Siamo stanchi della TV italiana, eppure non facciamo niente per migliorarla.

Siamo costantemente bombardati da esempi di negatività e tossicità e ce li facciamo andare bene, perché di fatto stiamo diventando analfabeti emotivi.

 

Questa riflessione mi è nata dopo aver visto l’ennesimo caso, questo giro durante Pechino Express, di violenza verbale impunita.

 

Negli ultimi anni la televisione, soprattutto quella legata ai reality e all’intrattenimento leggero, sembra aver imboccato una strada sempre più scivolosa, ovvero quella della normalizzazione di comportamenti problematici, quando non apertamente nocivi. Il problema non è il “trash” in sé, che può anche avere una funzione di evasione, ma ciò che viene implicitamente legittimato attraverso il linguaggio e la rappresentazione.

 

Perché la violenza non nasce all’improvviso, e ci sono studi approfonditi che ne parlano, ma parte dalle parole, dai toni, dai modelli che vengono ripetuti e resi familiari.

Quindi in questo caso, la TV può diventare modello, positivo o negativo.

Quando un certo tipo di comunicazione aggressiva, manipolatoria o svalutante viene mandato in onda senza alcun tipo di contestualizzazione o critica, il messaggio che passa è semplice e pericoloso: è normale.

 

Un esempio recente è il caso di Love Is Blind Italia, condotto da Benedetta Parodi e Fabio Caressa, dove alcune dinamiche relazionali discutibili sono state mostrate senza un reale approfondimento o presa di posizione, ne abbiamo parlato in un articolo approfondito in passato.

Ma ancora più emblematico è ciò che sta accadendo con Pechino Express, condotto da Costantino della Gherardesca, in cui madre e figlia mostrano le loro litigate pubblicamente, senza nessun moderatore.

 

Un programma nato per intrattenere, divertire e raccontare il viaggio e la scoperta, che però, almeno in questa edizione, ospita dinamiche che meritavano ben altro trattamento. Il caso della coppia madre-figlia, con Gaia De Laurentiis, ribattezzate #lebiondine, è particolarmente significativo a mio avviso. Quella che viene presentata come una relazione un po’ complicata, appare invece, a tratti, come un rapporto familiare carico di tensioni, dinamiche disfunzionali e comunicazione tossica, con una madre che dice in diretta TV che lei è una traditrice, che probabilmente l’ha scambiata in culla, che pensa di aver perso sua figlia, metaforicamente parlando, quando da bambina l’ha vista allontanarsi con un hostess, e altre frasi dette con parecchia aggressività, che nascondono un problema grave.

Non è ironia, è violenza, e soprattutto, è una sfera privata, resa improvvisamente oggetto di diatriba pubblica.

 

Il punto non è giudicare le persone, che restano individui con la loro complessità, ma interrogarsi su come queste dinamiche vengano raccontate. Perché quando un rapporto potenzialmente nocivo viene spettacolarizzato, sminuito o addirittura reso intrattenimento, senza mai essere nominato per quello che è, si compie un passaggio sottile ma cruciale, si normalizza.

 

E normalizzare significa rendere accettabile. Significa far passare l’idea che certi comportamenti siano parte del gioco, del carattere, della quotidianità. Ci sono dinamiche familiari, emotive, psicologiche, che richiedono spazio, consapevolezza e, spesso, un contesto protetto come quello di un percorso terapeutico, non una telecamera.

 

La televisione, infatti, non è solo intrattenimento. Ha un potere culturale enorme, può educare, sensibilizzare, far riflettere anche con leggerezza, come un tempo facevano i grandi.

 

È proprio per questo che vedere il “trash” sempre più spesso associato alla tossicità e alla banalizzazione della violenza , anche solo verbale o relazionale, lascia una sensazione amara. Non perché il pubblico non sappia distinguere, ma perché l’esposizione continua senza filtro finisce inevitabilmente per spostare i confini di ciò che consideriamo normale.

 

Siamo solo alla seconda puntata di questa stagione di Pechino Express, e forse è presto per un giudizio definitivo. Ma la direzione sembra già chiara. E la sensazione è che, ancora una volta, si sia scelta la via più facile, quella dello spettacolo a tutti i costi, anche quando il costo è abbassare la soglia della consapevolezza.

Io fossi stata in una delle due Biondine non sarei andata e se fossi stata in Costantino avrei sottolineato i problemi della relazione, cercando di educare il pubblico, ma purtroppo non sono io, e mi tocca, da spettatrice, di vedere tutto ciò, insieme a voi.

Peccato, occasione sprecata, come al solito.