L’uomo è da sempre un concentrato di contraddizioni. Carnale e spirituale assieme, votato per volontà e ambizione all’alto, ma coi piedi e a volte anche le mani saldamente attaccati alla terra. Lo è ancora di più ai giorni nostri, in un’epoca priva di punti fermi e frammentaria come quella nella quale ci troviamo a vivere. Così succede che non si passa giorno senza che ci si debba, quasi per dovere morale, schierare coi bianchi o coi neri in questa costante polarizzazione che ci è stata imposta non sappiamo bene neanche da chi, spesso con cambi repentini sulle nostre posizioni anche nel corso della stessa giornata, tutti a far contro sulla distrazione di massa nella quale siamo immersi fino al collo per far sì che nessuno si ricordi quel che sostenevamo con così tanta veemenza anche solo qualche ora fa. In questo scenario apocalittico, che ci è tristemente divenuto familiare, succede che si passi il nostro tempo a correre freneticamente, dietro un click come dietro una qualche moda passeggera, salvo poi rimpiangere un vivere bucolico che presumibilmente nessuno di noi ha mai davvero conosciuto di persona. Nostalgia di un passato che non è il nostro, una forma di luddismo estremo che, incoerenza nell’incoerenza, non ci vergogniamo affatto di esternare digitando il nostro malumore sui tasti virtuali di uno smartphone, parole destinate a farsi posto, tweet, testo di un meme o didascalia di una storia o un reel, o quel che il social del momento si aspetta da noi. Lamentarsi del nostro isolamento dovuto ai social sui social, come di questo costante vivere dentro scatole di cemento facendo bell’uso di internet, è forse l’ultima spiaggia di un decadimento che non pretende neanche più di vederci più che perplessi, semplicemente spiazzati di fronte un costante sbriciolarsi dei nostri valori, del nostro senso dell’etica, di quello “restiamo umani” che appare oggi più che mai uno slogan svuotato. Il grido di dolore, passo a parlare del meschino mondo della musica, sempre che non lo stia già facendo dalla prima riga di questo pezzo, che il sistema tutto si è ritrovato a fare contro lo spauracchio Intelligenza Artificiale, dopo aver ceduto tutto il cedibile alle logiche di un algoritmo, prova provata di una pochezza che lascia sconcertati, una chitarra elettrica attaccata a distorsori e pronta a sparare fuori le sue frequenze attraverso un amplificatore vista come l’ultimo vessillo di una pretesa umanità da contrapporre all’artificio di un altro filtro, stavolta vocale, come l’autotune i chiodi di una croce alla quale ci siamo concessi senza opporre un minimo di resistenza.

Di questo, non solo di questo ma anche di questo, parla il brano che Mauro Ermanno Giovanardi, per tutti quelli cresciuti a pane e alternative italiano, alternative italiano con possenti virate verso il cantautorato, semplicemente Giò dei La Crus, ha scelto per lanciare il suo nuovo progetto solista, a lungo atteso e finalmente in dirittura d’arrivo, Veloce il titolo. Una canzone con uno dei testi più ficcanti e geniali di questo malconcio 2025, frutto della collaborazione dello stesso Giò con Pippo Kaballà e Michele Bitossi, il primo cantautore e autore di quella perla di Petra lavica, trentuno anni portati benissimo, oltre che di canzoni e hit scritte per mezza scena pop italiana, il secondo già alla guida di Laghisecchi e Numeri6, oltre che titolare di una interessantissima carriera cantautorale, cuore rossoblù come chi scrive queste parole, valore aggiunto non da poco, Giovanni Pastorino quarto di un quartetto decisamente d’eccezione. Basterebbe sentire le parole scelte come incipit, “Esistere vuol dire poter scegliere, ma non tutti a questo mondo se lo possono permettere” per poi proseguire “Io per esempio scelgo spesso, mi atteggio a Kierkegaard, mi do l’aut aut”, per capire di che diavolo di capolavoro stiamo parlando. Capolavoro che poi prosegue con una colta citazione di Generale di De Gregori riguardo al non fermarsi neanche per pisciare, e un’ossessiva reiterazione del concetto di andare veloce anche se non ci piace, quel cinico “hai presente la luce” a chiarire, ce ne fosse bisogno, il tutto. Una canzone che anche musicalmente mette in scena questa schizofrenia e incoerenza, con le strofe che rallentano laddove le pulsazioni ritmiche del ritornello accelerano, senza lasciarci apparentemente scampo, la voce profonda e tremendamente empatica di Giò a trascinarci in un vortice di malinconica dolenza. Dolenza per una condizione, la nostra, di succubi incapaci di resistere a una china ormai divenuta irreversibile, un correre per correre, senza neanche il beneficio di un benessere fisico, qui la metafora atletica è mia, e chiunque mi conosca di persona ben sa quanto possa risultare artificiosa. Una grande canzone, preludio, immagino, a un grande album. Perché non fidatevi di quanti, impauriti dall’arrivo dell’AI anche nella filiera musicale o dalla orribile musica che si va ascoltando per Playlist e radio, come moderna Cassandra va dicendo che ormai è tutto finito, anche dalle nostre parti esistono ancora artisti in grado di compiere, e pubblicare, grandi opere. Basta solo andarli a cercare sotto la cenere, magari, è un auspicio, proprio la cenere di quella Troia andata in fiamme nonostante gli allarmi lanciati da Cassandra. Veloce, che stavolta ci piace.