Quindici minuti e mezzo non sono solo un numero. A Venezia 83 gli applausi si contano, si misurano, si confrontano come fossero voti. Ma quello che è successo a Bunker è altro. È stata una liberazione collettiva.
Da anni si aspettava di rivedere Penélope Cruz e Javier Bardem insieme, non come coppia da red carpet, ma come attori che si feriscono davvero davanti alla macchina da presa. Florian Zeller ha avuto il coraggio di farlo: prenderli, metterli in una casa di Londra, farli litigare sul senso stesso di stare insieme per diciassette anni. E il pubblico lo ha capito.
Quando Penélope è scoppiata a piangere e ha baciato Javier, non era una scena del film. Era la vita che entrava in sala. Era una donna che vedeva il suo lavoro, il suo matrimonio artistico e reale, riconosciuto dopo mesi di fatica. In quel pianto c’era tutto: l’orgoglio e la gioia di essere più credibili insieme.
Bunker parla di questo: di cosa succede quando costruiamo bunker intorno a noi per proteggerci dal mondo, e poi ci accorgiamo che il bunker più pericoloso è quello che abbiamo costruito nella nostra coppia.
Il personaggio di Javier, Miguel, progetta rifugi per miliardari che hanno paura della fine del mondo. Ma la fine del mondo vera ce l’ha in casa. Sofia, Penélope, gli chiede: “Condividiamo ancora gli stessi valori?” È la domanda che ogni coppia si fa a un certo punto, che tu sia un architetto a Londra o un impiegato a Napoli.
Venezia ha applaudito per 15 minuti e mezzo non perché il film è perfetto, ma perché è necessario. Perché in un festival pieno di film che parlano di fuori, di guerre, di distopie, Zeller ha avuto il coraggio di parlare di dentro. Della stanza più difficile da filmare: il soggiorno di casa.
E quelle lacrime di Penélope valgono più di qualsiasi Leone. Perché ci ricordano che il cinema, quando funziona, non è finzione. È uno specchio.




