Avete notato come questa estate la cosa più cool da fare era avere un orto e fare una passeggiata, magari con i propri animali, in montagna? E il trend per questo autunno sembra sia decorare casa e fare i dolci fatti a mano.

Come mai questo ritorno alle origini?

 

In un mondo che ci permette di prenotare una vacanza con un clic, qualcuno ha deciso di chiedere una lettera. E forse non è un vezzo: è il segnale di un desiderio più grande, quello di tornare a fare le cose lentamente.

 

C’è qualcosa di quasi sovversivo nel dover prendere un foglio, sedersi a un tavolo e scrivere a mano per prenotare una stanza.

 

Niente app. Nessun calendario con le date evidenziate in verde. Nessuna conferma automatica che arriva pochi secondi dopo aver inserito il numero della carta di credito.

 

Succede a El Elevador, un piccolo rifugio per due persone sull’isola di El Hierro, nelle Canarie. È stato ricavato da una vecchia stazione di pompaggio dell’acqua, affacciata su una scogliera vulcanica, e oggi appare come una sorta di monolite di cemento sospeso tra terra e oceano. È minimale, quasi austero, ma proprio per questo spettacolare.

 

La parte più interessante, però, comincia prima ancora di arrivare.

 

Per soggiornarvi bisogna spedire una lettera scritta a mano raccontando perché si vuole andare e cosa si spera di trovare in quel luogo. La lettera viene letta, e la risposta arriva a sua volta per posta. Solo successivamente si può procedere con la prenotazione.

 

E una volta arrivati, la disconnessione continua: niente Wi-Fi, niente televisione e, di fatto, nemmeno una connessione telefonica affidabile. El Elevador è pensato per due persone e per una cosa che oggi sembra diventata un lusso: avere del tempo che non serva a niente.

 

Non è difficile capire perché un posto del genere, oggi, faccia parlare di sé.

 

Perché la vera stranezza, ormai, non è essere sempre connessi. È riuscire a non esserlo.

 

 

Per anni abbiamo associato il progresso alla velocità. Tutto doveva diventare più immediato: comunicare, lavorare, comprare, viaggiare, conoscere qualcuno, ordinare una cena, trovare un’informazione.

 

Adesso, dopo essere arrivati all’estremo opposto, sembra emergere un desiderio diverso: recuperare un po’ di attrito.

 

Aspettare.

 

Non sapere immediatamente.

 

Non fotografare tutto.

 

Non controllare.

 

Non rispondere.

 

Non trasformare ogni esperienza in qualcosa da pubblicare.

 

È un paradosso interessante: proprio mentre la tecnologia diventa sempre più sofisticata, alcune delle cose che desideriamo di più sono sorprendentemente semplici.

 

Una macchina fotografica che non permette di vedere subito la fotografia.

 

Una lettera che impiega giorni per arrivare, un quaderno o un orto.

 

Una cena cucinata per quattro persone invece che ordinata con un’app, un pomeriggio senza notifiche e una conversazione che non viene interrotta dalla necessità di controllare il telefono.

 

L’analogico, insomma, non sta tornando soltanto perché è vintage. Sta tornando perché ci restituisce una misura umana del tempo.

 

Per anni sembravano appartenere a un mondo definitivamente superato. Poi sono tornate nelle mani dei giovanissimi, sulle scrivanie, nelle feste, nei viaggi e naturalmente anche sui social.

 

È uno dei paradossi della nostra epoca: fotografiamo con la pellicola e poi pubblichiamo la fotografia su Instagram.

 

Ma forse è proprio questo il punto.

 

La fotografia analogica introduce una piccola imperfezione dentro un universo dominato dal controllo. Non puoi vedere immediatamente il risultato, correggerlo, rifarlo dieci volte, scegliere tra cinquanta scatti quasi identici.

 

Devi aspettare.

 

E quando finalmente sviluppi il rullino, scopri anche le fotografie sbagliate: quelle mosse, sovraesposte, con una persona tagliata fuori dall’inquadratura. E spesso sono proprio quelle a diventare le più belle.

 

È come se fossimo stanchi di poter correggere tutto.

 

 

Lo stesso vale per la scrittura.

 

La lettera è lenta, personale e irripetibile. La grafia racconta qualcosa di chi la produce: la pressione della penna, il modo di occupare lo spazio, una parola cancellata, una frase aggiunta in fondo.

 

Una mail comunica. Una lettera, spesso, racconta anche chi sei.

 

E così una cosa che sembrava vecchia diventa improvvisamente desiderabile.

 

Non perché sia più efficiente.

 

Esattamente perché non lo è.

 

Il ritorno della casa, del tavolo, dell’orto

 

Questa ricerca di autenticità non riguarda soltanto gli oggetti.

 

Sta cambiando anche il modo in cui immaginiamo il tempo libero.

 

Il sogno contemporaneo non è più necessariamente una vacanza piena di esperienze da collezionare. Sempre più spesso è una casa in campagna, un giardino, qualche verdura coltivata da sé, il pane fatto in casa, una cena preparata lentamente per gli amici.

 

Non serve diventare autosufficienti o trasferirsi in mezzo ai campi.

 

Il punto è un altro: tornare a partecipare alle cose invece di limitarci a consumarle.

 

Cucinare invece di ordinare. Coltivare invece di comprare. Riparare invece di sostituire. Scrivere invece di mandare un messaggio. Stare insieme invece di documentare che siamo insieme.

 

Anche il modo di apparecchiare una tavola, scegliere una ceramica artigianale, comprare ingredienti da un piccolo produttore o preparare una cena per gli amici può diventare una forma di resistenza alla velocità.

 

La mano dell’uomo, improvvisamente, è diventata una qualità.

 

Per molto tempo abbiamo cercato di eliminare ogni imperfezione.

 

Le fotografie venivano ritoccate. Le case diventavano sempre più minimaliste. Le vite sui social sempre più ordinate. Il lavoro sempre più automatizzato.

 

Ora sembra esserci una reazione.

 

Non vogliamo necessariamente meno tecnologia. Vogliamo più scelta su quando usarla.

 

È una differenza importante.

 

Il ritorno all’analogico non significa necessariamente rifiutare il digitale. Significa smettere di considerarlo l’unico modo possibile di vivere.

 

Ed è forse per questo che El Elevador è un simbolo particolarmente efficace del momento che stiamo attraversando. La sua stranezza non sta soltanto nel fatto che non abbia Wi-Fi o televisione. Sta nel fatto che, per arrivarci, bisogna rallentare già dalla prenotazione.

 

Prima ancora di partire, ti viene chiesto di fermarti.

 

Prendere una penna.

 

Pensare.

 

Scrivere.

 

Aspettare.

 

È quasi una piccola prova di pazienza in un mondo costruito per eliminare ogni attesa.

 

Forse non vogliamo tornare indietro

 

La nostalgia per l’analogico, però, non è davvero nostalgia per il passato.

 

Non credo che vogliamo tornare a un mondo senza internet, smartphone o intelligenza artificiale. Sarebbe impossibile, e probabilmente nemmeno desiderabile.

 

Quello che stiamo cercando è qualcosa di più sottile: il diritto a non essere sempre disponibili.

 

A non dover trasformare ogni momento in contenuto.

 

A non avere una risposta immediata.

 

A lasciare una fotografia non perfetta.

 

A mangiare una cosa che abbiamo coltivato noi.

 

A invitare qualcuno a cena senza fotografare la tavola.

 

A scrivere una lettera senza sapere se verrà pubblicata.

 

Forse è questo il vero fascino dell’analogico: non la carta, la pellicola o la lentezza in sé. Ma tutto ciò che ci costringono a fare mentre li utilizziamo.

 

Ci costringono a essere presenti.

 

E in un’epoca in cui siamo abituati a vivere con un pezzo di mondo sempre dentro lo schermo, la presenza potrebbe essere diventata una delle forme più rare di lusso.

 

El Elevador, alla fine, è soltanto una casa di cemento affacciata sull’Atlantico. Ma la sua idea racconta qualcosa di molto più grande.

 

Che forse, dopo anni passati a cercare il modo più veloce per arrivare ovunque, abbiamo iniziato a desiderare esattamente il contrario, magari arrivare in ritardo, ma esserci sul serio.