In discografia vigono regole abbastanza ferree. E anche abbastanza stupide. Una vuole che i dischi, li chiamo così per affetto, perché ormai stiamo parlando quasi esclusivamente di streaming, eccezioni virtuoso come Caparezza escluse, una vuole, dicevo, che i dischi escano nella notte tra il giovedì e il venerdì, diciamo intorno all’una. C’è un motivo logico, se si è tra quanti puntano a entrare in parti alte della classifica, volendo anche in quelle basse ma rilevabili, questo è il modo migliore perché tutti gli ascolti plausibili, quelli fatti dai fan e anche dai curiosi nelle prime ore dopo l’uscita, vengano conteggiati nella classifica che uscirà poi intorno alle 17 del venerdì successivo, andando poi a aggiungere anche tutti gli altri della settimana, senza perdere pezzi per strada. Uscisse di martedì, per dire, si potrebbero conteggiare solo gli ascolti di quel giorno, del mercoledì e del giovedì, andando quindi a fare i conti con chi nel mentre ha avuto a disposizione più del doppio dei giorni.

Uno dirà, ok, e allora cosa c’è di stupido? C’è che a queste ferree logiche si adeguano anche quegli artisti che in classifica non ci entrerebbero neanche per un miracolo di quelli capaci di portare alla santità anche Filippo Champagne, la notizia che si candidi a essere il prossimo sindaco di Milano mi angoscia, scusatemi, gente che non ha una fanbase, non ha un ufficio promozione che possa far passare una canzone in radio o porti a una recensione, un social media manager, niente. Uscite così, ovviamente, ce ne sono a migliaia, anche di grandissima qualità, intendiamoci, ma qui parlo di mercato, non di qualità. Ecco, prendiamo chi ha grande qualità dalla sua parte. Esce ugualmente all’una tra il giovedì e il venerdì, col risultato che, se qualche critico musicale se ne accorge e vuole stare sul pezzo ne andrà a parlare nel medesimo giorno in cui in genere si parla delle uscite mainstream, tra il giovedì e il venerdì, a seconda che ci siano embarghi, cioè altre regole ferree che impediscono di poter parlare di un disco che si è ascoltato in precedenza, o che non se ne parli affatto, perché anche l’editoria sottosta a regole ferree e tra un artista con fanbase e uno sconosciuto tende a premiare l’artista con fanbase, provando a inseguirne la scia. Ma mettiamo anche che ci sia chi ne scrive, io a Musicleaks invito prevalentemente artisti indipendenti, per mission e scelta, quel disco, singolo o album che sia, andrà comunque a vedersela con quelli dei BIG, parlo di numeri, perdendo comunque qualche possibilità. Perché non succede mai il contrario, non capita mai che la qualità vinca sui numeri, non illudiamoci. Ciò nonostante nessuno esce di martedì, di domenica, in un qualsiasi altro momento che non sia l’una di notte tra il giovedì e il venerdì. Ci sono poi altre regole ferree, sempre per le uscite. Tipo che i BIG, parlo di numeri, tendenzialmente non si vanno a scontrare tra loro. E già tanta grazia che il mercato italiano non ipotizzi praticamente mai che un disco straniero, che ovviamente non rientra in queste regole, possa finire primo in classifica, a leggere la TOP 100 sembriamo un paese filosovietico di prima della caduta del muro di Berlino, tutti italiani, rigorosamente, o quasi. Nessun BIG, parlo di numeri, vuole un altro BIG tra le scatole, e quindi nessun BIG, parlo di numeri, va a rompere le scatole a un altro BIG, uscendo nello stesso giorno. Chiaramente il periodo prenatalizio, quello che quando esistevano i supporti fisici, esistono anche ora ma sono optional irrilevanti, non credete a chi parla del ritorno imperioso dei vinili, parliamo di numeri irrisori, rientravano nelle cosiddette strenne, cioè in quegli oggetti che poi sarebbero stati impacchettati e sarebbero finti sotto l’albero di natale sottoforma di regalo (cosa di più buffo di dover far finta di meravigliarsi per aver trovato un vinile dentro un pacchetto natalizio a forma di vinile?). In questo periodo, anche oggi che nessuno regala più dischi a Natale, perché dischi, parlo di oggetti fisici, non ne circolano più, succede che tra ottobre e novembre escano tanti, tantissimi dischi, spesso anche piuttosto inutili. Penso ai live che incorniciano i tour estivi, ogni anno troviamo la fedele riproposizione di quel che abbiamo visto e sentito in uno stadio, ci fosse mai un live fatto in un locale, e dovremmo anche fingere che ascoltare un live in streaming, questo è, sia la medesima cosa, trasmetta la medesima emozione, quando emozione c’è, o permetta il medesimo divertimento, quando il divertimento c’è, di ascoltare musica dal vivo, fisicamente immersi in mezzo al pubblico. Ma penso anche ai greatest hits, che sono ancora più inutili, perché lo streaming permette di avere a disposizione già i greatest hits, anche se non sono impacchettati come tali, che me ne faccio di una playlist fittizia quando volendo mi sento le canzoni che voglio?

In questo, almeno, gli indipendenti sono esentati, perché non sarebbero anche volendo in grado di registrare decentemente un live, e registrare un live in un posto piccolo, se non si hanno adeguate attrezzature tecniche, risulterebbe una porcata.

Difficilmente, è un fatto, un disco dal vivo poi entra in vetta alle classifiche, il fatto che non sia un disco di inediti ma un disco dal vivo usato ovviamente con una certa generosità per giustificare quello che altrimenti verrebbe visto come uno di quei passi falsi che dovrebbero portare al seppuku, il rituale suicidio pubblico dovuto alla vergogna, spesso fatto per autosvisceramento per mezzo di una katana, Mishima Yukio docet.

Ultima moda del momento, moda dalla quale chi scrive non è estraneo, avendo a suo tempo firmato come autore una di queste opere, parlo del 2019 e del Vasco Non Stop Live 018-019, il fatto che un live, che sia liscio o contenuto in un ricco cofanetto, con booklet fotografico, ricchi cottilons e varie e eventuali, venga accompagnato da un film, in uscita nei cinema giusto il tempo di un weekend, se si è Vasco giustamente poi trasmesso annualmente in tv, in genere su Canale 5 la notte del 30 dicembre, parlo per esperienza vissuta. Un film rivolto evidentemente ai fan, e ci mancherebbe altro, dove alle scene del concerto dal vivo si possono alternare interviste o immagini del backstage, forse più vicino all’esperienza di andare a un concerto davvero, ma sicuramente pur sempre un surrogato, buono come ricordo se a quel concerto ci sei andato e magari speri di essere stato inquadrato tra il pubblico, nel caso di Vasco potresti anche essere una delle tizie in topless che ha appena lanciato sul palco il proprio reggiseno e ora se ne sta sulle spalle del proprio ragazzo mentre Vasco intona Rewind, nulla a che vedere coi biopic, moda tutta americana che da noi hanno spesso una buffa esternazione sotto forma di sceneggiato RAI, quindi biopic epurati da qualsiasi aspetto torbido o comunque annoverabile nel campo delle ombre, da biografo di lungo corso la prima cosa che ho imparato è che fare i santini non serve a nulla e che le ombre evidenziano le luci, ma vallo a spiegare a chi siede sugli scranni del consiglio di amministrazione del servizio pubblico.

Insomma, uno scenario imballato, dove tutto avviene con una prevedibilità quasi meccanica, come a riproporre quei reel che mostrano tizi, evidentemente con problemi mentali, che hanno predisposto la propria sala come fosse un flipper, loro a far partire una pallina che scivola su uno sci, poi finisce dentro uno scolapasta, ruotando vorticosamente, per poi uscire e finire dentro un tubo, dal quale uscirà qualche metro dopo, giusto per cadere su una racchetta da tennis, dalla quale rimbalzerà Dio solo sa dove, col risultato finale, parecchi secondi dopo, che alla fine arriverà su un gruppo di birilli facendoli cadere tutti come fossimo a Bowling e davanti a noi ci fosse Drugo del Grande Lebowski, chissà quante volte li hanno girati prima che tutto andasse per il verso giusto. Anche solo a leggere il calendario delle uscite future, quando si è in autunno, ma questo succede in tutto l’anno, va detto, sai già chi finirà primo, chi secondo e anche chi, suo malgrado, neanche entrerà in Top 10, in alcuni tragici casi neanche in Top 100.

La parte più tragica, poi vado avanti, è quella di chi in vetta alla classifica ci finisce, anche in virtù di quanto su detto, non ha concorrenti a rompere le scatole, ha creato una legittima certa attesa, ma prontamente scivola via, magari uscendo proprio dalla Top 10, e considerate che nella Top 100, tanto per darvi un quadro della situazione, ci sono dischi che vi stazionano da anni, per dire tutti gli album di Marracash o dei Pinguini Tattici Nucleari si trovano lì, da qualche parte, senza possibilità di uscirne, come dentro una casa degli specchi al luna park. Penso all’ultimo di Tiziano Ferro, per dire, che al momento stazione al sedicesimo posto, sotto Locura di Lazza, lì in classifica da sessanta settimane, al punto che c’è chi, penso a Mattia Marzi, si domanda se non sia in realtà il caso che un passaggio in gara al prossimo Festival venga preso in considerazione.

Una quadretto desolante, quindi, realista ma desolante, o realista e quindi desolante, fate voi.

Poi c’è Jovanotti, che è uno di quegli artisti irrefrenabili, che così, di botto, tira fuori un disco di giovedì, quindi mandando all’aria tutte queste regole, e tira fuori un disco frutto di una jam fatta a New York con artisti internazionali, buona la prima, rifuggendo da quella musica di plastica, ne ha parlato un po’ in giro, della quale è stato per altro a suo tempo alfiere, ma guardare al passato a volte può risultare ingeneroso. Un disco che esce nel medesimo weekend nel quale esce il sontuoso live di Cesare Cremonini, amico fraterno di Jovanotti, nel live di Cesare Lorenzo è presente, entrambi erano poi presenti al live di Luca Carboni, recentemente tornato dal vivo in quel di Milano, evviva, del resto Jovanotti non lesina certo le collaborazioni, decisamente sorprendente quella recente con Gigi D’Alessio e Khaled nella dalessiana Diamente e Oro, una vera gemma che mescola world music e napoletanità, ottimo veicolo per ipotizzare uno sguardo a un mondo armonico. Un disco, quello di Jovanotti, sorprendente, e il fatto che io stia qui a scriverne ne è prova provata, diciamo che sono anni che sono piuttosto critico nei confronti dell’artista toscano, perché figlio davvero di una urgenza, come non succede da millenni, e soprattutto del tutto disinteressato, almeno in apparenza, a fare i conti con il sistema. Perché provate a togliervi di dosso il fastidio per quel autoparagonarsi a Lucio Dalla, e quel paragonare il proprio disco nuovo all’immenso DallAmeriCaruso, provate quindi a togliervi di dosso quel dubbio di paraculismo che vuole Jovanotti sempre a fare qualcosa che suoni come sincero ma che in fondo è a sua volta figlio di un calcolo, ma tirare fuori un disco non previsto, in mezzo a questa carrozza di treno piena di termosifoni in ghisa, tu che hai tra le mani un vaso di cristallo, è davvero qualcosa cui guardare con ammirazione, tanto più che il disco in questione è davvero un gioiello. Musica che non ambisce a finire in airplay, e che non ambisce perché non è per finire in airplay che è stata composta, lì in quella jam, ma che comunque non ci sarebbe finita, Jovanotti ha ben presente come gira il fumo oggi, dove Per te di Ernia viene considerata quasi alla stregua di una grande canzone d’autore e Orbit Orbit di Caparezza un lavoro troppo complesso, Dio santo, allora tanto vale passare per quello che se ne frega delle regole, quello che siccome non è invitato alla festa allora alla festa non ci va e dice che non ci va per sua scelta. Lo so, continuo a buttare lì frasi stizzite, ma Niuiorcherubini è proprio un bel disco, lo dico e lo confermo, dove anche i generi musicali, da quella che è evidentemente world music in odor di tropicalismo che si fonde con il nu soul, forse la vera assente ingiustificata è la forma canzone italiana classica, ma dire Jovanotti e dire Bel Canto è dar vita a un ossimoro, ma tenere insieme musica che guarda all’India e al Sud America, con tutte le sfumature del caso, dalla salsa alla cumbia, passando appunto per il tropicalismo, l’afrobeat, il rap, il blues come per le sonorità gipsy, è qualcosa di ammirevole, perché scardina l’altra regola non scritta che vuole tutti omologati nel medesimo suono, già sapete, stessi autori e stessi produttori a spalmare la propria inutile poetica in quasi tutti i dischi che ambiscano a passare in radio come a finire nelle playlist che contano. Lo aveva già fatto in passato con SoleLuna, di provare a fottersene delle regole, e non era finita benissimo, e quando poi ci ha riprovato, con il Cd live profumato, era andata anche peggio, ma stavolta è tutto davvero azzeccato, e ci sono le canzoni. Ottime anche quando sembrano non del tutto compiute, perché una jam è una jam, per il resto ci sono le playlist di Spotify che presentano suonini tutti uguali.

In questo, va detto, l’idea di essere imperfetti è tanto presente dall’essere diventata un punto di partenza dichiarato, il buona la prima di cui sopra, ma l’idea di jam presentata come jam quello prevede. Suona semmai male, non parlo di registrazione, intendiamoci, il fatto che a produrre il tutto sia stato chiamato non uno di quegli ospiti internazionali che impreziosiscono il disco, ma quel Federico Nardelli che ha firmato le produzioni dei vari Gazzelle o Ultimo, passando per Tommaso Paradiso, anche qui, si parla di musica di plastica e poi ci si fa produrre da Nardelli, dai. Il tutto è stato presentato con sfarzo a Roma, nonostante l’inseguimento andato a buon fine di Rick Rubin, col quale Lorenzo ha lavorato a Oh Vita e non solo, Lorenzo e il minimalismo non sono proprio compatibili, dove è stato presentato non solo il disco estemporaneo, imprevisto e urgente, ma anche i prossimi lavori dal vivo dall’Arca di Lore’, tour mondiale, al Jova Summer Party, che andrà a sostituire il Jova Beach Party privandolo della possibilità di andare a devastare altre oasi, arrivando al gran finale Jova al Massimo, dove il massimo non è a indacare l’andatura di crociera quanto la location del Circo Massimo. Il fatto che gli spostamenti, in Italia suppongo, perché da Sidney sarebbe un po’ troppo complesso, avverranno categoricamente in bicicletta, di Lorenzo come della band e la crew, credo una tassa da pagare per tutti alla sua eccentricità, corrispettivo per i suoi collaboratori delle noiosissime serate passate a guardare le diapositive delle vacanze dei nostri cari cui eravamo sottoposti prima che i social ce ne privassero, Dio voglia, per sempre. Ultimo aspetto curioso, il disco, la parola disco è assolutamente coerente al Jova-pensiero, è stato registrato ovviamente a New York, presente come mood in tutte le tracce, e è stato registrato totalmente in analogico, su nastro, come usava un tempo. Peccato che poi il disco, che potrebbe davvero suonare come si deve su vinile, un supporto che ha senso con l’analogico, assai meno col digitale, esca per ora solo in streaming, un po’ come prendere un Pollock e mostrarcelo in bianco e nero. A essere eccentrici, a volte, si fanno anche cose inspiegabili come questa.

Complimenti comunque a Jovanotti, perché stavolta ha fatto centro.