Sabato sono stata a una delle nostre più belle che l’Hangar Bicocca, di Milano, abbia mai organizzato e curato.
Si tratta della mostra di Nan Goldin, che si presenta come un attraversamento emotivo prima ancora che visivo.
Lo spazio è caratterizzato da totale assenza di luce, rendendo il clima più suggestivo, e con un vastissimo assortimento di fotografie e video compone un racconto stratificato fatto di soprusi, abbandoni, discriminazioni e vite ai margini, ma soprattutto di comunità e minoranze che trovano nello sguardo dell’artista uno spazio di esistenza autentica.
Goldin è dentro le storie che racconta, le vive, le condivide, e questa prossimità si avverte in ogni immagine.
Le opere entrano in profondità, a volte in modo crudo, senza però mai risultare voyeuristiche o compiacenti. È una crudezza necessaria, onesta, che non respinge lo spettatore né lo fa sentire fuori posto. Al contrario, chi guarda è accolto, invitato a restare, a sostenere lo sguardo. Non c’è quella finzione o costruzione artificiale del dolore, che tanto piace a certi artisti, ciò che vediamo è reale, e proprio per questo legittimo da guardare. Goldin riesce nell’equilibrio raro tra esposizione e delicatezza, mostrando senza mai sfruttare.
Il percorso restituisce il ritratto di anni segnati dalla perdita, le morti per AIDS, i pregiudizi, la violenza sociale, ma anche dalla resistenza quotidiana, dall’amore, dall’amicizia, dalla ricerca di identità e appartenenza. È una fotografia pura, diretta, che non giudica i suoi soggetti, non li mette alla berlina dello spettatore.
Una testimonianza visiva che conserva la memoria di chi troppo spesso è stato escluso dal racconto ufficiale, e che lo fa con rispetto profondo, trasformando l’atto del guardare in un gesto di ascolto.
Ecco perché vi invito ad andare alla mostra, che rimane aperta fino a metà febbraio, dal giovedì alla domenica.
Una splendida occasione per usufruire della cultura in maniera intelligente, e anche gratuitamente.




