La replica
Tiziana Giardoni, vedova di Stefano D’Orazio, rompe il silenzio a Corriere della Sera e difende la memoria del marito dalle accuse emerse negli ultimi giorni.
Alla domanda sul suo stato d’animo risponde senza esitazioni: «Sono amareggiata. La cosa che mi infastidisce più di tutte è vedere buttare fango sulla memoria di mio marito Stefano, un uomo buono e generoso che ha fatto tanto del bene. Se le persone attaccano me non importa: ma non accetto che si metta in dubbio la lealtà di Stefano».
Giardoni è stata criticata per una presunta richiesta di risarcimento di 100 mila euro nei confronti di Francesca Michelon.
«Le notizie apparse in questi giorni sono del tutto infondate, nessuna nuova domanda di risarcimento è stata avanzata in appello dai miei avvocati, Marco Meliti e Simona Bevilacqua, anche perché chi scrive dovrebbe sapere che in quella sede non è possibile proporre nuove domande. Si tratta delle stesse richieste già formulate in primo grado dai miei precedenti avvocati».
I danni psicofisici contestati, spiega, riguardano il profondo disagio vissuto da Stefano: «La Michelon aveva rifiutato ogni rapporto con mio marito: il suo legame con il padre per lei passava solo per il denaro. Stefano con molta tristezza si autodefiniva “un bancomat”. Veniva cercato solo come mero sostenitore economico: le richieste di denaro erano puntuali e insistenti».
Una cosa non positiva: «Questo portò Stefano a uno stato di prostrazione tale da doversi sottoporre a visite specialistiche e ricoveri, fino alla prescrizione di antidepressivi».
D’Orazio avrebbe voluto costruire un rapporto con la figlia biologica.
«Per la figlia della sua ex compagna Lena Biolcati, Silvia, lui è stato un padre a tutti gli effetti, nonostante non fosse il genitore biologico». Con la Michelon, però, la situazione fu diversa: «La Michelon però non voleva il suo affetto e questa sua affermazione è anche agli atti». Secondo Giardoni, un ruolo lo ebbe anche la madre della ragazza: «Un rapporto di freddezza probabilmente voluto anche dalla madre della Michelon, la signora Bolletta, che impose allo stesso Stefano di mantenere il riserbo sulla paternità, volendo preservare il rapporto familiare con il marito».
Alle accuse di essersi intromessa risponde seccamente: «Non è così. Io rispettavo la volontà di mio marito, che voleva a un certo punto minimizzare gli incontri per la sofferenza che gli procuravano». Una ferita che ha inciso anche sulla loro vita privata: «Questa impossibilità di avere un rapporto affettivo con sua figlia ha fatto sì che Stefano non desiderasse di diventare nuovamente padre. Accettai per amore di non avere figli, ma non è stata una scelta facile».
Rispetto al sostegno social di cui gode la Michelon, Giardoni osserva: «Purtroppo è facile lasciarsi convincere da una persona che gioca a fare la vittima, non dicendo però che è lei ad essere stata condannata per aver tentato, in collusione con la madre e il signor Michelon, di far apparire tempestiva l’azione di disconoscimento della paternità». E conclude: «Mi hanno dato della venale: se mai otterrò un risarcimento lo darò in beneficienza».
In vita, Stefano D’Orazio aveva preso precauzioni: «Innanzitutto fece testamento, all’insaputa di tutti». E smentisce le cifre circolate: «Non c’è alcun patrimonio milionario, come sostengono gli avvocati della Michelon: parlano di due attici a Roma, in realtà è un normalissimo appartamento al 7° piano in cui vivo io».
Quel periodo lasciò un segno profondo: «In quegli anni aridi ho visto mio marito diventare un’altra persona». Una sofferenza che, secondo Giardoni, contribuì a una decisione storica: «Era così spaventato che nel 2009 decise di lasciare i Pooh. Le richieste erano diventate insistenti e lui non voleva trascinare il gruppo in uno scandalo morale. Non credo di esagerare nel dire che si sentiva con le spalle al muro».
Dopo gli incontri con la figlia, racconta, «tornava avvilito». E aggiunge: «Ogni tentativo di sciogliere il ghiaccio era inutile: si trovava di fronte una ragazza respingente interessata solo a massimizzare i benefici economici».
Il momento più doloroso resta legato al giorno della morte del musicista: «Il 6 novembre del 2020, giorno della morte di Stefano. Gli avvocati della Michelon mandarono una pec all’ospedale Columbus chiedendo l’esame del Dna sul corpo di mio marito appena deceduto».
Oggi, conclude, può contare solo su pochi affetti: «Sempre e solo la mia famiglia. E spero nel sostegno dei Pooh».




