Abbiamo detto troppe volte di essere stanchi e finalmente qualcuno ci ha ascoltati.

 

Negli ultimi anni, la promozione cinematografica sembra aver imboccato una strada sempre più prevedibile, le storie d’amore costruite a tavolino, presunte relazioni tra attori amplificate ad arte, interviste che sconfinano nel gossip più che nel racconto del film, e potremmo fare un milione di esempi. In questo panorama oramai saturo di finzione travestita da autenticità, la campagna pubblicitaria di The Drama si distingue come un’eccezione rara, e proprio per questo per me, irresistibile.

 

Ciò che mi colpisce, infatti, non è soltanto il film in sé, ma il modo in cui viene raccontato, anzi soprattutto, anche perché la trama di per sé, al momento, non sembra nulla che tende A distinguersi.

A differenza di molte produzioni recenti, che hanno puntato su dinamiche sentimentali tra protagonisti per generare attenzione, qui si assiste a una scelta quasi controcorrente, il sottrarre invece che aggiungere. Niente chimica, canterebbe Ditonellapiaga, costruita per i social, niente ammiccamenti studiati.

Dopo Elordi, Pedro Pascal, me avevamo un po’ le scatole piene.

Al contrario, emerge una volontà precisa di riportare al centro il contenuto, il linguaggio visivo, il significato dell’opera, che dovrebbe essere la base del cinema.

 

È un cambio di prospettiva che sorprende, quasi disorienta, perché siamo così abituati a vedere tutto che, quando qualcosa resta fuori campo, sentiamo il bisogno di riempire quel vuoto, anche ricorrendo al falso, come dimostrano le immagini generate artificialmente che circolano online pur di soddisfare una curiosità non appagata. L’esempio lampante è proprio il matrimonio di Zendaya, tenuto fuori dai riflettori, del quale circolano in rete foto fatte dall’AI, che di reale non hanno nulla.

 

Ed è proprio qui che la campagna di The Drama colpisce nel segno. Non cerca di assecondare questo bisogno compulsivo di esposizione, ma lo mette in discussione. Le fotografie promozionali hanno un taglio quasi artistico, più vicino a un progetto visivo che a una semplice operazione commerciale. Le interviste evitano accuratamente il pettegolezzo, preferendo approfondire temi, scelte registiche, costruzione dei personaggi. Ne nasce un racconto più pulito, essenziale, ma anche più autentico.

 

Questa autenticità, oggi, è una boccata d’aria fresca. Ci ricorda che il cinema può ancora essere presentato per ciò che è, un’esperienza, un’opera da scoprire, non un pretesto per alimentare narrazioni parallele. E forse è proprio questo il punto, quando la promozione smette di sovrastare il film e torna a servirlo, si crea un desiderio diverso, più profondo. Non si va al cinema per vedere cosa succede tra gli attori, perché gli attori fuori dalla scena ci hanno stancato, basta pensare all’uscita fuori dal vaso di Chalamet, riportata ovunque e da chiunque, che ha completamente rovinato la promozione del film.

 

Ecco perché The Drama diventa, già prima della visione, qualcosa da sostenere. Indipendentemente dai gusti personali o dal genere, rappresenta un piccolo ritorno alle origini, perché diventa un modo di fare cinema, e di raccontarlo, che punta sulla sostanza, sulla misura, sull’onestà. In un mondo che ci spinge continuamente a guardare tutto, scegliere di non mostrare tutto può essere l’atto più potente di tutti.

E Zendaya in questo è stata un grandissimo esempio, di classe, eleganza, discrezione e riservatezza.

Grazie, perché qualcuno doveva insegnare cosa vuol dire avere una vita privata, pur essendo un personaggio pubblico.