Oggi me le vado a cercare. Lo so, quindi una volta premuto il tasto “pubblica” assumerò posizione a uovo, attendendo gli eventi.

Vado.

Giorni fa, durante lo svolgimento di quella Napoli-Cagliari che ha visto assegnare per la quarta volta nella sua storia, seconda nel giro di tre anni, lo scudetto alla squadra partenopea, ero a tavola con un gruppo di ragazzi napoletani. Eravamo al ristorante, durante un evento, e uno di loro mi ha detto, nello sconforto, di non seguire il calcio. Il motivo del suo sconforto, reale, stava tutto nel non riuscire a comprendere certi entusiasmi, il calcio non è ovviamente solo questione di chi segna più goal, come sosteneva Boskov, quanto tutta una serie di sfumature variegatissime, buone per cavarne metafore utili a praticamente tutte le situazioni della vita. Di qui lo sconforto, nel non riuscire a comprendere e quindi nel non riuscire a gioire delle gioie di una intera città, la propria città, come di chi è incapace di empatizzare con gli altri, ma praticato da chi in genere empatico è.

La faccenda dell’empatia ritornerà, tenetela a mente.

Seguo il calcio, seppur con quel disincanto di chi ne ha viste di tutti i colori e i colori che vede adesso li trova assai più smorti di quelli visti in passato, e non certo per mere faccende di nostalgie e invecchiamenti, e in quanto uno che segue il calcio posso bene immaginare la gioia di vincere uno scudetto, il libero arbitrio mi ha portato a tifare per una squadra, il Genoa, che da che son vivo non ha praticamente mai vinto nulla di rilevante, se non qualche campionato di Serie B o serie C, non esattamente il top, la famosa espugnazione dell’Anfield Road Stadium di Liverpool, il 18 marzo 1992, con la doppietta di Pato Aguilera forse la massima gioia provata fin qui, e in effetti non è poca roba. Quindi immagino lo sconforto del ragazzo che a tavola mi ha confidato questo suo cruccio, ma parlando di calcio non riesco proprio a immedesimarmi. Certo, non sono uno che tifa per la nazionale, almeno non dal 1982, e non per quel radical chicchismo che non mi è proprio, ma perché trovo davvero poco interessante l’idea di una squadra che raccolta giocatori nati sotto lo stesso cielo, che poi da anni di giocatori che neanche sapessero come fosse fatto quel cielo sono piene le fila della nostra come delle altrui nazionali, ma quando guardo una qualsiasi partita, fosse anche una partitella in un parco di domenica pomeriggio, tendo a tifare almeno mentalmente per qualcuno, con un sufficiente trasporto per esultare o dannarmi, so di che si tratta.

Non riesco invece a capire, e qui so di essere più solo che mai, il trasporto che circonda la figura di Jannik Sinner. Intendiamoci, comprendo perfettamente che si tratti di un campione assoluto, e dirlo oggi, dopo una sconfitta potrebbe quasi sembrare una presa in giro, non seguo il tennis ma sono dotato di device di varia natura che mi tengono aggiornato sulla cronaca spiccia e mi sarebbe impossibile non saperlo.

So che è il numero 1 nel ranking mondiale di quello sport, che ha avuto una squalifica di tre mesi ritenuta da quasi tutta ingiusta, che sta allestendo con Alcazar una sfida a distanza che lo vede quasi sempre capitolare, questo nonostante poi rimanga ugualmente numero uno al mondo, ma non capisco come ci si possa entusiasmare di lui.

Essere il numero uno, questo il mio punto di vista, ha la stessa fascinazione che può avere essere un attore o una attrice dall’aspetto impeccabile secondo tutti i canoni standard di bellezza, dotati quindi di quella perfezione che mostra solo luci, in assenza totale di ombre.

Provate a pensarci, a una immagine che non proponga ombre. Non ci sarebbe prospettiva, dinamica, sarebbe piatta e statica, tutt’altro da quel che ai miei occhi è affascinante. Volendola virare nel campo del cibo, sarebbe come aggiungere zucchero a zucchero, senza niente di salato, di amaro, di piccante. Alla lunga, ma forse neanche troppo alla lunga, ci verrebbe il voltastomaco.

Metteteci, ma qui entriamo davvero sul personale, che Sinner è un campione assoluto di tennis, sport che ai miei occhi è davvero quanto di meno appassionante si possa immaginare. Questo nonostante David Foster Wallace sia molto probabilmente il mio scrittore preferito di sempre, e David Foster Wallace non solo è stato un buon tennista, ma ha anche dedicato al tennis pagine, quelle sì, affascinanti. Ho anche letto Open, l’autobiografia di Andre Agassi, ritenuta a sua volta la migliore autobiografia di uno sportivo di sempre, seppur io penda più dalle parti di Yo soy el Diego, di Diego Armando Maradona, entrambe assolutamente piene di ombre, decisamente più di quanto non lascino spazio alle luci, ma il tennis continua a risultarmi sport assolutamente noioso, assente com’è di contatti fisici, di quel pizzico di violenza e di scorrettezza che il calcio, almeno il calcio del passato, presentava a secchiate, figuriamoci se posso capire come la gente possa appassionarsi di quello che nel tennis è senza possibilità di confronto il campione assoluto. Nel mondo del tennis, ma anche sforzandomi, ho amato in passato John McEnroe, ma più per una faccenda teorica che relativa al gioco. Il saperlo iroso, sempre sul punto di spaccare la racchetta, oltre che grande appassionato di rock anche pesante. Metteteci pure il suo dualismo con Bjorn Borg, che non credo fosse altrettanto rockettaro, parlo di mood, non di ascolti, se non ricordo male la sua ex moglie Loredana Bertè nel parlarne citava un certo suo attaccamento spropositato alla mamma e dubito che McEnroe fosse un mammone, però quel dualismo lì, molto Beatles vs Rolling Stones, mi sembrava ai tempi decisamente appassionante, niente a che vedere con quelli di oggi tra Sinner e Alcaraz, del resto tra Messi e Ronaldo, tutti e due eccessivamente noiosi, ho sempre fatto il tifo per Ibrahimovic, mica per caso, e giuro non solo per una faccenda di attitudine e di carattere.

Questa faccenda delle ombre, non fatemi star qui a tirare in ballo Caravaggio, è esattamente il motivo per cui i cattivi dei film animati come dei fumetti finiscono spesso per rubare le luci della ribalta ai protagonisti, l’idea che a un certo punto anche i buoni fossero sotto un cono d’ombra sotto la penna di Frank Miller e Alan Moore qualcosa che in fondo è talmente lapalissiano da risultare difficile da non comprendere.

Chiaro, nello sport i cattivi in genere sono considerati tali perché compiono qualcosa ascrivibile al campo della antisportività, quindi una negazione del loro mondo, ma volete mettere l’umanità estrema di un Diego Armando Maradona rispetto alla perfezione di un Cristiano Ronaldo, lì a allenarsi tutti i giorni, anche dopo che ha giocato una partita? O volete mettere il fascino di storie di grandi campioni tutto talento e eccessi, eccessi che spesso narcotizzano se non addirittura uccidono quel talento, carriere mandate in malora quando sarebbero potute essere esemplari, addirittura epiche. Da George Best in poi, via via, Paul Gascoigne, Adriano, lo stesso Maradona, ultimamente, che so?, Jack Grealish, in forza al Manchester City e alla nazionale inglese, per non dire dei nostri Antonio Cassano o Mario Balotelli, il mondo del calcio ci ha offerto tutta una serie di fuoriclasse, quelli che un tempo si sarebbe detto sanno dare del tu al pallone, che però, sempre per usare modi di dire riconosciuti come codificati, non hanno avuto la testa, tradotto: hanno commesso troppe sciocchezze per poter raccogliere quanto coi soli piedi avrebbero meritato.

Poi ci sono i cattivi cattivi, è chiaro, e questi a loro volta hanno una loro allure mitologica, gente come Daniel Passarella, uno che ha sfornato l’aforisma degli aforismi a riguardo dell’entrare sulle gambe degli avversari senza farsi tanti scrupoli, “Non mi piace il calcio moderno, oggi si fanno falli per necessità, per fermare gli avversari, io li facevo per piacere”, gente come Pasquale Bruno, Pablo Montero, lo stesso Ringhio Gattuso, oggi impelagatosi nella nostra nazionale, ma anche Jap Stam, l’immagine di lui che si fa cucire il sopracciglio sgarrato a bordo campo, durante l’Olanda-Italia nella quale un giovane Francesco Totti si presenterà col famoso rigore battuto col cucchiaio, era il 29 giugno del 2000, ecco, questi sono i cattivi cattivi, i Joker, i Rhino, eroi negativi che con le loro entrate fallose, la loro cazzimma per ovviare a piedi non esaltanti, il loro non mollare mai hanno contribuito a rendere le luci degli eroi, anche quelli maledetti, assolutamente splendenti.

Ecco, contrapporre i punti gonfi e malfatti, lì a bordo campo, sull’arcata sopraccigliare di Stam con la noiosa perfezione di Sinner, uno che sul suo perfezionismo ha poi costruito anche una carriera parallela come testimonial per spot pubblicitari, dove in effetti gioca la carta del noioso che non si accontenta mai, un po’ come contrapporre la bellissima voce di Celine Dion con quella rauca di Tom Waits, o quella sabbiosa di Kurt Cobain, o quella sempre sul punto di incrinarsi di Lucio Battisti, insomma, ci siamo capiti.

Questo nonostante un cognome, Sinner quindi Peccatore, che gli avrebbe dato agio di giocare molto sui suoi lati oscuri, altroché, e un nome, Jannik, che in ambito tennistico richiama indubbiamente alla mente quello di un suo vecchio collega, Yannik Noah, francese di origini camerunensi, due volte vincitore in quel Roland Garros che per Sinner è una sorta di Moby Dick, il rosso della terra così vicino a quello dei suoi capelli, unico aspetto interessante in una biografia altrimenti piatta come l’encefalogramma di quanti, immagino, accorreranno a accusarmi di antipatriottismo o di non capire nulla di sport, faccende entrambe piuttosto vere, Yannik Noah che posto fine alla sua carriera a soli trentun anni, erano altri tempi, si è dedicato alla musica, come una specie di Ruud Gullit francese, i medesimi dreadlocks, la medesima voglia di vivere che riversava sul campo, con un gioco sì potente e a tratti anche violento, ma comunque sempre eccentrico e gioioso. Le immagini di una sua vecchia partita nella quale, invece che idratarsi bevendo acqua dalla borraccia, accetta un flùte di champagne da un tizio del pubblico, per poi dar vita a tutta una serie di gag con l’avversario scandinavo di cui ovviamente non ricordo il nome, decisamente degna di essere menzionata, più di punti infilati uno via l’altro con battute iperveloci e precisissime del suo quasi omonimo, e spero avrete almeno apprezzato che non abbia tirato fuori gli usurati passaggi sul pagare le tasse a Montecarlo, sul non parlare correttamente italiano e quelle faccende lì, non è esattamente di Jannik Sinner che sto parlando da oltre milletrecento parole, spero si sia capito, ma di un modo di essere, e di essere sotto i riflettori, volenti o nolenti, e di un modo di provare a starci mantenendosi debitamente in ombra, anche qui, volontariamente o meno.

Fermo restando che a tutti, più o meno, ha fatto simpatia il Leicester di Claudio Ranieri e Jamie Vardy, che contro tutti pronostici arriva a vincere la Premier League, sorta di riproposizione delle gesta del Verona di Osvaldo Bagnoli oltre trent’anni dopo, meno i risultati macinati da armate invincibili come il Manchester City, il Real Madrid o il PSG, fatta esclusione per la recentissima vittoria in Champions sull’Inter, che immagino avrà fatto godere tutti coloro ai quali la squadra che fu di Simone Inzaghi non stava affatto simpatica, dico “immagino” per finzione letteraria, perché faccio indubbiamente parte di quel novero di persone. Tifare contro non è esattamente la prima regola del decoubertinismo, ma in fondo senza un po’ di piccante sarebbe tutto estremamente sciapo, e per quanto leggo che molti si siano offesi col pubblico francese accorso al Roland Garros, lì a tifare per Alcazar solo perché Sinner era italiano, non mi risulta che la nostra storia recente sia fatta di vicinanza agli sportivi francesi, di qualsiasi sport si tratta.

Tornando alla faccenda del Leicester di Ranieri o del Verona di Bagnoli, invece, iI bello dello sport, ci hanno insegnato sin da piccoli, anche se poi la statistica e i palmares ci dicono il contrario, sta proprio nella possibilità di sovvertire pronostici che appaiono solidi come il monolito di 2001 Odissea nello spazio, l’occhio della tigre di uno Steven Gerrard che tornato dagli spogliatoio a Istanbul sotto di tre goal con quella magnifica macchina da guerra che era il Milan, decide che la Champions l’avrebbe fatta vincere al Liverpool, ribaltando alla fine il risultato.

Tutto questo per dire cosa?

Che mi sta antipatico Sinner?

No, anche se in effetti antipatico mi sta antipatico, ma questa è una questione mia, che ovviamente non avrei tirato fuori proprio dopo una sconfitta con uno di cui, da non seguace del tennis, non avevo mai neanche sentito nominare.

Questo per dire che leggere la notizia di un suo singolo in compagnia non di un qualche artista indipendente, sgangherato, ma a sua volta di un numero uno a livello mondiale, Andrea Bocelli, titolo Polvere e gloria, mi ha agghiacciato. Non solo uno che con la musica non c’entra nulla decide di approdare in un settore che mai come oggi avrebbe bisogno di verità, ma lo fa con un top player, senza rischiare quindi niente.

Un po’ come leggere la formazione di quelle squadre arabe che provano a dirsi forti mettendo insieme vecchie glorie, citofonare Mancini per sapere poi come va a finire quella favoletta. Anche un singolo in vetta alle classifiche Billboard, lo dico a voce alta, non lo potrei sopportare, perché la perfezione è non solo noiosa, ma portatrice di messaggi sbagliati, quasi a nessuno al mondo le cose vanno sempre bene, non fidatevi dei Sinner. E non fidatevi neanche dei Bocelli, un uomo di successo che ha ribaltato un destino avverso, certo, ma da quel momento ha messo a segno ogni colpo tentato. Lui e la sua famiglia che cantano insieme le canzoni di Natale, tutti col maglione di lana col collo alto, ditemi voi una immagine meno noiosa. Dio mio, la noia.

Sapere che Sinner ha perso contro Bublik, proprio ieri a Halle, volendo, mi avrebbe potuto indurre a soprassedere, ma se aveste sentito Polvere e gloria sapreste che non c’è sconfitta che tenga.

Una canzone che, come buona parte della produzione di Bocelli, ambirebbe a entrare nella storia della lirica, un’aria tronfia e che invece ovviamente lirica non è, con un testo, temo scritto da due mie buoni amici, Giovanni Caccamo e Cheope, che affronta il tema del raggiungere la vittoria con il sudore e la fatica, questo in effetti una voce come Bocelli può permettersi, che ha la stessa profondità di un testo scritto come tema alla scuola primaria, con Sinner, poi, lì a parlare in inglese. Ora, capisco che non ti frega nulla di dimostrare che sei italiano, la maglietta con su scritto “quando lo stato ti chiama a sparare si fa chiamare patria” posta in un cassetto del mio armadio credo dica molto di quanto freghi a me del patriottismo, non vai a Sanremo, e fai bene, non vai da Mattarella, e se non vuoi andarci fai bene, ma se parli, senza neanche saperlo fare a tempo, su una canzone cantata in italiano almeno usa la medesima lingua, che incidentalmente sarebbe anche la tua, Dio santo. Una canzone che immagino farà anche successo, mi auguro lontano dai confini di stato, dove in effetti Bocelli funziona meglio, tutti siamo sempre lì a dirci da soli quanto gli stranieri, specie gli americani, non abbiano buon gusto, appunto, ma che è davvero una cosa per la quale andrebbero ritirate fuori certe punizioni corporali di un tempo, o forse quella faccenda del coprire di pece e piume e poi lasciare i colpevoli al pubblico ludibrio.

Ne abbiamo fatta di strada di vita io e te, stretti alle nostre passioni da sempre perché una linea sottile trasforma la polvere in gloria, e ogni gesto veloce che fa la tua mano è già storia”, ditemi voi se esagero.

Ecco, questo mio pezzo è per dire che noi Sinner e Sinner con Bocelli non ce lo meritiamo. Ma non nel senso che ne siamo indegni, piuttosto nel senso che non abbiamo colpe così grandi da espiare.

Ho assunto sin da subito posizione a uovo, sono pronto a tutte le mazzate che arriveranno. Faranno sicuramente meno male di questo duetto.