Si dice che il pesce puzza sempre dalla testa, e io il pesce l’avevo sentito puzzare tempo fa.

 

A un passo dalla notte degli Oscar, quando tutti lo davano come vincitore certo, Timothée potrebbe aver rovinato tutto.

Due minuti che cambiano un’intera narrazione, che per mesi ci ha piazzato ovunque Timothée come genio indiscusso.

A volte un’ora di intervista passa senza lasciare traccia. Poi arrivano due minuti. Due minuti che cambiano tutto.

 

È esattamente questo che è successo a Timothée Chalamet. In un’intervista lunga, articolata, quasi innocua, l’attore si era lasciato andare a riflessioni sul mestiere, sul successo, sulla pressione di Hollywood. Nulla di nuovo. Poi, a un certo punto, decide di uscire dai binari e lasciarsi un po’ troppo andare, a pensieri che forse era meglio tenere per sé.

 

 

Chalamet parla della possibilità di lavorare a teatro o nel balletto, e liquida la questione con una frase che sorprende un po’ tutti i suoi fan, dice che non vorrebbe sprecare tempo in quei mondi. Luoghi che, a suo dire, sarebbero ormai “morti”, dove bisogna faticare enormemente per trovare un pubblico davvero interessato.

 

È una frase potente. Ed è proprio per questo che esplode.

Perché è una frase che denigra altre arti, una cosa che da un artista non ci si aspetta di sentire.

 

In più è anche profondamente in contrasto con la sua stessa storia. Chalamet viene da una formazione teatrale, da scuole in cui il palcoscenico è il centro di tutto. Il teatro è stato uno dei suoi primi linguaggi. Sentirlo descrivere come un luogo svuotato, quasi inutile, suona stonato.

 

Ancora più stonato se si guarda alla realtà.

Teatri pieni. Stagioni sold out. Produzioni d’opera che fanno registrare il tutto esaurito per settimane. Compagnie di danza che riempiono sale da migliaia di posti. Il pubblico c’è. E c’è anche il lavoro enorme che sta dietro a ogni spettacolo, mesi di prove, artigianato artistico, disciplina assoluta.

Che l’arte stia faticando a resistere è innegabile, ma questo vale anche per il cinema, quindi sminuire un’altra arte è assurdo e paradossale.

 

Il mondo del teatro, dell’opera e del balletto non resta in silenzio. Arrivano risposte, prese di distanza, dati. Non con polemiche urlate, ma con una dimostrazione semplice, le sale piene e la passione della gente.

Parigi, Londra, Milano, rispondono tutti.

 

Ed è lì che lo scivolone diventa evidente.

 

Perché quelle parole rivelano qualcosa che forse molti non avevano mai voluto vedere. O forse non avevano mai voluto considerare davvero.

Negli ultimi anni abbiamo costruito un’immagine molto precisa di Timothée Chalamet: l’attore sensibile, quasi timido, profondamente immerso nella recitazione. Dal nome francese e l’aria sofisticata.

Insomma tutti lo avevano scambiato per Elio nella vita vera, ovvero il protagonista che lui ha interpretato in Call Me By Your Name.

Un interprete che sembrava appartenere più al cinema d’autore che alla macchina hollywoodiana. Una figura quasi romantica.

 

Ma forse quella era, semplicemente, la nostra interpretazione. (Vostra in realtà, io non ci ero mai cascata)

 

Forse eravamo noi ad aver proiettato su di lui qualcosa che non conoscevamo davvero. Un personaggio costruito attraverso ruoli intensi, malinconici, introspettivi. (Che poi nella realtà solo Guadagnino lo aveva dipinto così, già in Dune quella malinconia era sparita)

 

E qui entra in gioco un altro dettaglio curioso: il personaggio che interpreta in Marty Supreme.

Un personaggio ambizioso, competitivo, spinto dalla fame di successo. Non esattamente l’eroe fragile e poetico che molti associano al volto di Chalamet.

 

In quei due minuti di intervista, per qualcuno, è sembrato che la distanza tra attore e personaggio si riducesse improvvisamente.

Perché, sotto i riflettori della stagione degli Oscar, ogni parola pesa il doppio. E quando sembri a un passo dalla vittoria, ogni scivolone diventa ancora più grande.

 

È facile immaginare che per molti votanti quella frase sia stata irrilevante. Ma per altri potrebbe aver acceso una domanda semplice: qual è davvero il centro della carriera di Chalamet? La recitazione, o tutto ciò che arriva attorno ad essa, fama, successo, riconoscimento?

 

Uno potrebbe pensare che sia tutto esagerato per una semplice frase, ma qui sta l’errore.

Quando diventi un personaggio pubblico, con un ruolo rilevante, che influenza la gente, ogni parola ha un peso.

Soprattutto quando vai in giro a rilasciare interviste.

Lavori con le parole, sai che le parole sono potenti e possono essere pericolose.

Se non sai misurarti, se non sai usare quelle armi, conviene stare zitti.

 

Perché poi, nel momento in cui idealizziamo qualcuno, anche una frase da poco può diventare enorme.

Ed è qui la vera lezione di tutta la vicenda.

Perché essere delusi da qualcuno che, in fondo, non conosciamo davvero?

 

Timothée Chalamet non ha necessariamente rivelato una verità definitiva su se stesso. Ha solo mostrato, per un attimo, una prospettiva diversa da quella che molti avevano deciso di vedere.

Forse quindi, l’errore principale è stato idealizzarlo.

E questo ci fa riflettere su quanto sia labile il confine tra realtà e finzione.

 

Detto questo, credo che Chalamet si sia giocato la famosa statuetta, perché anche se la vincesse, ormai è sotto valanga, e servirà un po’ di tempo per spegnere il fuoco.