Con un solo voto di scarto Montecitorio affossa l’emendamento sulle preferenze per la legge elettorale. È il punto su cui Giorgia Meloni aveva scelto di esporsi, arrivando a sfidare le opposizioni a un voto palese. L’Aula si riempie come nelle grandi occasioni, i ministri rientrano in corsa dopo il Consiglio dei ministri; poi arriva il tonfo che nel centrodestra davano per archiviato.

Nei conteggi a spanne mancano una trentina di voti. Parte subito la ricerca dei responsabili. Di fronte, brindisi e la richiesta secca di “dimissioni”. La notte non placa nulla: le opposizioni presidiano l’emiciclo e chiedono la sospensione dopo il video dei vannacciani che si riprendono mentre votano, per provare di non essere loro i franchitiratori. Nel caos finisce espulso Roberto Giachetti per “aver contestato la presidenza”. E sotto i riflettori finisce anche Domenico Furgiuele di Futuro Nazionale, per un richiamo a Hitler pronunciato in Aula.

Appena il tabellone certifica la sconfitta, esplodono i cori. Nel Transatlantico si passa dalla tensione alle strette di mano. Pochi minuti e arriva l’immagine: Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni escono insieme da Montecitorio e vanno in piazza. Il messaggio è chiaro: al primo scrutinio segreto sulla legge elettorale “il centrodestra è spaccato”.

Il ritornello è uno solo, cantato da un campo largo che stavolta tiene, con dentro anche Magi e Faraone: “Vada al Colle”.

Nel centrosinistra la sensazione è che il copione scritto di prima mattina abbia funzionato. Pd e M5S si riuniscono quasi in contemporanea con un’unica indicazione: muro. Massima pressione e voto segreto dove il regolamento lo permette. L’obiettivo è evidente: costringere la maggioranza a fare i conti con le sue crepe, coperte a fatica da un accordo sulle preferenze trovato all’ultimo.

La critica è dura. La riforma viene bollata come “irricevibile”, una legge “su misura” di una destra “che ha paura del voto” e che tenta di “riesumare dalla finestra il premierato bocciato dagli italiani”. Schlein trova sponda in Conte e negli altri: l’emendamento di FdI è una “farsa”, non rispetta “la parità di genere” e dimostra che Meloni è pronta “a sacrificare le donne” pur di difendere il potere.

Le differenze restano, ma per ora sullo sfondo. Pd e Avs respingono il testo di FdI. Il M5S ne presenta uno proprio con “preferenze vere”, niente candidato premier e premio ridotto. Una mossa che spiazza parte degli alleati. I 5 Stelle però smentiscono fughe: serve solo a “mettere a nudo” la destra. E Conte rincara sui social: “Di quale emendamento sta parlando? Mette la faccia? È sempre la solita. Quando smetterà di prendere in giro gli italiani?”.

Arrivano i numeri e con loro la passerella. Il sit-in di +Europa si trasforma in un palco. È la prima celebrazione compatta del campo largo dopo settimane di distinguo e la delusione di Napoli.

“Abbiamo tenuto”, dice Schlein, e legge il risultato come una sconfitta “dell’arroganza” della premier. Renzi rincara da remoto: dopo la fiducia degli elettori, Meloni ha perso anche “quella del Palazzo”. Deve tornare a votare. “Basta inciuci”. Calenda manca alla foto e liquida tutti come protagonisti di “un teatrino”.

Dall’altra parte il commento della premier è secco: “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo il palazzo”. Rivendica il tentativo di “riportare le preferenze dopo 30 anni di liste bloccate”. Ammette che sono mancati anche voti in maggioranza, ma scarica: “Chi festeggia per aver impedito ai cittadini di scegliere dice tutto su che idea ha di democrazia”.

La Russa apre però al recupero: al Senato il voto segreto non c’è. Lì si potrà “ritoccare, anche chirurgicamente, ciò che è passato alla Camera”.

Alla fine il campo largo ha ottenuto ciò che voleva: mettere in luce le divisioni interne alla maggioranza. E la partita, ora, si sposta.