Aprendo i social, nelle ultime settimane è impossibile non essere incappati in qualche spezzone di video di Love Is Blind. Clip brevi, battute estrapolate, momenti di tensione diventati meme, il programma è riuscito senza dubbio a imporsi nel flusso continuo dei contenuti digitali, confermando la forza di un format nato negli Stati Uniti e replicato con successo in molti Paesi del mondo, dalla Francia alla Germania, dalla Svezia all’Argentina, fino ad arrivare oggi anche in Italia. Un esperimento che nel nostro Paese è stato affidato alla conduzione di Benedetta Parodi e Fabio Caressa, volti rassicuranti e familiari, scelti probabilmente proprio per rendere più digeribile un format basato su dinamiche emotive estreme.

 

Non è un caso che Love Is Blind trovi terreno fertile in un periodo storico come quello che stiamo vivendo. Dal post-COVID in poi, i reality leggeri, spesso volutamente superficiali, funzionano perché rispondono a un bisogno preciso: staccare. Spegnere il cervello, allontanarsi per qualche ora dall’ansia, dall’incertezza, dalla complessità della realtà quotidiana. In questo senso, programmi di questo tipo offrono una valvola di sfogo immediata, un intrattenimento facile, apparentemente innocuo.

Il problema è che questa leggerezza non è sempre priva di conseguenze. Anzi, spesso diventa il veicolo attraverso cui vengono normalizzati comportamenti che, fuori dallo schermo, giudicheremmo senza esitazione come tossici o inaccettabili. Con ironia, con un montaggio che strizza l’occhio allo spettatore, con una narrazione che trasforma tutto in spettacolo, si finisce per rendere guardabili, e quindi accettabili, dinamiche profondamente nocive.

 

È impossibile, ad esempio, non notare il percorso di Giovanni, uno dei protagonisti, che per tutta la durata del programma manipola Giorgia, la prende in giro, le mente e la umilia pubblicamente. Meccanismi di controllo emotivo e svalutazione che, anziché essere messi in discussione, diventano parte integrante del racconto, quasi un elemento di intrattenimento, qualcosa che il pubblico è portato a commentare con leggerezza o sarcasmo.

Allo stesso modo, la scena in cui Nicola lancia con violenza un albero di Natale viene trattata come un momento di tensione spettacolare, senza soffermarsi sulla gravità del gesto. Un atto di rabbia fisica che, se osservato nella vita reale, suonerebbe come un campanello d’allarme, ma che in televisione rischia di essere derubricato a sfogo caratteriale.

Non va meglio quando si osservano le interazioni tra Elisa e Alessandro, che arrivano ad aggredirsi verbalmente con frasi violente, mortificanti, cariche di disprezzo. Anche qui, la violenza delle parole viene inglobata nel meccanismo del reality, trasformata in dramma da consumare, in scontro da commentare, senza una reale presa di distanza.

E poi c’è il caso forse più disturbante: Ludovica e Davide, che non riesce ad avere un rapporto sessuale, e lei, senza provare a comprendere il suo disagio, il suo problema, lo incolpa in diretta televisiva, facendolo sentire ancora più piccolo, inadeguato, in difficoltà, un problema che molti uomini hanno provato, trattato con una superficialità allucinante.

 

Tutti questi sono meccanismi nocivi, negativi, preoccupanti. Sono situazioni che, se le vedessimo accadere dal vivo, nella vita di amici o conoscenti, condanneremmo senza esitazione. In televisione, però, qualcosa cambia. La cornice mediatica trasforma tutto, diventa ironico, leggero, quasi una fiction. Ed è proprio lì che sta il problema. La violenza diventa normalità, il sopruso si traveste da ironia, l’umiliazione diventa gag.

Per questo, a mio avviso, questa edizione di Love Is Blind Italia è stata un flop.

Non tanto per gli ascolti o per il chiacchiericcio social, ma perché è mancata completamente una contestualizzazione. Nessuna analisi, nessuna critica, nessuna presa di posizione chiara. Tutto è stato semplicemente mandato in pasto al pubblico, dando per scontato che chi guarda abbia gli strumenti per decodificare ciò che vede. E non è detto che sia così. In un’epoca in cui il confine tra intrattenimento e realtà è sempre più sottile, ignorare questo aspetto non è solo una scelta editoriale, è una responsabilità mancata.