Il racconto del figlio dell’attore
Paolo Verdone, nato a Roma nel 1987, è il figlio di Carlo Verdone. Sua sorella Giulia Verdone, di un anno più grande, è molto riservata ed è quindi lui a raccontare, a Corriere della Sera, il padre.
Ripensando all’infanzia, Paolo ricorda che in casa «facevamo in salotto i tiri in porta, e ogni volta rompevamo un vaso o una cornice», e che lui correva a distrarre la madre mentre il padre cercava di sistemare tutto.
L’infanzia
Tra i ricordi più vividi anche le estati a Sabaudia, quando «papà girava i film, ci raggiungeva nel fine settimana e col motorino “Ciao” portava a turno me e mia sorella in pasticceria».
Tra i viaggi, resta indelebile quello a Los Angeles, nella villa di Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusic: «La casa era immensa, piscine, cinema, campi da tennis… quella vacanza l’ho vissuta come un parco giochi».
Descrive il padre come «partecipe, molto apprensivo», sempre attento alla vita dei figli, anche a distanza. Ammette però che l’ipocondria non gli è stata trasmessa, anche se ancora oggi «se prenoto una visita medica senza avvertirlo, si arrabbia».
Sulla separazione dei genitori racconta dice solo che «fu una separazione molto civile» e senza divorzio.
Parlando dei film, ammette di essere particolarmente legato a Maledetto il giorno che t’ho incontrato e Sono pazzo di Iris Blond. Inoltre, tra i titoli più amati anche ‘C’era un cinese in coma’, che nel tempo è stato rivalutato, e di cui ricorda le incertezze del padre: «non so cosa succederà in futuro, magari sono entrato nella fase calante della mia carriera».
Racconta poi di aver fatto diverse comparse, a partire da Gallo Cedrone, dove era proprio lui il ragazzino a cui il padre urla nella celebre scena.
Tra gli aneddoti più divertenti, quello dello scherzo orchestrato con lo sceneggiatore Pasquale Plastino: fingendosi l’agente di Francesco Totti, gli fecero credere a un provino. Paolo ricorda ancora la rivelazione del padre: «Paolo è uno scherzo, sono io!!», confessando di esserci rimasto male e di averlo perdonato solo dopo aver conosciuto davvero Totti.
Si definisce «mammone» e racconta che in famiglia si divertono più a vedere il padre imitare amici e parenti che a rifare i suoi personaggi. In campagna, inoltre, condividono la passione per la musica, suonando insieme blues.
Proprio il padre gli ha trasmesso l’amore per la musica degli anni ’60 e ’70, in particolare per Jimi Hendrix. Grazie a lui ha conosciuto artisti come Jeff Beck, Roger Waters, Bruce Springsteen e molti altri.
Poi, parla de la notte degli Oscar de La grande bellezza: il padre, convinto del valore del film, andò comunque a dormire prima della vittoria, mentre Paolo gli lasciò un biglietto sul frigo con la notizia.
Il peso del cognome
Sul peso del cognome ammette di non averlo mai sentito davvero, pur riconoscendo che la notorietà rende più difficili le cose semplici.
Non si è mai sentito geloso del padre, anche se da bambino ebbe paura durante un evento affollato a Vasto, quando si perse tra la gente.
A scuola non fu particolarmente tormentato, anche grazie alla scelta di frequentare una scuola internazionale. Tra gli aneddoti con i fan, ricorda quando a Taormina dei carabinieri bussarono all’alba per una foto, che il padre fece «in maglietta e mutande».
Fondamentale l’insegnamento del nonno, che gli disse: «Paolo, la fama non è un obiettivo, resta un uomo retto, la tua dignità è l’unica cosa che conta».
Oggi Paolo lavora come dirigente alla SIAE. Tra i momenti di maggiore orgoglio per il padre, ricorda quando fu simbolicamente sindaco di Roma per un giorno, vivendo un’esperienza molto emozionante.




