A me piace piangere al cinema, quando la sala è buia e sei circondato di gente, ma ti senti solo, piangere è liberatorio.
Non mi succedeva, però, in maniera così intensa da un po’.
Rental Family è quel piccolo gioiello che scovi in fondo a un cassetto, sotto a una marea di vestiti, abbandonato.
Te ne eri dimenticato, ma appena lo tiri fuori, ricordi la sua importanza, il suo valore e la sua storia.
Rental Family, diretto dal regista Hikari, è una di quelle opere che non si possono rimandare allo streaming, che chiedono il buio della sala, il silenzio condiviso, il respiro collettivo del cinema.
Per concederti di piangere.
Io l’ho fatto, ho pianto molto, una decina di volte, e sono certa lo farete anche voi.
Hikari racconta il Giappone lontano dalle cartoline e dagli stereotipi, nonostante la fotografia sia mozzafiato e inviti chiunque a volerlo andare a vedere.
Non è il Paese dei neon abbaglianti o della tecnologia futuristica, è un Giappone intimo, silenzioso, fatto di appartamenti piccoli e solitudini immense. Un Paese in cui il lavoro occupa ogni spazio, in cui il successo è una maschera e il silenzio spesso pesa più delle parole.
Eppure, dentro questo silenzio, il film trova la sua voce più potente.
La trama di Rental Family parte da un’idea tanto semplice quanto devastante: affittare una famiglia, affittare una presenza, affittare qualcuno che finga di esserci per te. Un padre, un amico, un compagno. Qualcuno che ti chiami per nome. Qualcuno che ti ascolti e ti parli quando ne hai bisogno.
È un concetto che potrebbe sembrare estremo, quasi distante dalla nostra realtà, e invece colpisce perché parla di noi. Parla del bisogno universale di sentirsi amati e di essere visti. Di non attraversare il mondo da soli.
Il protagonista è interpretato dall’ attore premio Oscar Brendan Fraser, che ancora una volta dimostra una profondità straordinaria, regala una performance intensa e misurata, con uno sguardo che ci dona una tristezza così profonda da quasi chiederti se sia solo finzione.
Ogni sguardo, ogni esitazione, ogni silenzio racconta una fragilità che non ha bisogno di grandi discorsi.
È un film che ti fa sentire piccolo, ferito e cullato.
Ti fa sentire piccolo davanti all’immensità dei bisogni umani. Ti fa sentire ferito, perché riconosci crepe che forse pensavi di aver nascosto bene. Ma allo stesso tempo ti culla, perché ti ricorda che quella fragilità è condivisa. Che il desiderio di un padre, di un amico, di un compagno non è debolezza, ma ciò che ci rende umani.
È un film che spoglia i personaggi dalle loro armature sociali. Mostra che dietro l’ossessione per il lavoro, per il guadagno, per l’efficienza, si nasconde spesso una fame semplice e primordiale quella di una voce che dica “sono qui”, come il personaggio che interpreta il “capo” dimostra benissimo, senza volervi fare spoiler ulteriori.
Il mio consiglio è di vederlo al cinema, ma non perché abbia chissà quali effetti o segreti per cui si necessita lo schermo grande, ma perché significa fare un’esperienza collettiva di qualcosa che parla di solitudine. È un paradosso che a mio avviso risulta meraviglioso, un film sulla mancanza di relazioni che ti fa sentire parte di una comunità, anche solo per due ore.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di socialità, di amore, di convivialità. Anche chi non lo ammette. Anche chi sembra vivere solo per il lavoro. Anche chi dice di bastarsi.
Questo film ci ricorda che non ci bastiamo quasi mai.
