Il padre dell’ex campione si racconta

Paolo Simoncelli a Corriere della Sera racconta il suo mondo e gare, al momento, finite. Ma non è davvero un sollievo. «In realtà questo è il momento più brutto, devo trovare sponsor e soldi per la mia squadra».

Parla al telefono mentre guarda la moglie Rossella che pulisce il giardino. Ha 75 anni ed è il proprietario della Sic58, il team che ha fondato nel 2013 in onore del figlio Marco, morto in pista due anni prima. Un modo per restare in piedi, per continuare a vivere nel mondo delle moto e aiutare altri ragazzi a crescere.

Con Rossella sta insieme da una vita. Si sono conosciuti quando lei aveva 16 anni e lui 23. «Era bellissima, un angelo». Ride quando gli si fa notare che anche lui doveva esserlo. «Lo sono diventato dopo. Quando riguardo le foto di allora mi chiedo chi è quel rospo». Non c’è una ricetta speciale per conquistare qualcuno, dice. «Ti incontri e ti piaci, non è mica difficile eh». A complicare le cose, semmai, è il presente. «È difficile adesso con questi cellulari del cavolo. I ragazzi oggi non si parlano più». Stanno insieme da cinquant’anni, «anche se non è semplice sopportarmi».

Alla sua età, inevitabilmente, si parla di fine. Quando smetterà con le moto? «Penso che quel giorno non sia tanto lontano». Lo dice senza enfasi, ma con fastidio. «Questi americani mi hanno già rotto». L’acquisto della Dorna da parte di Liberty Media per lui è una ferita aperta. «Mirano a cambiare tutto, sembra che non vada bene niente di quello che abbiamo costruito. Vogliono togliere dai conteggi ufficiali i titoli vinti nelle categorie inferiori, contano solo quelli in MotoGp. Così mio figlio Marco, i Gresini o i Nieto sparirebbero. Vogliono cancellare la storia».

Non è solo una questione di memoria. È proprio lo sport che non gli piace più. «Che i piloti già a 18 anni siano influenzati dai loro manager e che abbiano dei fisici da MotoGp. Dormono e mangiano come un Marquez, vanno in palestra 5 giorni su 7 quando non è necessario». E poi arrivano tardi nel Motomondiale. «Il limite di età è stato alzato per gli incidenti mortali nel Cev, ma bastava fare griglie meno piene». Alla fine si sente messo da parte. «Ci fanno sentire inutili, per gli americani di Liberty il motociclismo non esiste. Vogliono solo lo spettacolo, ma allora che facciano un circo». La soluzione, per lui, sarebbe semplice. «Ogni squadra della MotoGp dovrebbe avere un team in Moto3 e Moto2».

Di Marquez parla con rispetto vero. «Sapevo che era il più forte. Mi è sempre piaciuto, corre e pensa come mio figlio, non rinuncia mai e ci prova sempre». E poi aggiunge, senza nostalgia trattenuta: «Se Marco non fosse morto, ci saremmo divertiti un botto. Sai che sportellate…». Su Bagnaia invece è più severo. «Speriamo che si sia sistemato col cervello». Non era pronto, secondo lui. «Pecco viene dal gruppo di Valentino e a forza di ascoltare tutte le cose che si dicono in quel gruppo ha sottovalutato Marquez». L’errore è stato pensare che bastasse cadere meno. «Ma Marc in pista è una bestia e lo ha mandato in crisi».

Il dolore, però, resta sempre lì. Una volta disse a Papa Francesco di essere arrabbiato con Dio per la morte di Marco. Lo è ancora. «Sì, sono proprio inc… È distratto, dovrebbe stare più attento». Il Papa gli diede ragione. «Che avevo ragione». La fede non consola. «Fatico a trovarla». Si ripete solo di non avere rimpianti. «Il destino di Marco era questo, io e mia moglie abbiamo fatto di tutto affinché fosse felice e lui è morto mentre stava facendo una cosa che lo rendeva felice». Uno solo, di rimpianto, c’è. «Quell’asciugamano del c… che Marco teneva in testa al contrario sulla griglia di partenza in Malesia».

La scaramanzia, nelle corse, è normale. «Ci sono dei gesti che ripeti perché ti danno serenità». Quel giorno, però, qualcosa non tornava. «Quando varcai il cancello sul motorino per andare a vedere la gara, mi arrivò addosso un vento gelido che sapeva di morte». Ebbe un impulso. «Mi sono detto: “ca… lo vado a fermare”». Ma non fece in tempo. «Per cinque minuti, fino all’incidente, ho sentito che c’era qualcosa che non quadrava».

Le ceneri di Marco sono ancora in camera sua. «Non è cambiato niente, dorme ancora lì». Lo sogna, com’è normale che sia. «È normale». Ma quello che si dicono resta loro. «Non glielo dico».

La prima moto l’ha guidata tardi, a 50 anni. Prima c’era altro. «Quando ero ragazzo la guerra era finita da poco e c’era una miseria della madonna. Bisognava mangiare». Dopo la morte di Marco non ha mai pensato di mollare. «Le moto mi hanno fatto vivere 15 anni bellissimi». La squadra l’ha fondata «per non morire». Gli ha dato un senso, un impegno. Ringrazia Carmelo Ezpeleta «un grazie grande come una casa».

E dopo, quando smetterà? «Un c…, ho 75 anni oh». Poi ci pensa un attimo. «Mi mancheranno un sacco le corse». La vita quotidiana sarà più difficile, bisognerà riempirla. «Sennò si diventa vecchi in un attimo». Ma Rossella lo spinge, lo tiene in movimento. «Mi vuole fare lavorare tutti i giorni». E allora, forse, la noia non arriverà.