“Le temps des cathédrales…” è più di una colonna sonora. È slancio firmato Riccardo Cocciante e va in scena anche questa sera per la rassegna ‘Un’estate da BelvedeRe’, a Caserta. Tre giorni di spettacolo per una magia che dal 16 al 19 luglio si rinnova con “Notre Dame de Paris”.
Nella piazza del Plebiscito della Reggia di Caserta, con la storia di Esmeralda, ogni sera il tempo si ferma. Le luci si abbassano e d’improvviso non sei più davanti ad un palco. Sei sotto le volte di pietra di Notre Dame, con l’odore d’incenso e il vento che passa tra i rosoni.

Notre Dame de Paris non è uno spettacolo. È un mito. Da 27 anni risale sulla scena e ogni volta è la stessa vertigine: una cattedrale che prende fiato, un amore che brucia, un destino che canta.

La rivoluzione di Cocciante: quando la poesia diventa suono
Riccardo Cocciante non ha semplicemente “musicato” Victor Hugo. Lo ha incendiato.
Nel 1998 ha compiuto una rivoluzione silenziosa e totale: ha dato all’opera musicata italiana l’abito da operetta con un’anima rock, sinfonica, mediterranea.

Ha fuso cori da requiem con chitarre elettriche. Ha messo il latino accanto al francese, il gregoriano accanto al pop. Ha scritto melodie che non si cantano: si confessano.
Le Temps des Cathédrales, Belle, Danse Mon Esmeralda non sono canzoni. Sono litanie moderne. Cocciante ha trasformato la pietra di Notre Dame in note, e quelle note hanno iniziato a respirare da sole.

La sua intuizione più grande? Non raccontare la storia. Farla sentire sulla pelle. Ha tolto i fronzoli e ha lasciato solo l’essenziale: il desiderio, la colpa, la fede, la carne.

La riattualizzazione folgorante dell’”Ave Maria”
Tra tutte le intuizioni di Cocciante, ce n’è una che colpisce come una saetta.
È la riattualizzazione folgorante del brano Ave Maria.

Non è più solo preghiera. Diventa lamento, supplica, accusa. Cocciante prende la sacralità del testo e la getta nel fango dei sentimenti umani: Frollo la canta mentre crolla, combattuto tra Dio e il desiderio per Esmeralda. Il coro si alza come una volta, ma sotto c’è il battito di un cuore che pecca.
Sacra e profana insieme. È qui che l’opera smette di essere spettacolo e diventa confessione universale.

Uno spettacolo di pace e amore
Perché in fondo Notre Dame de Paris è questo: uno spettacolo di pace e amore.
Valori che lo stesso Cocciante ribadisce ogni volta che torna a parlare della sua creatura. Anche all’esordio, quando mette piede a Caserta per il suo battesimo italiano, l’autore lo sottolinea con forza: in un tempo lacerato, l’umanità ha bisogno di tornare a quei due pilastri. Pace per guarire le ferite, amore per non smettere di credere nell’altro.
E la sua cattedrale di musica nasce proprio per ricordarcelo.

Un’ opera musicale moderna entrata nel novero storico del genere
E forse è questo il miracolo più grande. Notre Dame de Paris non è solo un successo.
È uno dei pochi spettacoli moderni entrati a pieno titolo nel novero storico del genere, accanto ai grandi classici di Broadway e del West End.

Ha rotto le regole e le ha riscritte: un’opera cantata interamente, senza dialoghi parlati, con un’orchestra rock-sinfonica e una drammaturgia tutta giocata sulle voci. Da fenomeno pop è diventato patrimonio. Dalle scuole di canto ai teatri di mezzo mondo, la sua partitura è studiata, amata, tramandata. Un mito contemporaneo che ha guadagnato il diritto di stare sugli scaffali della storia.

Una catena di anime tra luce e ombra
Sul palco non ci sono solo personaggi. Ci sono archetipi che si scontrano in un vortice che ha un solo nome: Amore.

C’è Quasimodo, la creatura e il poeta. Voce rotta e immensa, è lui il cuore storpio della cattedrale. Ama senza chiedere, e per questo è il più puro.
C’è Frollo, il sacerdote divorato da Dio. Il bene che diventa ossessione, la morale che si fa tirannia. La sua dannazione è la più umana di tutte.
C’è Phoebus, l’uomo bello e fragile. Oscilla tra il dovere e il desiderio, incapace di scegliere fino a quando non è troppo tardi.
E al centro di tutto Esmeralda. Libertà in forma di donna. Zingara, fiamma, rivoluzione. Lei non appartiene a nessuno e per questo la vogliono tutti.

Intorno a loro girano Clopin, Febo, le tre zingare: un coro di voci che fa da giudice e da pietà. Ognuno rappresenta una faccia della stessa medaglia. Il bene che ferisce, il male che ama, la santità che condanna.

Cocciante li ha messi tutti nello stesso vortice e ha detto: guardate, l’amore non salva. L’amore devasta. E poi, forse, redime.

Un mito che vive
Notre Dame de Paris non invecchia perché non parla di un’epoca. Parla di noi.
Parla di come ancora oggi bruciamo per chi non possiamo avere. Di come la bellezza ci spaventa. Di come le cattedrali, dentro e fuori di noi, abbiano ancora bisogno di campane che suonino a morto e a festa.

Uscire dal teatro è difficile. Perché ti porti dietro il profumo d’incenso, il peso delle volte, e quella frase che ti entra nelle ossa: “Belle”.

Un mito, appunto. Che vive. Che respira. Che canta con l’anima poetica di Cocciante e non smette di travolgere grazie alla straordinaria bravura di un cast che entra nella musica.

Vittorio Matteucci, Giò Di Tonno, Graziano Galatone, Elhaida Dani, trascinano i colleghi nella meraviglia dell’operetta disegnata dall’intensa regia di Gilles Maheu che cavalca l’ardore emotivo di Riccardo Cocciante, Luc Plamondon, Pasquale Panella, autori di uno spettacolo indimenticabile.
Foto di Arturo Favella