Abbiamo già, più volte, analizzato l’utilizzo dell’AI nel mondo dell’arte, ma non eravamo mai arrivati a questo punto.

 

L’idea di un film realizzato interamente con l’intelligenza artificiale, senza attori, set o grandi investimenti, viene presentata come una svolta epocale, ma appena ho letto la notizia, sono rimasta pietrificata. Dietro questa apparente innovazione si nasconde una domanda più scomoda, che voglio farvi, siamo davvero di fronte a un progresso, oppure a un impoverimento del cinema?

La mia risposta la sapete già, ma oggi analizziamo un po’ la notizia.

 

Negli ultimi mesi, l’industria indiana sta sperimentando sempre più con strumenti digitali capaci di ridurre tempi e costi. In alcuni casi, le spese di produzione sarebbero drasticamente abbattute e i tempi accorciati in modo significativo. Tuttavia, questa efficienza ha un prezzo che raramente viene evidenziato, ovvero la perdita del contributo umano, quello che ha sempre reso il cinema un’arte e non solo un prodotto.

 

Eliminare attori e troupe significa cancellare professionalità, esperienze e sensibilità. Il risultato, qual è? Opere che rischiano di sembrare fredde, standardizzate e prive di autenticità, ma soprattutto che rischiano di essere tutte uguali. Non è un caso che i primi esperimenti abbiano già sollevato critiche per risultati visivi poco naturali e poco convincenti, espressioni algide e movimenti robotici.

Se il pubblico percepisce artificialità, la magia del cinema si rompe, perché il cinema sta tutto lì, nella magia.

 

C’è poi un altro aspetto che preoccupa, per lo meno me, la progressiva sostituzione del lavoro creativo. Se sceneggiature, immagini e perfino volti possono essere generati da algoritmi, quale spazio resta per chi fa questo mestiere? E lo dico da studentessa di Nuove tecnologie dell’arte.

Non si tratta solo di tecnologia, ma di un cambiamento strutturale che rischia di ridisegnare l’intero settore, mettendo in crisi migliaia di professionisti.

Inoltre, l’entusiasmo per queste produzioni a basso costo sembra più legato alla logica del profitto che a una reale ricerca artistica, anzi possiamo dire con certezza che di arte non c’è niente. Ridurre il cinema a un processo automatizzato potrebbe trasformarlo in un contenuto usa e getta, progettato per riempire piattaforme e attirare clic, piuttosto che per raccontare storie significative, e questa è una vera e propria perdita.

 

Infine, c’è una questione culturale, il cinema, soprattutto in contesti come quello indiano, è sempre stato un fenomeno collettivo, fatto di volti, emozioni e identità. Sostituire tutto questo con codice e modelli generativi rischia di svuotare quel patrimonio, rendendo le opere intercambiabili e prive di radici, cadendo in cliché e anche in stereotipi (di cui l’AI non è affatto priva) e finendo per rendere un mondo che può dare tanto, un contenitore vuoto che genera solo noia.

 

L’intelligenza artificiale può certamente essere uno strumento utile, lo abbiamo detto tante volte e non lo neghiamo, ma quando diventa il centro della creazione artistica, il rischio è chiaro, non stiamo migliorando il cinema, lo stiamo semplificando, anzi perdiamo il suo valore. E forse, nel lungo periodo, anche impoverendo, quindi per me è no, questa scelta non è il progresso, non è il futuro, è l’ennesima scelta sbagliata, che porterà l’arte a diventare sempre più rara.