Prada apre la settimana con una collezione interamente costruita sulla gonna, Diesel affida a Glenn Martens un ultimo show provocatorio, mentre Dhruv Kapoor e J.Salinas portano in passerella culture e linguaggi personali. La giornata si chiude con lo spettacolo di Vogue World nella Galleria Vittorio Emanuele II
La Milano Fashion Week Primavera Estate 2027 è partita ieri, 22 settembre, con una giornata che ha messo subito in evidenza uno dei temi più interessanti di questa edizione, la ricerca di una nuova identità attraverso codici riconoscibili ma continuamente trasformati. Il calendario ufficiale ha concentrato nella prima giornata Prada, Dhruv Kapoor, Diesel, J.Salinas e Venerdì Pomeriggio, prima del grande appuntamento serale di Vogue World Milano, trasformando l’apertura della settimana in un percorso che ha alternato ricerca concettuale, cultura pop, artigianalità e spettacolo.
A dare il tono alla giornata è stata Prada, con Miuccia Prada e Raf Simons che hanno costruito l’intera collezione intorno a un solo elemento, la gonna. Il risultato è una riflessione sorprendentemente ampia su un capo apparentemente semplice, esplorato attraverso lunghezze, volumi, pieghe, lavorazioni e materiali differenti. Nella collezione non trovano spazio né pantaloni né abiti, perché ogni look parte dalla gonna e la utilizza come una sorta di tela sulla quale sovrapporre reggiseni, maglieria, camicie, giacche, pelle e dettagli preziosi.
La forza della proposta Prada sta soprattutto nel modo in cui un elemento tradizionalmente associato alla femminilità viene sottratto a una lettura convenzionale. La gonna diventa infatti una superficie da personalizzare, capace di cambiare completamente significato a seconda di ciò che viene indossato sopra e di come viene costruita la silhouette. Si passa da modelli più composti a versioni trasparenti, plissettate, ricamate o decorate, mentre alcuni riferimenti all’archivio Prada vengono rielaborati in una collezione che guarda alla storia del marchio senza trasformarla in semplice nostalgia. Anche gli accessori seguono questa logica, con il ritorno di forme già sperimentate dalla maison e una particolare attenzione alle calzature.
Dopo Prada, il calendario ha portato in passerella Dhruv Kapoor con una collezione intitolata Presence, nella quale lo sportswear viene messo in relazione con il ritmo sempre più veloce della contemporaneità. Il designer ha continuato a lavorare sul dialogo tra abbigliamento sportivo e sartorialità, inserendo anche elementi legati alla cultura del cricket indiano attraverso alcune giacche nate dalla collaborazione con Puma e Royal Challengers Bengaluru. Ne emerge una proposta nella quale l’identità indiana non viene trattata come semplice elemento decorativo, ma diventa parte integrante di un linguaggio contemporaneo e internazionale.
Il cambio di atmosfera più radicale è arrivato con Diesel, protagonista dell’ultima sfilata di Glenn Martens alla guida creativa del marchio dopo sei anni. Il designer ha scelto di concludere il suo percorso nel modo più coerente con il linguaggio costruito durante il suo mandato, mettendo insieme denim, pelle, effetti trompe l’oeil, capi destrutturati, sensualità e una forte componente performativa. La passerella si è trasformata in uno spettacolo immersivo, con il pubblico coinvolto direttamente nell’azione e una scenografia dominata dal rosso, mentre la colonna sonora e le performance hanno accentuato la dimensione provocatoria della collezione.
Più che un semplice finale, lo show Diesel ha assunto così il carattere di un passaggio di consegne. Martens ha ripercorso idealmente i codici che hanno trasformato il marchio negli ultimi anni, partendo dal denim e dall’abbigliamento quotidiano per portarli verso una dimensione molto più ampia, fatta di contaminazioni, ironia, erotismo e sperimentazione. La collezione sembra quindi funzionare anche come una sintesi del suo lavoro, prima del nuovo capitolo professionale che lo vedrà concentrarsi su Maison Margiela.
J.Salinas ha riportato invece la giornata su un terreno più intimo e legato alla memoria. La collezione guarda alla tradizione peruviana e in particolare al retablo andino, trasformandone colori, lavorazioni e suggestioni in un guardaroba contemporaneo. Le lavorazioni a maglia, che rappresentano uno dei tratti riconoscibili del designer, convivono con materiali più leggeri e silhouette fluide, creando un equilibrio tra consistenza e movimento. La palette molto ricca e la presenza di dettagli artigianali rendono la collezione un esercizio sulla possibilità di tradurre il patrimonio culturale in un linguaggio moda attuale senza perdere il legame con le proprie origini.
A chiudere il programma delle sfilate del pomeriggio è stato Venerdì Pomeriggio, il nuovo progetto di Vivetta Ponti nato dopo la conclusione dell’esperienza con il marchio Vivetta. Il nome stesso racconta l’idea alla base del progetto, quel momento della settimana in cui la tensione dei giorni precedenti lascia spazio all’energia del fine settimana. La designer ha scelto un’immagine più libera, leggera e ottimista, mantenendo però una forte attenzione alla dimensione domestica e a un guardaroba pensato senza una precisa distinzione di target.
La giornata milanese si è conclusa con Vogue World Milano, ospitato nella Galleria Vittorio Emanuele II, un evento pensato come celebrazione della moda italiana attraverso il rapporto tra artigianato, cultura, spettacolo e innovazione. Lo show ha attraversato diverse epoche della creatività italiana, mettendo in dialogo riferimenti storici e proposte contemporanee e coinvolgendo anche il Teatro alla Scala. Il filo conduttore è stato il rapporto tra tradizione e futuro, con una particolare attenzione al modo in cui il patrimonio del Made in Italy può essere reinterpretato attraverso nuove tecnologie e nuovi linguaggi.
Il primo giorno della Milano Fashion Week lascia quindi una fotografia piuttosto precisa del momento attraversato dalla moda italiana. Da una parte ci sono maison consolidate come Prada, capaci di tornare ai propri codici per rileggerli in maniera radicale, dall’altra designer e marchi che costruiscono la propria identità attraverso contaminazioni culturali, performance e nuove forme di racconto. In mezzo c’è la necessità di rendere la moda nuovamente desiderabile senza affidarsi soltanto alla spettacolarità, trovando un equilibrio tra memoria, ricerca e capacità commerciale.




