Altro giovedì altre pagelle padre e figlia.

 

Pagelle di Michele:

 

GIORGIA 8

Settimana scorsa ho detto che, fossi in Giorgia, arrivati a questo punto lascerei perdere con X Factor, parlo ovviamente della prossima eventuale edizione. Accidenti, però va detto che senza Giorgia, probabilmente, resterebbe quasi solo la noia di un meccanismo ormai consunto, liti tra i giudici reintrodottte d’ufficio comprese, perdendo quel tocco di empatia che lei, per ruolo, è incaricata di portare.

 

 

FRANCESCO GABBANI 5,5

Volessi essere impietoso potrei dire che al Gabbani di X Factor ben si addice quello che fu lo slogan storico di Simona Ventura, che è un po’ come dire che uno si ispira, come attore, a Alvaro Vitali mentre da fuoco ai gas corporali con l’accendino, “crederci sempre, arrendersi mai”. Perché, nonostante sia costantemente messo in ombra dagli altri tre, a tratti quasi bullizzato, anche da un Irama che, diciamolo, bellezza a parte fatica un pochino a venire fuori come il ruolo di sostituto di Achille Lauro Baby prevederebbe, si capisce che ci crede, e ci crede davvero tanto. Il che, a sua volta, potrebbe non essere un ottimo sintomo, perché credere in un programma tv che usa la musica come scusa per fare tv, appunto, non è che sia esattamente il massimo. Come per Giorgia il consiglio è di darsela a gambe il prima possibile, perché credo che lui sia il solo dei quattro giudici a non avere nulla da guadagnare (stipendio a parte) dallo stare lì. Immagino che quando gli altri hanno confuso la sua citazione dei The Hives, riguardo ai Mad Dog, con i Bee Hive di Kiss Me Licia si sarebbe voluto incamminare verso l’uscita, a ragione. Peccato non l’abbia fatto, perché poi col dire che gli Scraffs sono migliori delle altre band perché non usano sequenze, è stato abbastanza meschino. Giustissimo fare il culo a Lenanie, che ha devastato un capolavoro.

 

 

PAOLA IEZZI 8

L’anno scorso Paola ha portato Rob alla vittoria, dando vita a una strategia da giudice praticamente perfetta. A occhio quest’anno, nonostante la presenza nella sua squadra di uno dei due talenti che si possano realmente dire tali del cast, dubito le permetteranno di bissare. E allora fa bene a continuare a sottolineare che lei di musica ne sa a pacchi, così come a fare battute risultando simpatica come in effetti è, oltre che titolare di quella minoranza di genere che, nonostante spillette e chiacchiere, colpisce anche X Factor. E comunque, dopo la poliziotta sexy stavolta si presenta vestita da hostess, voliamo. Per come ha messo in un angolo Gabbani sulla querelle “Scraffs vs tutti”, forse, un vestito in lattice da mistress sarebbe stato altrettanto idoneo. Magari sarà per la prossima volta.

 

 

JAKE LA FURIA 5

Jake la Furia si chiama Francesco e non Giacomo. L’ho scoperto perché ho letto un’intervista nella quale parlava di un pranzo imbarazzante coi suoi genitori, Ernia e Rkomi, durante il quale la madre continuava a bacchettarlo, chiamandolo appunto Francesco. In realtà non ho letto un’intervista, non esageriamo, ho visto un post che estrapolava questa situazione da un’intervista. Ora, a parte che mi sarebbe piaciuto capire il perché di quel pranzo, si fa per ridere, credo che questa notizia sia la cosa più interessante riguardo il Jake la Furia che si presenta a fare il battutista stanco a X Factor di questa edizione. Per il resto, infatti, mi sembra stia scivolando già alla seconda puntata rassegnato verso la finale di dicembre.

 

IRAMA 5

Quando Diego Armando Maradona si è ritirato dal calcio, oltre aver in qualche modo sancito la fine di quel calcio lì, dove il genio aveva spazio assai più dell’atleticità e della tattica, è coinciso con l’addio sulle maglie del Napoli di quel numero 10 che El Pibe de Oro aveva indossato come nessun altro avrebbe potuto poi. Ora, attenzione, se mai provassi a paragonare Achille Lauro, è di lui che sto per parlare, a Maradona, meriterei non tanto di essere incarcerato, ma anche di essere fotografato mentre sto in ginocchio con una tuta arancione indosso e un tizio piuttosto minaccioso, con quella scimitarra, alle spalle, lo so. Ma è pur vero che a fare il piacione, con quei “Senato”, “Baby” e via discorrendo, il cantante di quella sfilza di ballate vendittiane con il quale ha invaso il mercato negli ultimi due anni è indubbiamente un fuoriclasse, assai più che nell’arte del canto e della scrittura di belle canzoni. Quindi, fosse saggio, Irama non dovrebbe star lì a sfilarsi la giacca o sorridere socchiudendo gli occhi a ogni coro “sei bellissimo”, quanto piuttosto buttarla in caciara, che so?, sparigliare le carte, uscire come qualcosa di diverso da quel che da lui ci si aspetterebbe. Così, a occhio, non è, immagino anche per colpa dei sempre colpevoli autori, quindi ci tocca star qui a guardare un Reynaldo qualsiasi, mentre si immola sull’altare del piacionismo, lasciando al pubblico l’onere dei paragoni.

 

 

MAD DOG 7-

Credo che, nonostante non siano il cavallo sul quale Paola dovrebbe puntare, ma la seconda scelta dopo Camilla, i Mad Dogs siano, fin qui, la band che meglio ha fatto. E quest’anno le band sono tre, mica bruscolini. La versione di Evan Dando e soci del brano che fu colonna sonora de Il laureato, film culto con Dustin Hofmann, scritta da Paul Simon e Art Garfunkel, la portano a casa con mestiere e talento, riuscendo nell’epica impresa di non rimanere schiacciati sotto il peso dei paragoni, e comunque dimostrandosi vera band, il che non guasta, almeno pensando al futuro. Gran tiro, i Mad Dog, nonostante l’inconveniente della voce da paperino sentita a un certo punto, perfettamente incastrata nell’arrangiamento manco fosse fatto apposta.

 

 

ALIA 6,5

Alia, mi ripeto, non è esattamente il nome per il quale avrei speso l’X Pass. Non la avrei neanche portata nella fase finale, a dirla tutta. Perché brava è brava, intonata nei limiti della contemporaneità, moderna anche nel gusto, bella è bella, e chiunque si occupi di mercato, il campo di gioco nel quale chi vince poi dovrà andare a sgambare, ben sa quanto quest’ultima pesi spesso anche più del talento, ma in un’edizione con voci un po’ più invadenti, penso a Calò e Napolano, invadenti e senza chance sul mercato, appunto, a comunque invadenti, una come lei rischia davvero di risultare evanescente come Casper. Peccato, perché è una delle poche che non si farebbe male.

 

 

SCRAFFS 3

Lo dico, ma forse è la stanchezza di queste settimane d’ottobre troppo piene di impegni, io agli Scraffs ci avevo pure creduto. Mi sembravano una band vera, gente che passava le ore in sala prove, anche con quel giusto grado di follia. Poi, magia della televisione, appena sono iniziati i live tutto questo è sparito, anche per mancanze del cantante, decisamente scarsino, il che potrebbe semplicemente significare che prima ce li hanno raccontati troppo bene. Jale dice che si sono imborghesiti, io temo non siano proprio mai stati altro. Ora, non fosse che stiamo parlando di X Factor, direi che mi dispiace. In realtà mi frega zero, e penso che gli Scraffs, come quasi tutti quelli che passano di lì, sono destinati all’estinzione, come i panda. Il cantante scarsino, comunque, mi ricorda un mix tra il frontman dei Bloodhound Gang e Iwan Rheon, quello che faceva Ramsay Bulton ne Il trono di spade, se non sapete chi sono o non ve li ricordate, andatevi a recuperare il video di The Bad Touch, che è meglio.

 

 

LENANIE 0

Non ce ne voglia Lenanie o come diavolo si chiama, ma Ivano Fossati forse sarebbe meglio non toccarlo, a meno che tu non abbia una voce in grado di sostenerlo, e per voce non intendo solo lo strumento che sfrutta le corde vocali, intendo anche la capacità di saperlo usare per trasmettere emozioni che certe melodie e certe parole di loro dovrebbero poter veicolare. Figuriamoci aggiungere parole a cazzo di cane, in un gioiello con quel testo lì, scritto da quel gigante lì. Anzi, no, me ne voglia Lenanie, perché io gliene voglio. Come uno che bestemmia. Ma anche non fosse che trovo Fossati il più grande autore di tutti i tempi in Italia, c’è il fatto che C’è tempo è una canzone bastarda, perché è talmente bella che fatta male, e Lenanie la fa davvero male, è come uno sfregio su un quadro al Louvre, ma di quelli che non hanno la barriera protettiva, e una volta sfregiato è sfregiato. Averla rovinata dovrebbe portarlo dritto all’eliminazione. Vai a capire perché lo salvano.

 

 

GIACOMO CALÒ 4

Zucchero ha una voce incredibile, realmente soul, certo, ma anche incredibilmente italiana. Ovvio che per il suo repertorio attinga a generi che con la sua voce ci vadano a nozze, mettendoci poi quel tocco di ironia e erotismo che negli anni hanno dato vita a un genere tutto suo. Appunto, tutto suo, quindi anche un cantante di talento come Giacomo Calò, a cantarlo, sembra comunque uno che sta giocando a uno sport che non è esattamente il suo, come se uno volesse provare a giocare a calcio con la palla da pallacanestro, o peggio, con una palla medica. Il risultato risulta, quindi, stopposo, roboante ma stopposo, a dirla tutta anche un po’ cringe. Il balletto, invece, faceva proprio cagare.

 

 

PATRIZIA NAPOLANO 4

Gli Harlem Globetrotter. Ve li ricordate? Quei fenomeni del basket, veri e proprio giocoloieri, saltimbanchi, lì a fare azioni spettacolarissime, finte, tiri incredibili, palleggi con tutte le parti del corpo, roba più da circo che da NBA. Esatto, più da circo, infatti nessuno di loro è finito all’NBA, qualcuno magari dirà anche per scelta, ma sarebbe come essere un campione di calcio e ambire a finire a palleggiare a piazza duomo invece che a San Siro, finché almeno San Siro ancora ci sarà, maledetti. Ecco, Patrizia Napolano fa la Harlem Globetrotter, strafà. Arzigogola, gioca di ammasso, accumula, magari anche stando sempre nel range dell’intonazione e andando quindi in bici senza mani e impennando, ma il suo strafare non va davvero da nessuna parte, non in Italia, non oggi. Non dico che finirà a fare la busker al duomo, di fianco al tipo che palleggia come un Dio del calcio, ma sicuramente non è il mercato cui X Factor guarda quello che fa per lei. Comunque l’assegnazione anche nel suo caso è completamente sbagliata. L’orrore, l’orrore.

 

 

LE DISTANZE 3

Chi mi legge, per abitudine, avrà notato che tendo a una certa radicalità nei giudizi, tipo che potrebbe quasi sembrare che io mi fossilizzo su quelle che potrebbero essere prime impressioni, per poi inspessirle fino a rendere quei primi giudizi dei monoliti neri degni di un remake suicida di 2001 Odissea nello Spazio. Ecco, anche fosse, e ovviamente non è, ritengo con tutto me stesso che Le Distanze siano un grande bluff. Una band che non sa suonare, prova ne è che le loro canzoni hanno più sovrastrutture di un romanzo massimalista, e che la voce del cantante, occhi celesti spalancati a gogo, sta all’intonazione come io alla narrativa asciutta fino all’osso di Raymond Carver. Toglietegli le basi e le sequenze e i complimenti forzati dei giudici e quel che rimane è il grande nulla.

 

 

VERONICA BRUGANELLI 3

Ha fatto bene Jake a far interpretare a Veronica Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler, non perché questo le permetta di tirare fuori quel talento che, confesso, fin qui è stato appena intravisto, ma proprio perché, con un pezzo così datato a disposizione, ha confermato come la sua voce sia, ahilei e ahinoi, assai poco adatta a un programma che per sua natura ambirebbe a scovare chi ha l’X Factor, cioè artisti in grado di dominare poi il mercato come il mondo dei live. Roba d’altri tempi, sì, ma non come qualcosa di vintage che col tempo ha acquistato valore, più come un francobollo tirato in milioni di copie che per di più qualcuno ha scollato dalla busta rovinandone i margini.

 

 

MANU 5

I Romantici di Tommaso Paradiso non è esattamente la mia tazza di tè. Certo, meglio di quella di settimana scorsa di Achille Lauro, ma comunque non è la mia tazza di tè. Non mi ha particolarmente colpito sentirla annunciare da Paola, e neanche sentirla cantata da Manu, preciso, sul pezzo, ma per me abbastanza impalpabile. Certo, Manu non sta lì a cantare per me, ma per sua sfiga queste pagelle le faccio io e non una ragazzina cui magari il suo bel faccino e la sua voce farà girare la testa.

 

 

TEO BOK 5

Hai perculato per tutte le fasi prima dei live Teo Bok, seppur meno degli altri, sottolineando il suo risultar sempre stucchevole, artefatto, quasi finto. Poi, zac, te lo ritrovi in squadra, e devi far finta che di colpo ti piaccia. Ecco, riguardo Teo Bok, per essere chiari, la penso per una volta come i giudici, non i giudici ora, ma nelle fasi prima dei live. Tutto preciso, ma del tutto fuori contesto, dove per contesto intendo l’Italia. Perché non è che basta solo avere tecnica per poter cantare e provare a confrontarsi col panorama della nostra discografia, o per poter cantare e piacere. Stevie Wonder è ostico, lui lo canta anche bene, rap a parte, ma ho provato più emozioni avvicinandomi al termosifone per vedere se nel mentre si era riscaldato. La battuta su Stevie Wonder, dopo il quale è andato a pisciare in un bagno pubblico, ma non crede lo abbia visto, ecco, è esattamente quel tipo di cringe che ha portato anche sul palco cantando.

 

 

CAMILLA 9

Ho aspettato la pagella di quella che mi sembra il talento più chiaro di questa edizione per citare le intro, copertine o come diavolo volete chiamarle, che per smarchettare Eni Plenitude sono su toni verdini e giallo acidi, roba che ti manda letteralmente fuori di testa. Lo dico perché anche la voce di Camilla fa altrettanto, tecnicamente perfetta, come anche i vari Giacomo Calò o Patriazia, ma capace di trasmettere tante di quelle emozioni che, in fondo, ti viene quasi da non maledire questa cosa del dover fare le pagelle di un programma che finisce dopo mezzanotte. Davvero spaventosa.

 

ALEX FONTANA 8

Diamo per assodato che la precisione non è di questo mondo, dove per questo mondo intendo i talent. Bene, o meglio, male, però fatta la tara è evidente che Alex Fontana abbia un’attitudine che ben si addice al repertorio british e rockeggiante che gli affibbiano o si affibbia. Anche quando rallenta i BPM e vira su una sorta di ballad. Lo senti e sembra davvero un cantante di Oxford, invece che di Scampia. Totalmente calato nel ruolo. La presenza fino alla finale di Delia l’anno scorso ci dice che si può andare avanti per tutto il programma senza mai cambiare genere, per cui, Alex, avanti tutta.

 

Pagelle di Lucia:

 

Questa volta ho deciso che voterò solo i concorrenti, niente Giorgia e niente giudici.

Perché per me, considerato quello che succede in Italia, non spendere neppure una parola è inaccettabile.

E poi stasera, è stata una palla mortale, a parte Paola, nessuno ha retto il tiro.

 

MAD DOG 6

 

Sono bravi, questo ormai lo abbiamo capito. Però comincio a chiedermi quanto ancora possano andare avanti facendo sempre più o meno la stessa cosa. Suonano, hanno energia, hanno un’identità, ma questa sera non mi hanno lasciato molto. Mi aspettavo qualcosa che mi facesse dire wow, invece niente di particolarmente memorabile. Non basta essere una band e saper suonare per essere interessanti tutte le settimane.

 

ALIA 7-

 

A me Alia continua a piacere, ma ho la sensazione che ci sia sempre qualcosa che manca per fare davvero il salto. La voce c’è, la presenza anche, e questa sera ha affrontato un pezzo tutt’altro che semplice. Però vorrei vederla osare di più, uscire un po’ da quella dimensione in cui sembra sempre tutto sotto controllo. Brava, sì, ma vorrei finalmente rimanere colpita e non limitarmi a pensare che abbia fatto una bella esibizione.

 

SCRAFFS 4

 

Charlie fa surf dei Baustelle. Ora, io non so esattamente cosa sia passato per la testa di chi ha pensato che questa fosse una buona idea, ma il risultato è una parodia fatta male dei Baustelle. Anzi, malissimo. Capisco la voglia di dare una veste diversa al pezzo, capisco anche il voler essere originali, ma qui mi sembra che si sia confusa l’originalità con il fare qualcosa a caso. Non mi hanno convinta né come interpretazione né come gruppo. E soprattutto non ho capito dove volessero andare a parare. Se questo doveva essere il momento della svolta, direi che la svolta l’hanno presa contromano.

 

LENANIE 5

 

Non so più cosa pensare di Lenanie. Ci sono momenti in cui sembra avere qualcosa da dire, altri in cui sembra che debba per forza dimostrare di essere un artista tormentato, profondo, diverso da tutti. Questa sera, con C’è tempo di Fossati, aveva davanti una montagna da scalare e sinceramente non credo sia riuscito ad arrivare in cima. Il problema non è soltanto la difficoltà del pezzo, ma il fatto che quando affronti un autore come Fossati devi avere qualcosa di davvero importante da raccontare. Cambiare le parole non significa automaticamente aggiungere qualcosa. Anzi, a volte significa semplicemente togliere.

 

GIACOMO CALÒ 7

 

Giacomo questa sera ha alzato il livello rispetto alla settimana scorsa, ma non posso dire di essere rimasta particolarmente colpita. Il mashup di Zucchero era una scelta sicuramente più adatta a lui e finalmente si è mosso un po’, anche grazie alla parte scenica e ai ballerini. Però ho ancora la sensazione che si punti tantissimo sulla sua voce e poco su tutto il resto. È bravo, nessuno lo mette in dubbio, ma vorrei vedere qualcosa che mi faccia riconoscere Giacomo e non soltanto una persona che canta molto bene le canzoni degli altri.

 

PATRIZIA NAPOLANO 7+

 

Patrizia ha una voce importante e questo non si discute. Il problema è che a volte sembra che debba dimostrarlo a ogni singola nota, anche quando non ce n’è bisogno. UNETHICAL era una bella occasione per mostrare un lato diverso, ma non sono riuscita a trovare quell’emozione che mi aspettavo. Tecnicamente se la cava, certo, ma una bella voce non basta se poi l’esibizione non ti lascia qualcosa. Mi piacerebbe vederla meno concentrata sul dimostrare quanto è brava e più libera di divertirsi sul palco.

Ps. Siamo sicuri non siano fratello e sorella, Jake e lei? Non so perché, ma ogni volta che li vedo insieme lo penso, una somiglianza del viso allucinante.

 

LE DISTANZE 5

 

Eccoci di nuovo. Ogni settimana mi chiedo se prima o poi riuscirò a capire cosa ci trovino tutti in questa band e ogni settimana la risposta è no. Questa volta hanno addirittura deciso di affrontare New York, New York, che non è esattamente una canzone qualunque. Un insulto a Sinatra, oltre che a Liza Minnelli. Non basta mettersi in posa, allargare le braccia e fare gli occhi da artista tormentato per interpretare un classico del genere. Ci sono canzoni che richiedono personalità, misura e soprattutto una voce che sappia reggerle. Qui ho visto tanto tentativo di fare spettacolo e pochissima sostanza. L’unica cosa che salvo è la parte coreografica, che almeno aveva un senso ed era piacevole da guardare. Per il resto, continuo a non capire perché dovrebbero essere considerati una delle grandi rivelazioni di questa edizione.

 

VERONICA BRUGANELLI 5

 

Mi dispiace per Veronica, ma anche questa volta non sono riuscita a farmi coinvolgere. Il pezzo di Bonnie Tyler era sicuramente una scelta importante e le permetteva di tirare fuori qualcosa in più rispetto alla settimana scorsa. Qualche momento buono c’è stato, ma nel complesso l’esibizione mi è sembrata ancora troppo piatta. E quando arrivi al secondo Live devi cominciare a dimostrare qualcosa, perché non puoi continuare a vivere di quello che hai fatto alle audizioni. Alla fine è arrivata l’eliminazione. Mi può dispiacere umanamente, ma artisticamente non posso dire che sia stata una sorpresa, anzi.

 

MANU 6

 

Manu continua a fare Manu. Il problema è che non ho ancora capito se ci sia qualcosa di più oltre a questa sua immagine da bravo ragazzo romantico. I romantici di Tommaso Paradiso era probabilmente una delle assegnazioni più adatte a lui, quindi almeno questa volta non possiamo dare la colpa alla scelta del brano. L’ha cantata bene, è rimasto nel suo mondo e ha fatto quello che doveva fare. Ma io continuo a non emozionarmi. Mi sembra tutto un po’ già visto, come se avessimo