L’intervista del regista

Paolo Sorrentino, in un’intervista concessa a Corriere della Sera, respinge l’idea che il presidente della Repubblica immaginato nel suo nuovo film La grazia sia un ritratto mascherato di Sergio Mattarella. Precisa che non si tratta di un personaggio ispirato direttamente all’attuale capo dello Stato, anche se riconosce che il film prende spunto da elementi reali della storia istituzionale italiana: presidenti vedovi, giuristi, cattolici, figure segnate da una forte sobrietà personale. I riferimenti, semmai, si distribuiscono tra più modelli: Scalfaro, Napolitano, in parte anche Mattarella. Ma, sottolinea il regista, le analogie si fermano lì.

Nel film, ambientato negli ultimi sei mesi del mandato presidenziale, il cosiddetto semestre bianco, il presidente pronuncia una frase chiave: «Finalmente il Paese è in sicurezza». Sorrentino spiega di averla scritta pensando al periodo in cui Mario Draghi era presidente del Consiglio, quando l’Italia dava l’impressione di essere guidata con competenza e solidità. Oggi, osserva, quella sensazione si è persa.

La grazia è il terzo film apertamente politico di Sorrentino, dopo Il Divo e Loro. Ma il regista insiste sul fatto che non si tratti di un’opera sulla politica in senso stretto, bensì sui modi di esercitarla. Al centro c’è un’idea di responsabilità, di prudenza, di lentezza decisionale che oggi appare fuori moda. Un modello che, secondo Sorrentino, non è in crisi solo in Italia, ma soprattutto nel contesto internazionale.

Il personaggio interpretato da Toni Servillo porta con sé una chiara suggestione napoletana, non solo nell’accento ma anche in alcuni dettagli iconografici, come il cappello che richiama quello di Giorgio Napolitano, figura che il regista dice di aver conosciuto e di aver trovato profondamente affascinante. Al contrario, Sorrentino esclude un riferimento consapevole a Cossiga, soprattutto nella sua fase più conflittuale, lontana dall’equilibrio che cercava per il protagonista.

Uno dei nuclei narrativi del film è il tema della grazia presidenziale. Sorrentino distingue tra la verità dei fatti, imprescindibile per il diritto e per la giustizia, e una verità più incerta, legata alle fragilità umane. La grazia, proprio perché discrezionale, si colloca in questa zona grigia. Nel film il presidente nega la grazia perché non crede alle motivazioni dell’uomo che la chiede: non ne riconosce l’amore autentico, criterio decisivo per la sua scelta. «La grazia è la bellezza del dubbio», dice uno dei personaggi, sintetizzando l’idea centrale dell’opera.

Accanto a questo dilemma, il film affronta anche il tema del fine vita. Per Sorrentino è uno dei campi in cui la verità è meno netta e più difficile da definire. Il regista si dichiara favorevole all’eutanasia e cita la vicenda di Martina Oppelli come esempio di una sofferenza affrontata con lucidità e dignità. Se il film dovesse contribuire a riaprire il dibattito su una legge nazionale, ammette, ne sarebbe orgoglioso, anche se non era questa l’intenzione iniziale.

Sul piano politico attuale, Sorrentino dice di faticare a comprendere i leader contemporanei, immersi in uno scenario globale caotico e contraddittorio. Evita giudizi diretti, ma ribadisce che la simpatia non può essere un criterio di valutazione della classe dirigente. La politica, sostiene, è una cosa troppo seria per essere ridotta a empatia o antipatia personale.

Nel film c’è anche un elogio della burocrazia, intesa non come immobilismo ma come argine al decisionismo impulsivo. In un mondo in cui le scelte vengono spesso prese in modo affrettato, la lentezza può diventare una forma di responsabilità.

Accanto alla dimensione pubblica, La grazia esplora quella privata del presidente, ossessionato dal tradimento della moglie, mai chiarito fino in fondo. Un dubbio che resta aperto e che lo accompagna fino alla fine, ricordando che anche le figure più istituzionali restano, prima di tutto, esseri umani.

Il film si chiude con una riflessione che attraversa tutta l’opera: convivere con il dubbio è parte della maturità. Non risolverlo a tutti i costi, ma accettarlo, può essere una forma di equilibrio. Un’idea controcorrente, come molte di quelle che Sorrentino affida al suo presidente immaginario.