Anni fa, parecchi anni fa, girava in tv uno spot che mostrava un bambino con degli occhialoni dalla montatura spessa, di questi giorni diremmo alla Pier Paolo Pasolini, giusto per non sentirci tagliati fuori dal mondo. Questo bambino stava seduto a un tavolo, poteva essere il tavolo di una cucina, non ricordo bene. Il bambino, disegnava omini buffi, con i contorni spessi come le lenti dei suoi occhiali, segni fluidi, ondulati. Dopo aver riempito il foglio bianco che aveva di fronte, vado a memoria, il bambino cominciava a disegnare sul tavolo, e poi ovunque, riempiendo la stanza di quel segno riconoscibilissimo che oggi sappiamo, lo sapevamo ovviamente già allora, di qui l’idea di farci su uno spot, essere la cifra caratterizzante dell’arte di Keith Hering, uno dei massimi esponenti della post-pop art e street art mondiale. Il concetto che quello spot, che ahimé non sono riuscito a trovare anche provando ricerche piuttosto complesse in rete, era che a non stare nei ristretti confini delle convenzioni, nel non seguire ciecamente certe regole, si può finire per creare qualcosa di spettacolare e artistico. Traslando, lo spot, e vai a capire di cos’era, era un invito a aprire la mente, ovviamente sposando la visione di una determinata marca.

Avanti veloce. Siamo in quello che ai tempi di Keith Hering, nato alla fine degli anni Cinquanta e morto nel 1990 di AIDS, era il futuro. Un futuro che allora, sicuramente quando è nato, un po’ meno quando è morto, veniva immaginato come davvero futuribile, gente che si nutriva solo ingerendo pillole colorate, auto che camminavano sospese a un metro da terra, volendo anche vita su Marte. Quel futuro, è evidente, non è arrivato, o se è arrivato non coincide esattamente a quello che qualcuno si era premurato a immaginare per gli altri. È però un futuro decisamente diverso da quel passato, fatto di globalizzazione, interconnessione, cambiamenti climatici, social e via discorrendo. Proprio l’avvento della rete, anch’esso ipotizzato da chi si immaginava il futuro dentro le pagine dei romanzi, William Gibson, Bruce Sterling e gli altri ragazzi terribili del cyberpunk, e quindi dei social, idem, ha fatto sì che un po’ tutti ci illudessimo che quelle barriere, i limiti del foglio nel quale il piccolo Keith Hering era invitato a disegnare dalle convenzioni, fossero lì lì per sparire. Il mondo a portata di mano, tutta la conoscenza a un click, non credo servano didascalie per spiegare il concetto. Ci siamo davvero illusi che le barriere fossero abbattute, finalmente liberi da vincoli e legacci, invece ci siamo trovati in uno scenario alquanto dispotico, la Matrice praticamente dietro l’angolo, dove le regole si sono fatte ancora più stringenti, ferree, pena l’essere invisibili, che in epoca di estrema sovraesposizione come questa, tutti a mostrare come siamo fatti, come ci vestiamo, cosa mangiamo, dove andiamo in vacanza, quanto siamo felici eccetera eccetera, equivale a non esistere. Ecco, dovessimo riassumere dove siamo andati a finire in quel futuro che immaginavamo aperto verso l’universo, siamo in un presente dove non esserci equivale a non essere.

Buffo, anche perché lo spauracchio di oggi, uno degli spauracchi di oggi, dal momento che passiamo agilmente da imminenti guerre mondiali a pandemie, passando per cataclismi climatici, buffo, dicevo, anche perché lo spauracchio di oggi è la fantomatica intelligenza artificiale, il tutto mentre lasciamo che sia un algoritmo, uno dei tanti ormai onnipresente in ogni singolo aspetto del nostro vivere o sopravvivere, a dettarci l’agenda.

Io scrivo di musica, e scrivo prevalentemente sul web, o forse dovrei dire, scriverei sul web, dal momento che è ormai evidente che se non comparissi ogni tot in video, i tanto acclamati podcast, probabilmente non scriverei neanche più, e scrivo prevalentemente di musica. Bene, scrivere sul web dovrebbe implicare il sottostare a ferree regole dettate dalle logiche SEO, e scrivere di musica significa fare i conti con quello che gli algoritmi delle piattaforme di streaming hanno imposto sia al mercato che a chi col mercato i conti pensa di non doverli fare. Alla faccia della libertà e di quel bambino, assurto a simbolo appunto di apertura mentale cui guardare con ammirazione, lì a disegnare dove gli pareva.

Questa lunga premessa, lunga relativamente alle regole SEO, che sono state tutte chirurgicamente evitate, e alle consuetudini attuali, nel mio caso specifico direi che sono stato particolarmente sintetico, non dico di aver scritto un haiku ma quasi, questa lunga premessa per introdurre ovviamente un discorso che, questo sì un cliché, rovescia quanto fin qui paventato, a riprova che anche quando tutto sembra finito c’è sempre una Sarah Connor, con il viso iconico di Linda Hamilton, pronta a guidare una resistenza coriacea e ostinata.

È uscito Lux di Rosalia, se non lo sapete significa che siete appena usciti dal coma, come quel personaggio interpretato dall’indimenticato Antonello Fassari in Avanzi, che si svegliava convinto di essere ancora negli anni Settanta, invocando Berlinguer e il PCI salvo poi constatare che la sola cosa rimasta del suo passato erano i Pooh, che per altro sono ancora qui a lottare con noi, o che avete non solo verso la musica, ma più in generale per l’arte, perché Lux di Rosalia è un’opera d’arte totale, di quelle che andrebbero esposte nei musei, un disinteresse totale, il che mi spinge a supporre che siate qui, a questo preciso punto di questo preciso pezzo perché avete perso una qualche scommessa, perché altrimenti leggervi quasi mille parole di un qualcosa che ha per titolo e immagine di copertina proprio la Rosalia di Lux?, o più semplicemente siete usi praticare una qualche forma soft di autolesionismo, di quelle che non lascia segni evidenti, come certi colpi ben assestati a suon di asciugamani bagnati in certe caserme, tornarvene poi a casa col segno degli stiletti da venti centimetri di una mistress potrebbe in effetti aprire dibattiti familiari complicati, meglio leggervi un pezzo lungo e tortuoso che parli di un argomento verso cui non provate alcun interesse.

Lux, basta cincischiare, questo verbo sta qui invece per testare il tasso anagrafico di chi legge, se leggendo cincischiare hai immediatamente capito cosa io voglia intendere sei evidentemente uno di quelli che guardava al futuro immaginandoci come tanti Marty McFly a bordo di skateboard funzionanti come overcraft, altrimenti immagino, ma perché sono ottimista, tu sia ricorso a Gemini per ovviare la mancanza, arricchendo il tuo vocabolario, molto più probabile sia passato oltre fregandotene di non aver colto un passaggio, la mente del resto procede esattamente come fa il nostro cervello con la vista, ricostruisce a braccio quello che l’occhio non è riuscito a fotografare con precisione, creando il panorama d’insieme con quel tocco di fantasia.

Vi starete chiedendo perché io stia appunto cincischiando, la stia in sostanza tirando per le lunghe, evitando di entrare in maniera dritti nel cuore del discorso, Lux di Rosalia. Il fatto è che l’ho in effetti fatto, e quel che state leggendo è il mio tentativo, magari goffo, comunque spero onorevole, di rendere su pagina la legittimissima pretesa, sua di Rosalia con Lux, ma anche in maniera ovviamente decisamente meno alta mia, qui, di attenzione. Lux è un album importante, decisamente il più importante uscito in questo 2025, azzarderei non solo. È un album che, esattamente come il bambino dello spot, prende tutte le convenzioni, parlo delle convenzioni della contemporaneità, e le abbatte a colpi di maglio, mettendo in scena un pop, sì, signora mia, siamo pur sempre nel campo della musica cosiddetta leggera, che tiene perfettamente il confronto con tutta la tradizione musicale precedente, dalla classica a quella tradizionale spagnola. Concepito come un lavoro in quattro atti, con il disco fisico che si dipana in diciotto canzoni, Lux tiene insieme la London Symphony Orchestra e Yves Tumor, il singolo Barghein non è stato ovviamente tirato fuori in anticipo a caso, un po’ per sorprendere con una doccia fredda l’ascoltatore, magari rimasto alla rilettura postmoderna del reaggeton di Motomami, un po’ per appoggiare sul panno verde da gioco parte degli ingredienti che poi ci si sarebbe trovati di fronte andando avanti con la partita, chi mai avesse pensato di vincere, è scritto, è tornato a casa con le pive nel sacco.

Nel brano, in italiano, abbiamo già saputo tutti che Lux ci propone una Rosalia che canta in quattordici lingue, italiano e siciliano comprese, poteva stupirci con effetti speciali, tanto per citare un altro spot del passato, della Telefunken, me lo ricordo bene, e in effetti lo ha fatto, eccome, nel brano, dicevo, in italiano Mio Cristo piange diamanti, brano che la stessa Rosalia ha detto essere stato ispirato dal rapporto di amicizia che ha legato santa Chiara a San Francesco d’Assisi, a un certo punto la cantautrice, Dio mio, chiamarla così mi sembra davvero giocare di minimalismo, catalana, tira in ballo il termine “agente del caos”. Ecco, Rosalia è un agente del caos, e non parlo ovviamente solo di ambito musicale. Una popstar, perché di questo si tratta, con una cultura spropositata, a ragione considerata una eletta nell’ambito del flamenco, ammessa a studiare Catalunia College of Music di Barcellona, che non a caso prevede un solo studente l’anno, ma capace di metabolizzare, decostruire e riproporre qualsiasi tipo di genere, facendolo proprio e facendolo nostro, ditemi voi chi altri oggi come oggi saprebbe e potrebbe tenere l’ascoltatore incollato allo stereo (o quel che è, spero fortemente non uno smartphone) per così tanto tempo, ascoltando canzoni che propongono elettronica, folk, classica, flamenco, pop, il tutto fatto a pezzettini e riassemblato come neanche una Dea del bricolage, a supporto di testi che ovviamente non si pongono a loro volta limiti, dalla spiritualità al sesso, dal desiderio all’elaborazione del lutto, dall’amicizia all’amore, in due parole sé e Dio, una sorta di romanzo mondo, così li chiamano in letteratura, di quelli che non a caso si dice ti tengono incollati alla pagina, estraniandoti da quel che succede attorno, quasi tenendoti in ostaggio, salvo poi lasciarti libero con un grado di consapevolezza di chi sei e dove sei che non è affatto uguale a quello di quando ti ci sei avvicinato.

Un capolavoro?, ci si potrebbe chiedere, non tanto per quel timore reverenziale che si dovrebbe avere per questo termini, talmente abusato da essere ormai svilito, come se l’amore angelicato del Dolce Stil Novo lo si potesse spacciare per il corrispettivo medievale di una relazione tra trombamici, sì, un capolavoro. Un capolavoro perché, come succede solo con certe opere, e non parlo solo di musica, se dovessi pensare alla mia generazione e al cinema, non potrei non citare film quali Pulp Fiction o Matrix, indica indubbiamente un prima e un dopo, aprendo strade che, vista l’imminenza, è impossibile prevedere se saranno seguite o meno, ma che sono comunque possibili e plausibili. La prova provata, che solo un’artista geniale come lei, davvero impossibile oggi trovare qualcuno che tenga il suo passo nel mondo del pop e non solo, la presenza nel disco di Bjork, che per qualche tempo poteva essere la stessa cosa, non credo sia casuale, la prova provata, dicevo, che è ancora possibile oggi creare arte in grado di sconfiggere le forze del male, la bellezza è l’unica arma che in fondo abbiamo a disposizione, come nella scena finale de Il quinto elemento di Luc Besson, quando si scopre che a salvare il mondo è l’amore, l’amore anche fisico, incarnato dalla Leeloo portata sul grande schermo da Milla Jovovich, gli altri quattro elementi, quelli già conosciuti, incapaci a fare altrettanto. Ecco, Lux è quella roba lì, Leeloo che salva il mondo e lo salva attraverso una manciata, neanche tanto una manciata, diciotto canzoni sono pur sempre diciotto canzoni, che rappresentano un menu ricco di riferimenti, di arie, di melodie, di armonie, di ritmi, la voce quantomai multiforme di Rosalia, le sue parole, a fare il resto.

Un disco, lo dico a scanso di equivoci, che andrà ascoltato e ascoltato, per coglierne le sfumature, ma che è già chiaramente un classico, una pietra miliare, un punto di svolta che speriamo venga usato per orientarci tra i fumi tossici e le piogge acide, tra le bombe intelligenti e i droni mortali, tra tutte le brutture che questa contemporaneità ci pone di fronte, impietosa, giorno dopo giorno.

PS

Giuro di aver passato un numero ingiustificabile di minuti, diciamo oltre l’ora, a cercare in rete questo benedetto spot del bambino Keith Hering, provando ogni tipo di ricerca, per altro ricorrendo non solo a Google, ma anche alla tanto vituperata ChatGPT. Niente, è tutto a portata di mano tranne che quello che stiamo davvero cercando, maledette macchine.