Francesco Totti lancia sui social la promozione del suo libro con una frase: “Andiamo Oltre”. Oltre è infatti il titolo di pagine che parlano non del giocatore, ma dell’uomo che per la prima volta ha avuto il coraggio di non essere il personaggio Totti, raccontando insieme alla penna di Alessandro Alciato, per Cairo editore, momenti intimi del suo vissuto.
Per 30 anni lo abbiamo incasellato. Il Capitano. Il Pupone. Il 10. Il simbolo di Roma. L’uomo che non ha mai lasciato la sua città. E lui, in quel ruolo, è stato perfetto. Troppo perfetto. Poi arriva il 28 maggio 2017. L’ultima volta con la maglia. Lui stesso lo ha detto il 19 ottobre al Brancaccio, davanti a 1500 persone: “Quel giorno sono morto”. E lì inizia il libro. Non prima. Dopo. Oltre.

Oltre i 307 gol. Oltre lo Scudetto. Oltre il Mondiale. Oltre i 150 milioni di euro sul conto che, racconta, non gli hanno impedito di sentirsi vuoto, solo, vicino alla depressione. “Ero pieno di soldi ma mi mancava tutto il resto”.
Oltre è una parola pericolosa per un calciatore. Perché il calciatore non deve andare oltre. Deve rimanere. Nell’album delle figurine, nel poster in cameretta, nella nostalgia del “come eravamo”.
Totti invece ha deciso di andare oltre e di raccontarlo. Senza filtri. Ha rivelato che a 48 anni il Genoa e il Como lo hanno chiamato per tornare in Serie A e lui ci ha pensato davvero. Perché l’istinto non invecchia mai.
Ha raccontato che per sei anni non ha parlato con Spalletti, l’uomo che lo ha fatto uscire dal calcio, e che il primo disgelo è avvenuto in un ospedale pediatrico, al Bambino Gesù, davanti ai bambini malati. Perché certi orgogli si sciolgono solo davanti a un dolore più grande.
Ha raccontato che suo padre Enzo era la sua aria, e quando è mancato, lui non respirava più.
Ha parlato della separazione vissuta come un incubo per i suoi figli. Che ha detto a tante persone “non sono il vostro bancomat”. Che la cosa più bella della sua vita non è il gol contro la Lazio, ma la nascita di Cristian. Ed è qui che il libro diventa importante per tutti i lettori, non solo per i romanisti.
Perché Totti sta dicendo una cosa che nessuno ha il coraggio di dire: il ritiro non è solo del calciatore. È di tutti. C’è un momento, per tutti, in cui finisce la partita che ci ha definito. Il lavoro, un amore, un’età. E ti ritrovi con le mani vuote e devi decidere chi sei quando non sei più quello che facevi.
Totti ha avuto il coraggio di dire: mi sono perso. Mi sono tenuto tutto dentro per anni. E raccontandomi, mi sono riscoperto.
In un’Italia che ama i miti immobili, che vuole Totti per sempre con la fascia al braccio, lui ha avuto il coraggio più grande: mostrarsi fragile.
Per questo “Oltre” non è un libro di sport. È un libro sull’identità. Su cosa rimane di noi quando finiscono gli applausi. E forse è per questo che in coda al Brancaccio, per la sua presentazione, c’erano 1500 persone sotto la pioggia. Non per farsi firmare una foto. Ma per dirgli grazie. Perché finalmente, dopo averci fatto sognare per trent’anni dentro il campo, ha trovato il modo di andare oltre il campo.




