Sfera Ebbasta davanti all’Ultima Cena di Leonardo. La notizia, già di per sé, sembra scritta per funzionare sui social, il primo artista a girare un videoclip dentro il refettorio di Santa Maria delle Grazie, uno dei luoghi più sorvegliati e delicati del patrimonio italiano. Il video è quello di Lontano, girato la scorsa settimana con particolari accortezze per luci e audio.

 

Ma la parte più interessante della storia non è nemmeno Sfera.

 

È la spiegazione che arriva dall’istituzione.

 

Angelo Crespi, direttore della Grande Brera, ha difeso l’operazione parlando della necessità di rendere il patrimonio accessibile a tutti, soprattutto a quei pubblici che si sentono più lontani dalla storia dell’arte. E ha indicato come un obiettivo dell’istituzione proprio quello di rendere la bellezza accessibile.

 

Una formula praticamente inattaccabile.

 

Chi potrebbe essere contrario ai giovani che si avvicinano all’arte? Chi potrebbe sostenere che i musei debbano parlare soltanto agli habitué delle mostre, agli studenti di storia dell’arte e ai visitatori muniti di audioguida?

 

Il problema è che “portare i giovani all’arte” sta diventando una formula buona per giustificare quasi qualsiasi cosa.

 

E qui la domanda diventa inevitabile: siamo davvero davanti a un’operazione che porta i giovani verso Leonardo, oppure a un’operazione che porta Leonardo dentro il mondo di Sfera?

 

La differenza non è semantica. È sostanziale.

 

La strategia comunicativa è perfetta.

 

Prendi uno degli artisti italiani più ascoltati dalle nuove generazioni, portalo davanti a Leonardo da Vinci e racconta l’incontro come un dialogo tra contemporaneità e patrimonio. Il risultato sembra automaticamente virtuoso: la trap incontra il Rinascimento, il museo incontra la Gen Z, il patrimonio esce dalle sue teche e torna a parlare al presente.

 

Peccato che il patrimonio non sia necessariamente il soggetto della conversazione.

 

Nel videoclip il protagonista è Sfera. La canzone è di Sfera. Il progetto discografico è di Sfera. La comunicazione è quella di Sfera.

 

Leonardo, inevitabilmente, fornisce qualcosa di molto prezioso, la propria aura, la sua maestosità come scenografia.

 

È il Cenacolo a dare al videoclip un’immagine che nessun altro set potrebbe offrire. È Leonardo a trasformare un’uscita discografica in un evento culturale. È la storia dell’arte a conferire all’operazione quel supplemento di prestigio che un normale videoclip non avrebbe.

 

E allora forse bisognerebbe smettere, almeno per un momento, di chiamarla automaticamente “valorizzazione”.

 

 

Non è necessario sostenere che il video abbia danneggiato fisicamente l’Ultima Cena. Le riprese, secondo le informazioni diffuse, sono state realizzate con precauzioni specifiche proprio per la delicatezza dell’ambiente e dell’opera.

 

La questione è un’altra.

 

Che cosa viene valorizzato, esattamente?

 

Leonardo?

 

Il Cenacolo?

 

La conoscenza dell’opera?

 

La sua storia?

 

Il suo significato?

 

Oppure l’evento mediatico rappresentato dal fatto che Sfera Ebbasta sia riuscito a girarci un videoclip?

 

Perché c’è una differenza enorme tra usare la cultura contemporanea per raccontare un’opera e usare un’opera per nobilitare la cultura contemporanea.

 

E nel caso del Cenacolo, il confine appare particolarmente sottile.

 

L’Ultima Cena non è una tela qualunque. È un’opera estremamente fragile, realizzata da Leonardo con una tecnica che già all’origine si rivelò problematica e che nei secoli ha richiesto interventi e restauri. Il refettorio di Santa Maria delle Grazie è, proprio per questo, un luogo nel quale ogni forma di utilizzo deve inevitabilmente confrontarsi con la conservazione.

 

La domanda, quindi, non è soltanto “si può fare?”.

 

È: “serve all’opera?”

 

Il punto più criticabile dell’operazione, allora, non è necessariamente aver fatto entrare Sfera al Cenacolo.

 

È la retorica con cui si presenta quella scelta.

 

Perché l’argomento “così avviciniamo i giovani all’arte” rischia di diventare una specie di lasciapassare universale.

 

Un ragazzo vede Sfera davanti al Cenacolo: bene.

 

Ma poi cosa succede?

 

Va a leggere la storia dell’Ultima Cena? Scopre la tecnica sperimentale utilizzata da Leonardo? Si interessa al rapporto tra il dipinto e il refettorio domenicano? Approfondisce il restauro? Capisce perché quell’opera sia così fragile? Entra in contatto con il patrimonio culturale milanese?

 

Oppure vede un’immagine spettacolare di Sfera davanti a Leonardo, la condivide, ascolta Lontano e passa oltre?

 

L’intenzione educativa non può essere confusa con l’effetto educativo.

 

Dire che un’operazione avvicina i giovani all’arte non la rende automaticamente un’operazione di divulgazione artistica. Per dimostrarlo servirebbe qualcosa di più della semplice presenza di un’opera d’arte dentro un contenuto popolare.

 

Altrimenti anche fotografarsi davanti a un quadro diventerebbe, per definizione, educazione al patrimonio.

 

C’è poi un elemento quasi paradossale.

 

Da anni le istituzioni culturali cercano di liberarsi dell’idea del museo come luogo polveroso, elitario, distante dalla contemporaneità. È una battaglia legittima.

 

Ma il rischio opposto è trasformare il patrimonio in una gigantesca location economy culturale: più il luogo è prestigioso, più il suo utilizzo diventa interessante per eventi, produzioni, moda, cinema, musica e comunicazione.

 

A quel punto Leonardo non è più soltanto Leonardo.

 

È un fondale.

 

Un fondale straordinariamente costoso in termini di valore storico, simbolico e conservativo.

 

E il fatto che il protagonista sia un artista amato dai giovani non risolve la questione. Anzi, la rende più interessante: se il patrimonio deve essere usato per intercettare pubblici nuovi, dove finisce la valorizzazione e dove comincia la sua trasformazione in strumento di marketing culturale?

 

Sarebbe troppo facile, e anche abbastanza snob, fare la guerra a Sfera Ebbasta.

 

Perché se alla fine dell’operazione ciò che resta nella memoria collettiva è “Sfera Ebbasta ha girato il video davanti all’Ultima Cena”, allora l’arte non è stata avvicinata ai giovani.

 

È stata utilizzata per rendere più iconico Sfera.

 

Il patrimonio culturale non dovrebbe essere valutato soltanto in base alla sua capacità di generare attenzione.

 

Altrimenti il criterio diventa semplicissimo: se fa parlare di sé, allora valorizza.

 

Ma non funziona così.

 

Un’opera d’arte può diventare virale senza essere realmente conosciuta. Può essere vista da milioni di persone e compresa da pochissime. Può diventare uno sfondo iconico e perdere completamente il proprio significato.

 

Il successo comunicativo, insomma, non coincide necessariamente con il successo culturale.

 

In ogni caso, da qualsiasi lato vogliamo analizzare la vicenda, rimane solo un po’ di amaro in bocca per l’ennesima decisione sbagliata.