Ascoltare Rossana De Pace quando canta, su disco o dal vivo, è un’esperienza che va assolutamente vissuta. In questi tempi distratti, di scrolling selvaggio, trovare una artista capace di fermarti, Fermati mondo è non a caso il titolo di una delle sue canzoni, e di spingerti a un ascolto attento è di per sé un miracolo, trovarne una che poi, nel momento dell’ascolto, ti porta in un luogo altro, avvolgente, a suo modo magico, è invece farsi un vero e proprio trip lucido, qualcosa che non ha effetti collaterali, se non il tornarsene poi sul pianeta Terra con qualche domanda in più nelle tasche.

Ascoltare Rossana De Pace quando ti racconta come è nato il suo nuovo disco, mai come in questo caso si dovrebbe parlare di progetto, tanto è stato pensato e dettagliato ogni singolo passaggio della composizione e lavorazione del disco, è qualcosa di davvero fascinoso, esperienza che ho vissuto e che spero di riuscire a trasmettervi nel corso delle seguenti righe.

Perché Diatomee, questo il titolo dell’album di Rossana De Pace uscito poche ore fa, è un lavoro curato, dove per cura si intende esattamente quel che con prendersi cura si intende, già a partire dal titolo. Titolo che, confesso, è rappresentato da una parola che non conoscevo, il plurale di diatomea, una microalga unicellulare presente in ogni ambiente acquatico, quindi parlarne al plurale ha più di un senso, responsabile della produzione di una percentuale importante dell’ossigeno presente sul nostro pianeta e, per questa capacità di passare per ambienti diversissimi, trasportata dal vento come dall’acqua, e quindi di a sua volta alla base del sostentamento di forme di vita diversissime tra loro, è un esempio semplice ma efficacissimo dell’idea di connessione globale, come natura crea, direbbe un copy in vena di plagio. La spiegazione del titolo, tanto è stata fitta la chiacchierata, avvenuta per altro in presenza di una delle sue colleghe e socie di Canta fino a dieci, il collettivo di cantautrici femminista che vede la presenza appunto di Rossana De Pace, Irene Buselli, qui con lei nella sede dell’ufficio stampa Parole e Dintorni per questa chiacchierata, Anna Castiglia, Francamente e Cheriach Re, è avvenuta quando ormai avevo già indossato il giubbotto, pronto a imboccare la porta, lei a farmi scegliere un cartoncino, cartoncino con su riportato un verso di una delle canzoni, cartoncino da lei chiamato “diatomea”, e io a chiederle, appunto, cosa diatomea significasse. Perché fino a quel momento, oltre un’ora di chiacchierata, si era parlato di tutto il resto, e per tutto il resto si intende, nel caso di Diatomee di Rossana De Pace, un resto affascinantissimo e ricchissimo. A partire dall’idea di farsi influenzare, per la composizione delle musiche, dalle piante. Certo, un discorso che, fosse fatto da chiunque altro, potrebbe risultare vagamente da “fricchettone”, e in fondo Rossana De Pace una fricchetona la è, perché prendere a esempio una microalga unicellulare e usarla per spiegarci come in fondo siamo tutti parte di un mondo che è in connessione, o dovremmo esserlo, consapevoli della nostra connessione, intendo, esserlo lo siamo per forza di cose, e scegliere di cercare e quindi trovare un modo per far sì che le piante, grazie a dei macchinari inventati e prodotti da un mezzo genio di cui, confesso, non ricordo il nome, essere iperconnessi e trovarsi inondati di informazioni, a una certa età, qualche effetto collaterale ce l’ha, un macchinario capace di intercettare le frequenze che le piante di loro producono, di isolarle e registrarle, così che poi le si possa elaborare come fossero armonie e melodie scritte da un umano, in mezzo a quelle improvvisazioni piantesche ecco gli spunti dai quali partire per comporre, composizioni avvenute in residenze artistiche in giro per l’Italia, tutti luoghi ovviamente immersi nella natura, lei a connettersi con le piante e scrivere, poi in seguito Takero Gohara, uno dei migliori produttori e ingegneri del suono presenti sul nostro territorio, a lavorarci su. Perché il progetto è un po’ partito così, Rossana che scrive canzoni, contatta Taketo, gli chiede se gli andrebbe di produrre un disco nel caso entri un bando cui vuole partecipare, e lui che dice sì. Poi passano i mesi, il bando viene vinto, ma vallo poi a beccare Taketo Gohara, uno sempre al lavoro. E invece, connessioni astrali, anzi, congiunture astrali, ecco che Rossana entra in finale al premio Music for Change, organizzato a Cosenza da Gennaro De Rosa per Musica contro le mafie, premio della cui giuria, anzi, delle cui giurie io faccio parte, tanto per non star qui a nascondere fatti facilmente riscontrabili, e chi c’è a curare le produzioni dei brani che si giocheranno la vittoria finale durante la residenza di dieci giorni prevista? Taketo Gohara. Taketo che lavora quindi con lei a Pelle D’Oca, incidentalmente canzone predestinata poi a vincere la competizione, meritatamente, aggiungo, e di lì a partire con l’idea di farlo, questo benedetto disco. Come? Semplice, Taketo ascolta i quindici brani che Rossana ha composto e le dice “bene, ne servono altri dieci”. Rossana che decide di partire per questo giro di residenze artistiche e, lasciandosi guidare dalle piante, scrive queste benedette dieci altre canzoni, e da lì via per chiudere il tutto. Ma come è nata l’idea di scrivere collaborando con le piante, potrebbe chiedersi qualcuno? Semplice, perché già c’era una collaborazione con la terracruda. Cos’è la terracruda, sempre che si scriva tutto attaccato? È la terracotta prima che diventi terracotta. Crudo, cottura e cotto. Semplice. In pratica l’argilla, direbbe qualcuno, non fosse che di argilla trattata con materiali naturali per renderla compatta, che non si sfaldi come l’argilla di suo tende a fare, se non la cuoci, il materiale, anzi, i materiali usati dall’artista cubana Isabel Rodriguez Ramos, con la quale da tempo Rossana collabora, se avete visto i suoi video è lei, Isabel Rodriguez Ramos a aver creato quegli oggetti bellissimi in scena. Ecco, passare dalla terracruda alle piante è stato un attimo. Oggetti che, essendo di terra, vivono e quindi suonano. Siamo sempre lì, la connessione, e anche un po’ di fricchettonismo. Connessione e fricchettonismo, attenzione, che portano a una scrittura e una messa in scena tra le più belle che siano in circolazione, con canzoni che sono tutto fuorché fuori dal mondo, anzi, ne sono parte integrante, politiche, totalmente residenti dell’attualità, tutto quello che avete letto fin qui è la base di partenza, le canzoni sono dei gioielli in grado di trasmettere emozioni, regalarci ossigeno in questi tempi asfittici e apneici, proprio come fossero diatomee. Nella chiacchierata, e non poteva che essere così, si è parlato anche di come il progetto importantissimo, lo dico io, e necessarissimo, lo dico sempre io, di Canta fino a dieci stia evolvendo, l’idea di farlo proseguire non necessariamente in presenza sempre di tutte e cinque le fondatrici, e aprendo a nuove colleghe, così da creare non solo un altro mondo di connessioni, siamo sempre lì, ma di fornire una sorta di mappatura del cantautorato femminile e femminista alla base di questo nuovo passaggio, la crescita delle carriere delle singole componenti fondatrici, tutte molto a fuoco, la prossima a dover sbocciare è Cheriach Re, solo un pretesto. Si è parlato anche di Sanremo, e come non farlo di questi tempi, e di come uscire in questo periodo sarebbe potuto risultare sbagliato solo se Rossana De Pace fosse in qualche modo in competizione con chi a Sanremo andrà, ma Rossana De Pace, vi sarà chiaro, non è affatto in competizione con il mondo, come potrebbe mai esserlo chi cerca con ogni stilla di sudore di produrre connessioni, trovare punti di contatto, entrare in ascolto e essere ascoltata? Ecco, l’ascolto. Potrei star qui a proseguire in questo pezzo che, lo so, risulta indubbiamente frastagliato, la forma di un nugolo di microalghe unicellulari che da un fiume in secca del Ciad viene trasportato fino a New Orleans, chissà se si dice “nugolo” parlando di microalghe?, a dettare il ritmo e la forma, ma credo che sia arrivato il momento di fermarmi, per agevolarvi l’ascolto di questo album che, mai come oggi, è un bene di prima necessità, come l’aria che respiriamo.