Al prossimo turno sfida Dimitrov
“Mi sento bene, felice. Come si è visto, avevo un grande sorriso dopo il match”. Matteo Berrettini si presenta così nella conferenza stampa dell’All England Club, dopo il successo sul Centre Court contro Arthur Fils.
“Sapevo che avrei dovuto giocare molto bene per battere Arthur e credo di averlo fatto – racconta ai cronisti italiani presenti a Londra –. Sono orgoglioso di me stesso, felice e grato di essere qui e di avere la possibilità di giocare un’altra partita. È per questo che mi alleno”.
In meno di tre ore l’azzurro supera uno dei giovani più talentuosi del circuito, confermando ancora una volta il suo feeling con Wimbledon. “Qui mi sono sempre sentito bene, ho sempre servito bene e mi è sempre piaciuta l’atmosfera del torneo. Non so se questo sia il miglior Berrettini di sempre, ma oggi, come al primo turno, ho giocato una partita di altissimo livello. Per me è stata una prestazione da Berrettini Top 10. Poi il giudizio lo lascio agli altri”.
Se la potenza è sempre stata il suo marchio di fabbrica, oggi il romano sente di essere cresciuto soprattutto nella gestione dei momenti. “Il mio primo maestro mi diceva già da ragazzino che ero molto quadrato tatticamente. I miei allenatori continuano a ricordarmelo: variare con lo slice, scegliere il colpo giusto, capire quando spingere e quando aspettare. Su questa superficie è fondamentale. Il mio resta un gioco aggressivo, ma quei dettagli fanno la differenza”.
Berrettini rivendica anche il valore delle emozioni, spesso nascoste nello sport di alto livello. “I risultati contano, ma sono anche un po’ romantico. Mi piace pensare che ci si possa affezionare a un giocatore anche oltre vittorie e sconfitte. Quando scendo in campo ci metto dentro tutto: rabbia, gioia, frustrazione, lacrime, sorrisi. Mi piace che questa cosa si veda”.
Dopo il buon percorso al Roland Garros, arriva anche la conferma a Wimbledon. Per il finalista del 2021 la chiave è stata soprattutto mentale. “Ho imparato ad accettare di non sentirmi sempre al 100%. Prima, se stavo al 95%, mi sembrava di essere al 70. Oggi so che quel 95% è comunque il massimo che posso dare in quel momento. È stato un passaggio fondamentale. E poi contano le persone che hai accanto: la mia famiglia e il mio team mi danno fiducia, ma non hanno paura di dirmi anche le cose che devo sentire”.
Dodici mesi fa, lasciando Wimbledon, aveva ammesso: “Credo si sia rotto qualcosa nella testa”. Oggi il suo volto racconta un’altra storia.
“È stato difficile uscire da quel buco nero. L’anno scorso sono uscito dal campo pensando che potesse essere l’ultima volta. Ho messo via la racchetta per un mese e l’ho ripresa il giorno in cui mi sono allenato con Jannik a Monaco. Mi sentivo spento, non mi emozionavo più. Ho capito che non potevo continuare a inseguire solo la performance, ma dovevo tornare a godermi il percorso. Ho affrontato davvero anche i problemi fisici, senza cercare scorciatoie. Da lì siamo ripartiti piano piano. Oggi essere qui, con questo sorriso, significa che quel lavoro ha dato i suoi frutti”.




