Il 22 dicembre esce un film sorprendente, che ti coccola dal primo all’ultimo minuto: La mia famiglia a Taipei.
Un film girato interamente con l’Iphone, che so che farà storcere il naso, ma se vi fiderete di me e continuerete a leggere, cambierete idea e capirete il motivo.
La mia famiglia a Taipei segna l’esordio alla regia di Shih Ching Tsou, un debutto che appare fin da subito sorprendentemente maturo, consapevole e profondamente personale. Scritto e diretto dalla regista taiwanese, il film è prodotto e co-sceneggiato da Sean Baker, con il quale Tsou aveva già collaborato in precedenza. Una collaborazione che si avverte, ma che non schiaccia mai l’identità dell’autrice, al contrario, ne amplifica la voce, lasciandole spazio e libertà espressiva.
È un primo film, sì, ma il tratto registico è chiaro e deciso. La mia famiglia a Taipei è un racconto al femminile, narrato con una poetica delicata ma incisiva, capace di parlare di identità, appartenenza e cambiamento senza mai alzare la voce. Tsou sceglie una messa in scena apparentemente semplice, ma in realtà estremamente precisa, dove ogni decisione formale è al servizio della storia.
La scelta di girare il film interamente con iPhone non è un vezzo stilistico, ma una dichiarazione d’intenti. Non conta il mezzo, conta la storia. La tecnologia diventa invisibile, si mette al servizio dei personaggi e del loro vissuto, restituendo un senso di intimità e immediatezza che rafforza l’autenticità del racconto.
La storia è vista attraverso gli occhi di una bambina di cinque anni, e per questo la macchina da presa si abbassa, si adegua alla sua altezza, al suo punto di vista. Il mondo ci viene mostrato così com’è per lei, grande, a volte incomprensibile, spesso contraddittorio. La protagonista è mancina, in un contesto culturale in cui essere mancini è considerato qualcosa di sbagliato, quasi una colpa. Per amore del nonno, la bambina tenta di cambiare, di correggere quel lato di sé che sembra non essere accettato. Ma è proprio da lì, da quella parte “sbagliata”, che nascerà la forza e la capace di salvare la sua famiglia.
Il film diventa così anche un racconto sulle striature di un paese, sulle fratture e sulle continuità tra generazioni, su come i luoghi e le tradizioni plasmino le persone, spesso imponendo regole che entrano in conflitto con l’individualità. Tutto questo è filtrato dallo sguardo puro e non ancora contaminato di una bambina, che osserva senza giudicare, ma che sente profondamente.
La mia famiglia a Taipei è un film di innocenza e verità, raccontato con la grazia di chi guarda il mondo per la prima volta e ne coglie le incongruenze con naturalezza. È un’opera che avvolge lo spettatore, che riscalda, che accoglie. Per questo risulta particolarmente adatta al periodo natalizio: è un film da vedere in famiglia, perché somiglia a un abbraccio.
Infine, forse la parte più importante per me, ci tengo a sottolineare come il film racconti il femminile dal punto di vista femminile, con uno sguardo autentico, mai mediato, mai compiaciuto. È un valore aggiunto fondamentale, che rende ogni emozione più vera, ogni gesto più sincero. Shih Ching Tsou firma un esordio che non solo promette, ma afferma con decisione una voce autoriale già pienamente formata.




