggio, durante il quale i partecipanti potranno svolgere il test in diretta, analizzare i risultati ottenuti e ricevere un piano alimentare di 30 giorni costruito in base al proprio profilo psicoalimentare.




