Quando vedo uno di questi van coi vetri oscurati io gli sputo. E poi gli sparo”. A dirlo un uomo tra i sessanta e i settanta, vestito come Neo di Matrix. A differenza di Keanu Reeves, però, è completamente pelato e porta in carico con sé qualcosa di malandato, quel medesimo qualcosa che la frase pronunciata in qualche modo incornicia. Volteggia tra le carrozze della M2, mentre sto attraversando una piccola porzione di Milano per andare a fare una visita di controllo. Non sono nella sua medesima fascia d’età, almeno per l’INPS, ma c’ero comunque negli anni Ottanta, e anche nei Settanta, quindi direi che una visita di controllo ci sta eccome. Da che si è messo a farneticare a due passi da me la carrozza nella quale mi trovo si è in qualche modo concentrata su di lui, nessuno in questo momento controlla lo smartphone, e già questo è un piccolo miracolo. Vorrei star qui a vedere dove il suo discorso andrà a finire, ma arriva Garibaldi, devo scendere.

Qualche minuto dopo me ne sto steso al buio su un lettino, un medico assai più giovane di me che osserva il mio cuore su un ecografo che lascia impressionanti scie blu e rosse. A vederlo così, il mio cuore, fa una certa impressione. Non perché ci sia qualcosa che non va, grazie a Dio, ma perché mi viene da interrogarmi su come possa quell’affare cavo, fatto di piccole valvole che si aprono a tempo, a battere costantemente da cinquantasei anni e mezzo.

Il giovane dottore mi dice che va tutto bene e mi consiglia di aggiungere almeno due o tre sessioni di aerobica alla settimana alle mie già impegnative lunghe camminate veloci. Sulle prime, provando anche un certo imbarazzo, mi vedo in una stanza piena di vecchi con indosso un body e degli scaldamuscoli colorati, una sorta di Jane Fonda ripescata da in fondo al mare, come un copertone. Poi capisco che con aerobica intende qualcosa che preveda uno sforzo ulteriore, una corsetta, il nuoto, un giro in bici. Gli faccio un cenno conciliatorio con la testa, come quando ci si ritrova a incontrare un conoscente col quale non si vuole parlare in strada e si sintetizza tutto in quel cenno. Vado di nuovo verso Garibaldi. In fondo è lì che devo andare, a Garibaldi.

Qualche ora dopo mi ritrovo seduto dentro il Teatro Lirico di Milano, giustamente intitolato a Giorgio Gaber. Molti di quelli che stanno qui dentro c’erano quando c’ero io, qualcuno, diversi, anche prima. Alla mia sinistra siede Andrea Rosi, presidente della Sony, accompagnato da suo figlio, alla mia destra il professor Burioni con un amico. Lo dico non per lasciar intendere che a me sia riservata un’area vip, a teatro aree vip non ce ne sono e io non sono un vip, ma era per specificare plasticamente la faccenda dell’anagrafe. Mentre venivo, sempre in metro, stavolta la fermata è quella Duomo, della M1, un tizio, sempre vestito di nero, sempre pelato, ha passato tutto il tempo a fare mosse alla Chuck Norris, colpendo uno dei pali della carrozza sui quali, in teoria, ci si dovrebbe tenere. Ha le mani fasciate, e direi che visto l’uso che ne fa è tutto coerente, e la faccia di uno che pensa che potrebbe uccidere qualcuno solo guardandolo. Così non è, visto che tutti lo fissano con lo stesso sguardo con cui si fissa un pirla. Ogni tanto, giusto per rendere lo spettacolo un po’ meno fascinoso di quanto non sia, si passa il palmo della mano, lasciato libero dalla fasciatura, sulla lingua, e poi si liscia le sopracciglia, come per pettinarle. Anche in questo caso avrei voluto vedere come andava a finire, invocando per una volta i tanto celebrati maranza, di cui va detto non ho trovato traccia in nessuno di questi viaggi, pur essendo spesso Piazza Gae Aulenti, lì dalle parti dove sono andato nel pomeriggio a farmi guardare dentro il cuore, indicata come il loro habitat preferito. Poi però sono sceso, ho un concerto di Sergio Caputo da godermi. E in effetti il concerto di Sergio Caputo me lo sono proprio goduto, lì sul palco accompagnato da una band di sei elementi, piano, basso e batteria, più una sezione fiati, lui a cantare e suonare la chitarra. O meglio, a suonare la chitarra e cantare, perché è evidente che è il suonare la chitarra che oggi come oggi lo appaga di più, che lo diverte davvero tanto. E noi con lui. Già alla partenza, la chitarra che non suona, lui che giustamente chiama sul palco i tecnici e, dopo aver risolto momentaneamente il guaio, ci chiede di far finta di non averlo ancora visto sul palco. Il sound della band che lo accompagna, al servizio delle sue canzoni e delle sue continue improvvisazioni, è strepitoso, fossi uno dotato di memoria ora starei qui a citarveli uno per uno questi strepitosi musicisti, e i discorsi coi quali Sergio, uno capace nonostante se ne stia in disparte ormai da anni, di riempire ciclicamente proprio quel teatro e altri teatri in giro per l’Italia in ogni ordine di posto, introduce le sue canzoni, quasi tutte dei veri e propri classici che fanno cantare tutti in coro, sono parte dello spettacolo, sgangherati e spassosi come buona parte dei suoi testi. Testi geniali, si dice con Rosi, che ha cominciato a muovere i suoi primi passi da discografico proprio con lui, ormai oltre quarant’anni fa, un copy che decide di darsi al jazz e al jazz virato al pop, questo il Caputo che è atterrato a bordo della medesima astronave che lui stesso ha poi cantato, anche stasera, al coro di “Bon voyage”, sul panorama musicale italiano, aprendo una strada che poi in pochi hanno saputo seguire, per stare da quelle parti ci vuole talento, se no col cavolo che riempi teatri pur non essendo più attenzionato dalle case discografiche e dai media. Le canzoni famose ci sono tutte, e rispetto l’ultima volta che l’ho visto, sempre qui, nel 2024, c’è anche un versione ridotta all’osso, niente slap da parte della talentuosissima bassista che lo accompagna, per dire, di Non bevo più tequila, una delle mie canzoni preferite di sempre. “Lo sai che ai tempi ci hanno sequestrato il disco?” mi dice Rosi, e mi racconta un aneddoto che in realtà conoscevo, ma forse vista l’età, o visto il fatto che a giornata è stata impegnativa, non ricordavo di ricordare, la Bayern che viene a sapere della presenza di una canzone che ha il nome Citrosodina nel titolo e si infuria, le copie mandate al macero, una nuova versione dal titolo Bimba se sapessi. Questo è il primo classico che arriva, per la gioia dei presenti, le voci dalle poltroncine del lirico a coprire quella di Sergio, comunque spesso più interessato a testare se la chitarra che, parole sue, ha finito di costruire un paio di giorni fa, suona in effetti bene come crede. Confermiamo, suona benissimo. Tenere insieme jazz, pop, testi colti e ironici, ma anche malinconici e capaci di immagini sfolgoranti, quella cui avete assistito all’inizio di questo pezzo è in fondo un omaggio proprio alla sua scrittura, evidentemente senza i medesimi risultati. Il fatto è che trovo miracoloso ci sia un artista come lui, fuori dai giochi da tempo, dove per giochi intendo il sistema musica, la macchina, lui a farsi gli affari suoi in Francia, e prima della Francia negli Stati Uniti, a inseguire la sua ispirazione mentre gli altri fanno i conti con gli algoritmi, le mode, i gusti del momento, uno come lui che poi sale su un palco, cappellino nero in testo, chitarra a tracolla, e per un paio d’ore fa staccare la spina a gente che fino a poco prima schivava i colpi di un Chuck Norris pelato convinto di dover finire il mondo con la sola forza delle sue mani. Uno che ha scritto pagine fondamentali della nostra musica, usando così tante parole e immagini che oggi ci potrebbero far su forse i dischi di tutti i trapper messi insieme, e che decide comunque di lasciare a un certo punto il palco a una artista totalmente indipendente come lui, Claudia Cantisani, conosciuta perché da quindici anni gli scrive di essere una sua fan, condizione che l’ha portata a diventare sua amica e quindi a cantare sul suo stesso palco, Sergio è davvero l’uomo libero che poi canta nella canzone che quella condizione incornicia nel titolo. Un artista gigantesco con un repertorio gigantesco, se ne dovrebbero forse rendere conto quelli che poi decidono chi va al Festival, o chi chiamare a suonare nei festival. L’appuntamento, qui a Milano, immagino sia per l’anno prossimo, io spero di rivederlo a Sanremo, dove ci eravamo visti giusto un anno fa, lui ospite di quel Casa Bontempi che anche quest’anno diventerà per una settimana casa mia. Il pubblico, uscendo, appariva divertito, anche lo stesso professor Burioni, che ha tenuto costantemente il tempo con la gamba evitando di cantare o, comunque, di farsi sentire da me, quindi fugando ogni rischio di farmi diventare no vax contro la mia volontà. Settimana prossima ho un’altra visita di controllo, spero vada anche in quel caso tutto bene, tanto tempo non bevo più tequila.