Un richiamo al disarmo, e non solo militare, ma anche delle parole, quello lanciato ieri da Papa Leone.

Ricevendo in Vaticano una delegazione di 14 vescovi luterani provenienti dalla Norvegia, il Pontefice ha fotografato il tempo presente come una fase di forte instabilità globale.

“Non c’è dubbio che siamo chiamati ad affrontare sfide difficili nel nostro tempo, mentre il mondo attraversa un periodo particolarmente turbolento”, ha detto Leone. Un’epoca segnata da una crescente ostilità tra i popoli, che non si manifesta soltanto nelle guerre e nelle tensioni internazionali, ma si insinua anche dentro i confini nazionali. La prova, ha sottolineato il Papa, è il clima avvelenato che troppo spesso caratterizza il confronto politico e sociale, dominato da un livore ormai evidente.

Un appello che anticipa di poche ore l’udienza generale in Basilica, dove il Pontefice ha chiuso il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II con un secondo monito, stavolta rivolto all’interno della Chiesa: stop agli abusi liturgici.

Secondo Leone, anche i gesti più piccoli possono cambiare direzione e aprire sentieri di pace e riconciliazione, in un mondo lacerato da polarizzazioni.

Nel suo intervento sull’eredità conciliare, il Papa si è rivolto direttamente a quelle correnti, interne ed esterne, che ancora rifiutano la svolta del Vaticano II, a partire dai lefebvriani. E ha lanciato un avvertimento anche a quei prelati che trasformano le celebrazioni con il rito antico in appuntamenti elitari e di nicchia.

“La riforma liturgica promossa dal Concilio si pone nel solco della tradizione vivente della Chiesa”, ha spiegato Leone. Una corretta interpretazione, ha aggiunto, permette di respingere le distorsioni avvenute nella fase post-conciliare e che ancora oggi, in alcuni casi, si ripetono, quando si assolutizzano o si fraintendono i principi stessi della riforma.

Il Pontefice ha quindi ripercorso le tappe che hanno portato all’introduzione della messa nelle lingue nazionali, superando il latino con il celebrante rivolto all’altare, citando significativamente Paolo VI, il Papa che ha traghettato il Concilio: i fedeli “non possono e non devono più rimanere muti e passivi” durante le funzioni.

“La nostra Costituzione conciliare afferma che le azioni liturgiche non sono azioni private”, ha ricordato. Spetta dunque in primo luogo ai pastori, ai vescovi e a ogni sacerdote custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme, “risplenda per nobile semplicità e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica”.

Un messaggio in continuità con la linea tracciata negli ultimi mesi. Già quest’estate il cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, aveva fatto sapere che Leone non allenterà la stretta sulla messa in latino imposta da Francesco con il Motu proprio Traditionis Custodes.

Un tema che era diventato terreno di scontro nel pontificato di Bergoglio e che resta una delle bandiere dei lefebvriani, recentemente colpiti dalla scomunica decretata dallo stesso Leone. Con le parole di oggi, il Papa riporta al centro la barra anche sul fronte liturgico, tra apertura e rispetto delle tradizioni.