Dopo oltre vent’anni dal grande exploit di Zio d’America, Christian De Sica è pronto a tornare protagonista su Rai1.
L’attore e regista romano, che aveva conquistato il pubblico nei panni del conte Massimo Ricci, alias il nobile Massimo Riccardi, in due stagioni di enorme successo – la prima trasmessa dal 20 ottobre all’8 dicembre 2002 e la seconda dal 30 ottobre al 14 novembre 2006 – ha scelto i suoi canali social per dare la notizia.
Con un post e una storia pubblicati su Instagram, De Sica ha annunciato che il prossimo 21 settembre partiranno le riprese di una nuova miniserie evento in tre prime serate destinata alla rete ammiraglia. La fiction è attesa su Rai1 nel 2027.
Si chiamerà Super Host, e lo vedrà interpretare un aristocratico decaduto che, messo alle strette dalle difficoltà economiche, decide di rimboccarsi le maniche per risalire la china. L’idea per uscire dalla crisi è tanto originale quanto disperata: trasformare il suo antico castello di famiglia in un bed & breakfast.
Un’intuizione imprenditoriale che si rivelerà esilarante e paradossale. Del tutto impreparato alla gestione di clienti, prenotazioni e imprevisti, il nobile si ritroverà al centro di un B&B in cui potrà accadere di tutto.
Christian De Sica e la commedia: un legame di sangue, mestiere e istinto
Parlare di Christian De Sica significa parlare della commedia italiana. Non come un genere che ha frequentato, ma come una casa in cui è nato, cresciuto e che non ha mai davvero lasciato.
È un legame genetico, prima di tutto. Figlio di Vittorio De Sica, il maestro che ha insegnato al mondo come si possa ridere piangendo, e di María Mercader, Christian ha ereditato quel doppio sguardo: quello neorealista che osserva l’Italia vera, e quello leggero che la prende in giro per sopportarla. Non a caso, i suoi maestri non sono solo i registi con cui ha lavorato, ma la famiglia stessa: il padre, la sorella Emi, il cognato Carlo Verdone con cui ha condiviso una delle stagioni più felici della commedia degli anni ’80.
De Sica ha capito prestissimo una cosa che molti comici dimenticano: in Italia il nobile decaduto, l’arricchito volgare, il furbo romano, non sono macchiette, sono archetipi sociali. Il suo conte Max, il Cesare di ‘Compagni di scuola’, il Bruno di ‘Vacanze di Natale’, sono l’evoluzione del vitellone felliniano e del sorpasso rizzoliano. Personaggi che fanno ridere perché sono tragicamente veri. L’aristocratico senza più una lira che cerca di salvare il castello trasformandolo in B&B, protagonista di Super Host, è esattamente questo: l’ennesima variazione sul tema dell’italiano che si arrangia, che fa di necessità virtù.
E poi c’è il mestiere. De Sica è uno degli ultimi a venire dalla bottega. Ha iniziato come aiuto di Rossellini, ha cantato, ha ballato, ha fatto il crooner alla Frank Sinatra prima di diventare attore comico. La sua commedia non è mai solo battuta: è corpo, è tempo comico, è improvvisazione controllata. Lo vedi quando duetta con Boldi, con Ghini, con Brignano: c’è un ritmo da avanspettacolo, da varietà, che oggi in tv non esiste quasi più.
Per questo il suo ritorno alla fiction Rai non è solo nostalgia per ‘Lo Zio d’America’. È il ritorno di un genere che la Rai aveva un po’ abbandonato: la commedia sentimentale, popolare, familiare, delle 21.30, quella che teneva incollati 8 milioni di persone senza cinismo.
A 74 anni, De Sica non ha bisogno di dimostrare di saper fare altro. La sua fedeltà alla commedia non è mancanza di coraggio, è coerenza. Mentre molti cercano di sdoganarsi con il dramma impegnato, lui rivendica il diritto di far ridere. Che, come diceva suo padre, è la cosa più seria del mondo.




