Pedro Sánchez pronto a dimettersi portando la Spagna alle urne anticipate. Una decisione che di fatto era già nell’aria da una settimana, quando dalle Camere il premier aveva lanciato un avvertimento a PP e Junts: “La storia vi giudicherà prima di quanto crediate”.
Il capo del governo socialista ha scelto di cadere sul tema più esplosivo del Paese: la casa. Il 2 ottobre il Parlamento ha bocciato i decreti sull’emergenza abitativa. A determinare lo stop, il voto dei catalani di Junts, che assieme al Partito Popolare ha affossato il provvedimento in aula.
Quella sconfitta parlamentare ha però innescato l’effetto opposto. Lo sfratto di Maricarmen, 87 anni, allontanata dalla sua abitazione di Madrid, è diventato il simbolo nazionale della crisi degli affitti. Centinaia di giovani si sono accampati alla Puerta del Sol. Sabato 70 mila persone hanno riempito le strade della capitale, in una delle più grandi manifestazioni della sinistra degli ultimi anni. Gli indignados sono tornati in piazza.
È su quest’onda che Sánchez tenta la sua mossa più azzardata. Cavalcare la rivolta sociale per ribaltare un quadro che fino a un mese fa lo dava per politicamente finito. Prima della protesta per la casa, infatti, l’esecutivo era dato per moribondo: le inchieste per corruzione che hanno sfiorato il PSOE, la gestione dei migranti a Ceuta e un divario che nei sondaggi arrivava fino a 16 punti tra il blocco di destra e quello di sinistra.
Ora il Partito Popolare si sente favorito. Alle politiche del 2023 partiva otto punti sotto nei sondaggi e ne recuperò sette alle urne. Sanchez è un esperto di alleanze acrobatiche e di rimonte impossibili. Sa che la casa, bene primario, è diventata il fronte più drammatico. E ha deciso di giocarsi tutto su questo terreno. La prima data utile per le elezioni è il 29 novembre.




