Dopo settimane di frecciatine reciproche, ieri lo Studio Ovale ha riaperto le sue porte al faccia a faccia tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Oltre un’ora di colloquio a porte chiuse, senza telecamere, per provare a rimettere in ordine un’alleanza che negli ultimi mesi ha scricchiolato.

Il messaggio di unità
A parlare per primo è stato il tycoon. Su Truth ha pubblicato tre scatti del vertice, con in sala anche Marco Rubio, Pete Hegseth e Scott Bessent. Didascalia secca: “Ottimo incontro. Tanti temi importanti sul tavolo”.
Pochi minuti dopo è toccato a Netanyahu rilanciare sui social con un video: “Incontro eccellente, piena cooperazione. L’obiettivo con Donald Trump è uno solo: impedire a Teheran di avere la bomba atomica”.

Sulla stessa linea il portavoce Doron Spielman, sentito da Bloomberg: “Washington e Gerusalemme sono totalmente in sintonia sull’Iran. Appoggiamo qualsiasi strada decida di intraprendere il presidente”.

Le crepe che restano

Ma l’armonia mostrata in apparenza fatica a nascondere il nervosismo di fondo.
Poco prima del vertice, Trump ha ripreso pubblicamente Netanyahu su Fox per aver rivelato “al mondo” nuove informazioni sull’arricchimento dell’uranio a Pickaxe Mountain.
“Non ho bisogno che me lo dica Bibi. Sappiamo già tutto. Lo fa solo per trascinarci dentro. Se salta l’accordo, quel sito lo raderemo al suolo in un attimo”, ha liquidato il presidente.

Frasi che tradiscono insofferenza. Il presidente si aspettava un’operazione lampo in Iran e un cambio di regime in tempi brevi. Invece la guerra va avanti da sei mesi e la nuova guida iraniana appare persino più intransigente, e secondo i servizi Usa più determinata a puntare sull’atomica.

Una Casa Bianca sotto pressione
Netanyahu è arrivato alla Casa Bianca alle 11, subito dopo l’uscita di Zelensky. Fuori, a Pennsylvania Avenue, un presidio pro-Palestina lo attendeva con striscioni: “criminale di guerra” e slogan contro le forniture militari americane a Israele.

Il clima interno è cambiato. Tra i democratici 100 deputati progressisti hanno votato per tagliare gli aiuti a Tel Aviv. Il sindaco di New York Zohran Mamdani è arrivato a chiedere l’arresto del premier in base al mandato della Corte Penale Internazionale.

Anche nel GOP i malumori crescono. Soprattutto nell’ala non interventista. Steve Bannon è stato tranchant: “Due visite di Netanyahu alla Casa Bianca in 18 mesi. Due volte un danno per l’America First”. Un ex dirigente dell’amministrazione è stato ancora più diretto: “Al momento è un problema. Questa guerra ci sta consumando e non si vede via d’uscita”.

La preoccupazione è elettorale: più il conflitto si prolunga, più calano le chance repubblicane a novembre.

Il vertice di ieri ha rimesso una toppa. “Allineati sull’Iran” è la parola d’ordine da comunicare all’esterno. Ma tra Trump e Netanyahu il rapporto non è più quello di una volta. È un’alleanza di necessità, tenuta insieme dal timore di un Iran nucleare e dalla paura di perdere consensi in patria.

La vera domanda ora è un’altra: riusciranno a coordinare davvero la strategia, o continueranno a parlarsi a colpi di post e interviste? Perché con Teheran sullo sfondo, ogni incomprensione pesa il doppio.