Le parole della Direttrice
Beatrice Venezi, raggiunta telefonicamente da Corriere della Sera mentre si trova a Los Angeles, dice di essere «serena».
Aggiunge di aver ricevuto «migliaia di messaggi, mail e commenti social» e parlando di un’«ondata di affetto dall’Italia e dall’estero» dopo l’esplosione mediatica della notizia.
Alla domanda su come preferisca essere chiamata, ha chiarito che in quel contesto «Beatrice va benissimo».
Riguardo al licenziamento dalla Fenice di Venezia, arrivato dopo l’intervista concessa al quotidiano argentino La Nación, ha respinto l’accusa di aver parlato di nepotismo, sostenendo di non aver «accusato nessuno».
Ha denunciato una «disparità di trattamento» nei suoi confronti da parte della fondazione, accusando i dipendenti di aver portato avanti per mesi «denigrazioni e diffamazioni» con il «tacito consenso del sovrintendente».
Venezi ha sostenuto che, se proclami analoghi fossero stati fatti dal palco senza autorizzazione, sarebbero scattate sanzioni, mentre in questo caso nulla sarebbe accaduto. Ha accusato il sovrintendente Colabianchi di aver permesso all’orchestra una «campagna di odio» contro di lei, fatta di spillette e volantini, e di aver consentito che venissero messe in discussione la sua competenza e il suo percorso artistico.
Ha negato di aver sostenuto che i posti in orchestra si tramandino di padre in figlio, spiegando che il suo era un paragone con dinamiche presenti nel mondo musicale. Ha sottolineato di non provenire da una famiglia di musicisti e di essersi «fatta da sola», lQuanto alla battuta sulla spilla Swarovski, ha minimizzato, definendola «ironica» e sostenendo che non vi fosse nulla di offensivo.
Interpellata su presunti casi di continuità familiare nell’orchestra, ha citato Marco e Anna Trentin, parenti dello storico oboista Giorgio Trentin, precisando di non voler mettere in discussione il loro talento ma sostenendo che esisterebbe una certa «facilità». Ha escluso di parlare di concorsi «truccati», pur affermando che l’appartenenza a una famiglia di musicisti possa rappresentare «un vantaggio competitivo».
Alla domanda se non costituisca un vantaggio ben maggiore essere scelta da un premier, ha replicato che non fu scelta da Giorgia Meloni ma dal sovrintendente, aggiungendo ironicamente che, se fosse stata scelta dalla premier, sarebbe «ancora alla Fenice».
Ha rivelato di non aver ricevuto telefonate da esponenti di Fratelli d’Italia, dicendo di aver avuto solidarietà solo da Matteo Salvini, Susanna Ceccardi e Daniela Santanchè.
Ha aggiunto che, potendo tornare indietro, non accetterebbe la richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI prima del voto del 2022, sostenendo di essere stata poi «fatta carne da macello» senza tutela.
Sul mancato sostegno del governo, ha detto di ritenere che ciò dipenda dal fatto di non avere tessere politiche e di non essere «funzionale» a nessuno, rimettendo comunque agli elettori ogni giudizio.
Respingendo le accuse di simpatie fasciste legate anche al passato politico del padre, ex dirigente di Forza Nuova, ha sfidato chiunque a trovare sue dichiarazioni riconducibili al fascismo o all’intolleranza. Ha anzi sostenuto di essere stata lei a subire intolleranza, venendo trattata come «un corpo estraneo da espellere dal sistema».
Venezi ha ribadito di non aver mai avuto tessere di partito e di non aver mai fatto politica.
Ha detto di essere diventata «mio malgrado» un simbolo di cambiamento e ha accusato la destra di aver utilizzato la sua «faccia pulita» per poi scaricarla.
Ha evitato di chiedere le dimissioni del sovrintendente Colabianchi, dicendo di non voler entrare in quelle dinamiche, ma ha richiamato le indiscrezioni sul presunto favoreggiamento della moglie soprano, definite «un elemento molto importante di riflessione».
Ha detto di non sapere nulla di eventuali mancate autorizzazioni politiche al suo licenziamento e ha raccontato di aver appreso la notizia dall’ANSA.
Le ovazioni per il suo licenziamento, dentro e fuori dal teatro, l’avrebbero profondamente colpita: le ha definite un atteggiamento «lontanissimo dalla musica e dalla cultura» e ha giudicato «surreale e di cattivo gusto» che i sindacati festeggiassero per il licenziamento di una lavoratrice.
Sul piano legale, ha spiegato che la questione è ancora «in costruzione» e sarà seguita dal suo avvocato. Ha però ribadito di aver subito una «campagna diffamatoria» e persino episodi di bullismo.
Ha sostenuto che diversi lavoratori siano comparsi sui media italiani ed esteri per denigrare apertamente la sua professionalità e carriera.
Alle osservazioni sul suo curriculum, ha replicato che a 36 anni non può avere l’esperienza di direttori molto più anziani. Ha ricordato con orgoglio il ruolo di direttore principale ospite del Teatro Colón di Buenos Aires, definendolo tra i maggiori del continente americano e sostenendo di aver registrato quasi sempre il tutto esaurito.
Secondo Venezi, alla Fenice era stata chiamata per un progetto di rilancio capace di attrarre un pubblico più giovane, ma sarebbe stata poi travolta da una campagna orchestrata dai dipendenti per distruggerne la carriera.
Quanto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, ha espresso pieno sostegno, lodando la sua idea di «arte libera» e di «intellettuali liberi».




