Non voglio fare l’ipocrita che dice che ai suoi tempi era meglio, perché siamo sinceri, ispirarsi a personaggi famosi, attori o cantanti celebri, è sempre esistita.

Basta pensare alle Winx, prodotte agli inizi degli anni 2000, ognuna ispirata a una grande icona pop differente.

La differenza però è tutta lì, la reinterpreta, l’ispirazione, e la copia.

 

Il confine e la magia sta nel mezzo, quando sto guardando qualcosa che potrebbe essere ispirato, ma io posso non saperlo, e sicuramente mentre le guardo, non me ne rendo conto, e quando, quello che guardo è la copia, e la mia mente lo associa subito, inevitabilmente.

Questo fa perdere la magia dell’animazione, del cinema, dei film.

 

Perché c’è qualcosa di profondamente simbolico nel nuovo personaggio di Toy Story 5: una pizza con gli occhiali da sole, costruita attorno all’immaginario pop di Bad Bunny. Non tanto per il personaggio in sé, il cinema d’animazione ha sempre giocato con stereotipi, icone e linguaggi contemporanei come precedentemente detto, quanto per ciò che rappresenta il modo in cui oggi vengono pensati, promossi e perfino “legittimati” i prodotti culturali.

 

La notizia non è solo che una pizza antropomorfa richiami una celebrity globale. La vera notizia è il meccanismo che c’è dietro, l’ennesima operazione costruita sulla riconoscibilità immediata, sul volto famoso, sul nome che genera engagement prima ancora di generare immaginario.

 

E il problema si amplifica quando questa logica arriva anche al doppiaggio.

 

In Italia, ad esempio, si continua sempre più spesso a scegliere creator, influencer, podcaster o personaggi mediatici per ruoli che un tempo venivano affidati a professionisti del settore. Figure come Gianluca Gazzoli vengono inserite in produzioni enormi non perché siano doppiatori, ma perché possiedono un pubblico, una risonanza, un numero.

Ed è un peccato quando si pensa a quanto il doppiaggio italiano negli anni sia stato celebrato in tutto il mondo, come uno dei migliori.

 

È qui che il discorso smette di essere “cinematografico” e diventa culturale.

 

Perché quando qualsiasi mestiere creativo viene trattato come qualcosa che può fare chiunque abbia notorietà, si manda un messaggio preciso, studiare non serve davvero. Formarsi non è fondamentale. L’esperienza può essere sostituita dalla visibilità. Il talento tecnico passa in secondo piano rispetto alla capacità di attirare click.

 

E lentamente si dissolvono i confini professionali.

 

Non perché le contaminazioni siano sbagliate in sé, l’arte è sempre stata contaminazione, ma perché oggi non sembrano nascere da una ricerca artistica. Nascono dal marketing. Dalla necessità ossessiva di rendere ogni cosa immediatamente vendibile, riconoscibile, condivisibile.

 

Il doppiaggio, però, è un mestiere. Ha una tecnica, una musicalità, uno studio della respirazione, delle intenzioni, dei tempi, del corpo persino. Non è semplicemente “mettere una voce”. Così come recitare non è “saper parlare bene” e dirigere non è “avere gusto”.

 

Quando si sostituisce la competenza con la popolarità, il messaggio implicito è devastante, il lavoro creativo non è più percepito come una disciplina, ma come un’estensione della fama.

 

Ed è una tendenza che riguarda tutto il panorama culturale contemporaneo.

 

Sembra che non siamo più capaci di creare qualcosa da zero senza appoggiarci a una faccia nota, a un nome globale, a un universo già esistente. Ogni nuovo prodotto deve avere una garanzia preventiva di attenzione. Una celebrity. Un franchise. Una nostalgia. Una fanbase già pronta. Ma perché? Perché abbiamo paura di fallire con le nostre idee?

 

Come se il pubblico non fosse più disposto a scoprire, ma solo a riconoscere.

 

E allora anche Toy Story, che una volta raccontava l’immaginazione infantile e la capacità degli oggetti di prendere vita, finisce intrappolato nella stessa logica industriale del presente, non creare un personaggio memorabile, ma un personaggio immediatamente virale.

 

La pizza con gli occhiali da sole non è direttamente il problema, ma il sintomo del crollo dell’arte.

Il sintomo di un’industria culturale che sembra avere sempre più paura del vuoto iniziale necessario alla creazione. Paura di investire nel talento invisibile. Paura di lasciare spazio a chi ha studiato davvero. Paura di costruire nuovi immaginari senza l’appoggio continuo della notorietà.

 

E forse la domanda più triste è proprio questa: siamo ancora capaci di credere nel valore delle competenze artistiche, o ormai riconosciamo solo ciò che è già famoso?

Io credo che la risposta sia nel mezzo, e che in partenza siamo noi a sbagliare, a non dare fiducia al pubblico, a trattarlo da scemo, a essere ingrati con chi potrebbe darci l’opportunità di sorprenderci.

Bisogna ricominciare a fidarsi del pubblico, e cambiare strategia, perché sicuramente questa pizza con gli occhiali non può essere la soluzione di incassi al botteghino.