Cercare la propria voce. È un modo di dire consueto, parlando di chi scrive, dove per voce, ovviamente si intende la cifra, il proprio modo di scrivere, il proprio stile. Avrete notato che ho una voce piuttosto riconoscibile, mi leggete e facilmente potete capire che è un pezzo di cui io sono l’autore. Vuoi per le frasi lunghe, piene di relative. Vuoi per quel vezzo di non partire mai dall’argomento che è indicato nel titolo. Vuoi per la costante volontà di trovare una storia, una trama, una suggestione in grado di raccontare qualcosa anche prima di cominciare a raccontarla direttamente, andando al punto. Quella è la mia voce, ma non è sempre stata la mia voce. Quando ho iniziato a scrivere, ormai oltre trent’anni e novantanove libri fa, io ho cominciato a scrivere pensando a quel tipo di editoria, scrivevo in maniera totalmente differente, usavo la metrica, mi ispiravo a Nanni Balestrini come al rap, ero sperimentale e pretenziosissimo, al limite quasi dell’arroganza. Poi, a un certo punto, sono cambiato, grazie a determinate letture, David Foster Wallace e Hunter Thompson in testa, e via via sono arrivato fino a qui, grazie a degli editori che mi hanno incentivato a procedere in questa strada, mi hanno assecondato.

Dire quindi che chi canta deve trovare la propria voce potrebbe apparire come qualcosa di scontato, perché in quel caso è evidente che la voce di cui si parla è proprio la voce, quella che si emette giocando di fiato e attraverso le corde vocali. Provate a pensarci, quando siete lì che cantate una canzone che vi sta particolarmente a cuore, un classico o semplicemente qualcosa che è legato a doppio filo alla vostra vita, è facile che siate portati automaticamente a imitare la voce del cantante che quel brano ha interpretato, simulatori di interpretazione. Certo, ci sono fior fiori di cantanti professionisti che imitano ancora oggi i propri idoli, troppo simili alla matrice, ma in teoria un cantante di talento dovrebbe avere una propria voce, riconoscibile in quanto unica.

Nel caso di una cantautrice, come di un cantautore, ma qui si parla di una cantautrice, attenzione, la faccenda si complica, perché le voci da trovare diventano due. La voce con cui si canta, quella che si ascolta e che caratterizza un cantante, e la voce con cui si scrive, delineando linee melodiche e armoniche e liriche che quella prima voce dovrà interpretare. Una ricerca, quella della scrittura di canzoni da interpretare, che passa a sua volta nel rischio di imitazione, ami qualcuno e potresti essere portato naturalmente a muoverti sullo stesso campo di gioco, a volte scivolando nella scorciatoia. Ci sono artisti che non la troveranno mai, quella voce. Ci sono artisti che ci mettono una vita a trovarla, quella voce unica e originale. Altri che ce l’hanno innata, un talento naturale che bastava riconoscere e semmai coltivare.

Veniamo a noi. In queste giornate pre-sanremesi chi come me si occupa di critica musicale passa da una conferenza stampa a una round table, il modo sofisticato con cui si chiamano le tavole rotonde, passando per le interviste singole, il tutto tra un buffet e un aperitivo, in giro per una Milano già abbastanza agitata di suo per i Giochi Olimpici Internali Milano-Cortina. Mara Sattei la incontriamo in un locale dalle parti di Piazza Cinque Giorante, il Giacomo Bar, dove prima ci viene fatto ascoltare il nuovo album, in uscita proprio questo fine settimana, Che me ne faccio del tempo, poi arriva la conferenza stampa. L’album, partiamo da lì, è un lavoro importante. Importante per lei, che ci ha impiegato quattro anni per scriverlo e realizzarlo, e importante anche per lo stato di salute del pop contemporaneo, perché le canzoni che vi trovano spazio sono di livello alto, così come le collaborazioni. Un lavoro che è partito da lontano, e che ha visto nel mezzo l’uscita di quel gioiello firmato insieme a suo fratello Thasup, un tempo Tha Supreme, dal titolo Casa Gospel, lavoro che vedeva i due artisti confrontarsi sul campo delle canzoni religiose, il loro rapporto con Dio e con la religione affrontato gioiosamente nei testi. Al punto di partenza, in qualche modo, pur non inclusendo il singolo sanremesi Duemilaminuti, scritto per lei da Damiano David dei Maneskin, quell’Universo che la vedeva confrontarsi con l’urban, genere ai tempi imperante, era il 2022, primo passo discografico di una artista alla ricerca di se stessa. Un lavoro lungo, anomalo per questi tempi nei quali non apparire equivale a non esserci e non esserci equivale a non essere, quattro anni di ricerca, passando per una partecipazione al primo Sanremo post-covid in veste di pura interprete, passando per un album di gospel contemporaneo, e solo ora fuori con un lavoro maturo, coerente, pronto per essere lanciato al prossimo Festival di Sanremo col brano Le cose che non sai di me. Sedici canzoni, quattro disponibili solo durante la settimana del Festival, oltre la già citata Le cose che non sai di me, Mi penserai con un prezioso feat di Elisa, Te ne vai, scritta in compagnia con Ultimo, in precedenza era uscita un’altra collaborazione di spessore in Sopra di me, con Madame, e Mamma, scritta col fratello Thasup, presente invece in feat nel brano Everest e co-autore di diverse canzoni in tracklist. Sedici canzoni che ci mostrano non solo tante sfaccettature diverse di una artista che sembra non avere più paura di mostrarsi in tutte le sue sfumature, ballad al fianco di brani più mossi, un lavoro sulla metrica e sul flow davvero degno di nota, al fianco a quello sulla voce come strumento musicale, anche le voci di Noemi e Mecna a arricchire il menu. In un Festival così ricco di partecipanti, trenta artisti per trenta canzoni in gara, decidere di andare a Sanremo senza avere intorno a sé l’attenzione di coloro che da giorni vengono dati per vincitori annunciati potrebbe sembrare quasi un rischio, una forma di invisibilità che per qualcuno potrebbe risultare quasi una sconfitta cocente. Mara Sattei si presenta da underdog con una canzone che racconta dei primi passi fatti a fianco del suo compagno, incidentalmente anche il suo chitarrista, Roma a fare da sfondo e una costruzione armonica interessante, pur nel flirtare con il classicismo, a rendere il piatto più succulento. Un modo per far sapere a più gente possibile che quella faticosa ricerca di una seconda voce, quella della scrittura, Mara firma tutti i brani, alcuni da sola, è andata a buon fine, e che parallelamente anche la ricerca della prima voce è finalmente approdata al punto di arrivo, dando vita a un equilibrio che non sempre è facile raggiungere. Su tutto il senso del tempo, indicato nel titolo, onnipresente nei testi, addirittura spiattellato con eleganza nella copertina, una Mara Sattei elegantemente vestita a incarnare una clessidra. Non ci è dato sapere se con la sua voce, le sue voci, Mara riuscirà a scardinare la fortezza di Sanremo, quel che è certo che a un ascolto attento saranno un po’ meno le cose che non sappiamo di lei.