Ognuno di noi, vuole una credenza popolare, una leggenda o anche una divulgazione scientifica che proprio scientifica scientifica non dovrebbe essere, ha sei sosia in giro per il mondo. Ci sono, in pratica, sette persone che sono identiche, sparse per questa sfera schiacciata che chiamiamo Terra. Non si è mai capito se queste sette persone ci siano in contemporanea, e come funzioni la faccenda, ma forse questi sono dubbi effimeri che mi sorgono complice il caldo. Mi spiego meglio. Al mondo ci sono sette persone con la mia faccia, i miei capelli e il resto. Bene. Quando una di queste sette persone dovesse morire che succede? Ne nasce subito una? Oppure è già nata e arriva all’età adulta nel momento in cui c’è il trapasso di uno dei sette sosia? Ci sono quindi sette sosia adulti ma anche sette sosia giovanissimi? Oppure i sette sosia sono spari nel tempo, quindi ci sono ottime probabilità che nessuno incappi nel suo, considerando i millenni che vedono l’uomo presente qui sul pianeta? A occhio credo che la credenza, leggenda, eccetera intenda che ce ne sono sette in contemporanea, e che nessuno si sia troppo addentrato sui dettagli, come ho fugacemente fatto io qui sopra. Ci sono sei sosia per ciascuno, non sottilizzate. E se uno ha un gemello omozigote, che per intenderci è quella tipologia di gemelli che condividono il DNA e quindi sono identici, come funziona, valgono per uno o già occupano due caselle di quelle sette disponibili? E se le coppie di gemelli fossero quattro? A quel punto i sosia sarebbero otto? Insomma, non se ne esce fuori, e non credo sia neanche così fondamentale uscirne fuori, stiamo parlando di curiosità, mica di fatti fondamentali per il nostro vivere. O almeno, non così fondamentali. Perché, è una storiella che mi trovo spesso a raccontare, la mia quotidianità è in qualche modo influenzata, seppur per pochi minuti neanche tutti i giorni, dal fatto che uno di questi miei sei sosia sia una persona di un certo successo. Detto che a me personalmente neanche sembra che ci siano tutte queste somiglianze, ma le somiglianze sono a volte faccende opinabili, anche quando si dice che un figlio assomiglia a questo o quel genitore sentirete sempre pareri discordanti, per dire, ecco, dicono che io somigli parecchio a Stefano Bollani, il pianista e divulgatore. Lo dicono soprattutto quando porto i capelli legati in una coda, entrambi li abbiamo lunghi, ricci e tendenti al grigio, come entrambi abbiamo un naso impottante, gli occhi scuri, la pelle del medesimo colore. Io ho decisamente più chili di lui addosso, ma la televisione sfina, sarà per quello che questo particolare dettaglio sembra non balzare così tanto agli occhi. Le prime volte che Bollani passava in tv, prima cioè di avere programmi tutti suoi, succedeva che c’era sempre qualche amico che me ne rendeva cosciente, tramite messaggi sul cellulare. Con l’arrivo dei social, e soprattutto con la crescente fama del nostro, a ogni passaggio arrivava qualcuno a scrivermi su Facebook “Oh, ti ho visto in tv”, con tanto di foto dello schermo dove campeggiava invece Bollani. Va beh, sai le risate. Poi è cominciato a capitarmi di essere fermato per strada da gente che mi chiamava “maestro”, parlandomi come se fossi lui. Anche io ogni tanto vado in tv, in passato con molta più frequenza di ora, parlo di tv generaliste, per cui sulle prime ho dovuto anche mettere a segno una strategia per capire quando chi mi fermava pensava fossi in effetti io o Bollani, riuscendo sempre a raccapezzarmici. Aver avuto programmi a Rtl102,5, essere andato a volte ospite di programmi Rai come i vari DopoFestival e soprattutto aver offerto le mie consulenze a Pinuccio di Striscia la Notizia, pensavo, avrebbe definitivamente sdoganato la cosa che non sono Bollani, ma evidentemente ho un po’ troppe aspettative nei confronti del genere umano.
La cosa più buffa è capitata anni fa, ne parlavo anche recentemente da queste parti, quando ho raccontato di come andando a Cosenza per Music For Change, proprio dopo aver raccontato al mio vicino di posto, il discografico Marco Danelli, mio vicino di posto e anche mio vicino di casa, che c’era un altro nostro vicino convinto che fossi Bollani, mentre eravamo poi in fila per scendere un altro signore anziano mi ha fermato chiamandomi “maestro”, e vagli poi a spiegare che no, non sono Bollani, ma la cosa più buffa, dicevo, è capitata anni fa, quando appunto ho incontrato questo signore anziano nella piazza vicino casa mia. Era il periodo del Covid, e qui a Milano gli anziani partivano un tot al giorno, in una situazione che sembrava non vedere una fine. Il signore mi guarda e mi dice di essere un mio grande fan, convinto che fossi Bollani, e io lo assecondo, impietosito dal suo essere anziano in periodo di pandemia, quindi presumibilmente con un piede nella fossa. In realtà per un po’ non lo vedo più, e non ci penso. Poi succede che lo incontro di nuovo, e lui di nuovo mi saluta calorosamente. Io contraccambio, sapendo che per lui sono Bollani. Così scopro che abita esattamente di fronte a casa mia, dall’altra parte della piazza. E scopro anche che ha suppergiù i miei stessi orari, perché non c’è giorno che io non lo incroci. Nel mentre succede che nella mia città, Ancona, un altro tizio, il manager di un ristorante di pesce, si convinca che io sia Bollani in città in incognito. Me lo dice chiedendomi perché io abbia prenotato a nome Monina, e quando gli faccio notare che mi chiamo così, che parlo con cadenza anconetana e che dubito Bollani sia una sorta di Zelig che ovunque vada si mimetizza con la popolazione locale, lui mi guarda con la faccia di chi non ti crede neanche per niente. Al punto che, dopo avermi chiesto se ero lì per un qualche concerto, e avermi detto che non c’era problema, se non volevo far sapere che ero io avrebbe tenuto l’acqua in bocca, mi ha anche offerto un giro di dolci, come tributo al “maestro”, quando settimane dopo sono tornato lì con la famiglia, i capelli sciolti, mi ha riconosciuto e ha capito la cantonata presa, offrendomi invece un giro di turchetto, una forma di caffè caldo addizionato a non ricordo a che liquore che usa da quelle parti. Tornando al signore anziano che abita di fronte a casa mia e che pensa io sia Bollani, la storia risale ormai a cinque anni fa, mesi dopo quella prima volta, per convincere mia moglie che non stavo gonfiando per puro spirito da storyteller un aneddoto di minore portata, mentre passeggiavamo insieme ho commesso quello che a oggi potrei catalogare come “errore mortale”, incrociando il tipo l’ho salutato io per primo. Il risultato è stato un mezzo coccolone, per lui, che si è inchinato a salutare la mia signora, al grido di “Salve, maestro, quando la rivedremo in tv”. Ora, mia moglie ha i capelli rossi, ma non è evidentemente la moglie di Bollani, Valentina Cenni, cioè colei che con lui conduce Via dei matti numero zero. Questo però non sembra aver scalfito le certezze granitiche del tipo, che mi vede a volte a spasso con moglie e figli, salvo poi vedermi in tv con un’altra moglie e non si pone domande. Sarà che il mondo dello spettacolo è una sorta di Sodoma e Gomorra, chissà. Nei fatti sono ormai cinque anni, appunto, fingo di essere Bollani, anche di fronte a un gigantesco cartellone che annunciava un suo concerto con il Danish Trio. A volte, immagino, capiterà anche a lui, a Bollani, di essere scambiato per me. Una volta è successo di sicuro, e anche quella storiella è stata raccontata. Selvaggia Lucarelli stava per diventare direttrice del sito di Rolling Stone Italia. Non ci conoscevamo di persona, ma mi aveva scritto che mi avrebbe voluto in squadra con lei. Era previsto un incontro nella sede del giornale, quando mi arriva un suo messaggio che suonava come un “cominciamo male, mi vedi e neanche mi saluti”. Non capendo a cosa si riferisse le dico che a meno che non fosse nascosta sotto un cuscino lì sul mio divano dubito fosse possibile che ci si sia incrociati. Al che viene fuori che lei è in treno diretta a Roma e passando mi ha visto e salutato, non ricambiata. L’arcano era che il saluto “ciao Michele” Selvaggia l’aveva rivolto a Bollani, il quali si sarà chiesto pure “e chi cazzo è ‘sto Michele”, senza ricambiare. Nel lanciare il nostro approdo a quel giornale Selvaggia l’ha raccontato, cementando ulteriormente questa storia, ormai divenuta un mio cavallo di battaglia. Questo unito alla questione di come sia veramente la questione dei sette sosia da cui il mio racconto è partito.
Io, per altro, non ho mai incrociato Stefano Bollani, né casualmente, né intenzionalmente. Lavoro nel suo medesimo settore da quasi trent’anni, e così lui, ma non ci siamo mai incrociati. Non sono neanche mai riuscito a andare a vederlo dal vivo, perché ogni volta che capita in città io sono altrove. Anche quando suona in un altrove dove sono io, poi, così, io devo andarmene. Per dire, il 26 di luglio sarà nella mia Ancona, esattamente nel periodo che passerò lì, ma proprio quel giorno dovrò andarmene per poi tornare il 27, perché sono nella giuria della prima edizione dei Primigenia Awards. Casualità? Non saprei, di fatto mi chiedo se non sia poi vero che in effetti io e Bollani siamo la stessa persona, come in uno sdoppiamento del quale solo io non sia a conoscenza.
Fa caldo, ripeto, non fatemene una colpa.
Poi succede che vedo una foto in rete, e mi stupisco davvero. C’è mio fratello Marco, otto anni più di me, editore assai poco incline a apparire pubblicamente, e al suo fianco c’è J-Ax, uno dei pilastri del nostro rap, già alla guida degli Articolo 31, col quale neanche un paio di mesi fa ho fatto una grande serata al Teatro San Rocco di Seregno, all’interno della rassegna Il Circolo delle 12 Lune. Il titolo dell’articolo che ha per foto di copertina mio fratello Marco con J-Ax al suo fianco dice qualcosa come “Stavo diventando un altro. Alla fine sono tornato”, con variabili che parlano dell’essersi perso, dello spirito identitario e altre facezie del genere. Aprendo uno di quegli articoli a caso, siamo pur sempre in estate, eh, scopro che le due foto, quella di mio fratello Marco con occhiali, barba e baffi, e quella di J-Ax senza occhiali, sbarbato e solo col pizzetto, sono semplicemente la sequenza temporale del rapper milanese prima e dopo essersi rasato e riaver acquistato l’aspetto che per anni ha “indossato”. Cioè, mio fratello Marco non è mio fratello Marco, o almeno non è lui a essere nella foto, e però mio fratello Marco, a parte avere i capelli, cosa che in effetti J-Ax non ha, è identico a J-Ax. Una somiglianza impressionante, al punto che, fatto uno screenshot e tagliato la parte della pelata, ho mostrato la foto a tutti i miei familiari, mia moglie e i nostri quattro figli, nonché a mia sorella Caterina, su Whatsapp, e tutti hanno confuso J-Ax con Marco. I miei figli, per altro, hanno tutti risposti a esplicita domanda, “Chi è?”, “lo zio”, e qui forse poteva anche starci l’ambiguità del dire e non dire, dal momento che tutti chiamano J-Ax zio. E poteva anche starci l’ambiguità di dire che J-Ax era mio fratello, nel dire che lo sentivo a me vicino, ma avrete notato che ho scansato entrambe raccontando la cosa diversamente. Comunque, ci credo che J-Ax non si riconosceva più, si era trasformato in mio fratello senza neanche sapere che esiste, mio fratello.
A questo punto gli interrogativi sui sosia diventano davvero molteplici. Perché mio fratello non somiglia poi così tanto a J-Ax senza barba e occhiali, o forse sì, ma avendo da sempre barba e occhiali la cosa non si notava. Perché se è vero che io somiglio a Stefano Bollani e mio fratello somiglia a J-Ax, ci potrebbe anche essere la possibilità che Grido, il fratello di J-Ax, un tempo parte dei Gemelli DiVersi somigli a Bollani, come in effetti non sembra affatto, che Bollani abbia un fratello identico a J-Ax, o che Bollani o J-Ax abbiano una qualche parente che assomigli a nostra sorella Caterina. Di più, viene da chiederci perché la mia famiglia abbia somiglianze solo con gente che appartiene al mondo dello spettacolo, per non appesantire ulteriormente il racconto non vi ho raccontato di come negli anni Novanta, quando ero un giovane chitarrista hardcore che frequentava l’Alma Mater di Bologna, corso di Laurea in Storia Moderna, per ben due volte sono stato confuso con Kim Thayil, chitarrista dei Soundgarden, una addirittura nel medesimo posto dove Kim Thayil aveva appena suonato, all’Isola Nel Kantiere. Figuriamoci se nelle variabili tra Bollani, J-Ax e la mia famiglia dovesse anche entrare Kim Thayil, che per la cronaca ha nove anni più di me e ha origini indiane, non se ne uscirebbe davvero più.
Chiudo questo mio scritto, decisamente leggero, tornando indietro negli anni. Molto indietro negli anni. Quando io e mia moglie ci siamo messi insieme, nel 1988, c’era una signora che abitava nel suo quartiere, un tempo anche nel suo palazzo, che continuava a dirle che era praticamente la fotocopia di Ornella Muti. La signora si chiamava Bice, come Bice Valori, l’attrice a sua volta moglie di un attore, Paolo Panelli, mentre suo marito, suo di Bice, si chiamava Bengasi, nome che lo collocava precisamente in quella generazione nata quando l’Italia provava a fare la potenza colonialista e il governo fascista offriva soldi a chi decideva di chiamare i figli con nomi che avessero una connotazione nazionalista, come Italia o, appunto, uno dei luoghi conquistati in Africa. Questo per la cronaca. Il quartiere nel quale mia moglie è cresciuto, lì in Ancona, la Palombella, era chiamata la Piccola Stalingrado, tanto per riportare il tutto su una giusta china. Tornando alla somiglianza con Ornella Muti, so che il fatto che io lo stia scrivendo la farebbe andare su tutte le furie, ma fortunatamente mia moglie non ha tempo per leggere i miei soliloqui, quindi spero di poter contare sul vostro solidale aiuto per non farglielo sapere. In effetti una certa somiglianza c’era, anzi, ce n’erano parecchie, e ricordo sempre quando lei, dopo aver visto Io e mia sorella di Carlo Verdone, dove a fianco del regista romano recitavano Elena Sofia Ricci nei panni di sua mogli e Ornella Muti in quelli della sorelle titolare del titolo, si offese a morte perché ebbi a dire che trovavo Elena Sofia Ricci molto più bella di Ornella Muti, quando si è giovani e maschi si è spesso molto, troppo ingenui. Con gli anni, ovviamente, la faccenda di Ornella Muti è venuta un po’ meno, mentre è cresciuta quella di Bollani, previa parentesi di Kim Thayil. Ecco, pensare che in un qualsiasi pranzo di Natale potevano essere presenti a casa mia Ornella Muti, Stefano Bollani e J-Ax, confesso, fa una certa impressione. Non oso pensare a casa di tutti loro che effetto avrà fatto sapere di avere a tavola tutti questi Monina.




